Lunedì 01 aprile

Settimana in albis – lunedì

La spiritualità di questa settimana

Vorrei tentare, quest’anno, in questo giorno che dedichiamo all’Angelo, di immaginare come può essere stata quella serie di giorni che i discepoli vissero subito dopo la Pasqua del Signore, mentre erano ancora insieme, in una Gerusalemme che usciva dalla festa della Pasqua ebraica, ancora con gli occhi e il cuore pieni di quella visione e di quelle emozioni che avevano suscitato in loro sia la morte del Signore, sia la sua risurrezione.

La Parola di questo giorno

LETTURA At 3, 17-24
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Pietro disse al popolo: «Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità. Mosè infatti disse: “Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo”. E tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch’essi questi giorni».

SALMO Sal 98 (99)

Esaltate il Signore, nostro Dio.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.

Grande è il Signore in Sion,
eccelso sopra tutti i popoli.
Lodino il tuo nome grande e terribile.
Egli è santo! R

Mosè e Aronne tra i suoi sacerdoti,
Samuele tra quanti invocavano il suo nome:
invocavano il Signore
ed egli rispondeva. R

Signore, nostro Dio, tu li esaudivi,
eri per loro un Dio che perdona:
santo è il Signore, nostro Dio! R

EPISTOLA 1Cor 5, 7-8
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.

VANGELO Lc 24, 1-12
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il primo giorno della settimana, al mattino presto le donne si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.

Vangelo

Il Vangelo è un racconto di fede e, quindi, ci dice poco. Credo che tocchi appunto noi pensare come immaginare quei giorni.

Possiamo metterci al posto delle donne che tornano dal sepolcro vuoto. Certamente in affanno, certamente trafelate per la corsa. Altrettanto certamente in seria difficoltà nel dire e nel ripetere più volte ciò che avevano visto. Chissà quante volte avranno dovuto ripetere il racconto, chissà quante domande avranno subito, chissà quante precisazioni avranno dovuto portare al loro racconto. Eppure sono loro le prime protagoniste di questo annuncio della Risurrezione del Signore. Esse non cessano di ripetere ciò in cui si sono imbattute: una tomba aperta, un sepolcro vuoto, un Angelo che, sfolgorante, parla con loro. Il racconto è stringato, ma possiamo capire tutto il loro desiderio di dire che esse credettero. Come si fa a non credere quando è un Angelo a parlare? Come si fa a non credere quando c’è un messaggero di Dio che parla a suo nome e che permette di ricordare le parole di Gesù Maestro? Eppure, poverine, chissà quale “interrogatorio” vero e proprio hanno dovuto sopportare!

Oppure possiamo metterci nei panni degli apostoli. Uomini seri, uomini che avevano scommesso la loro vita sul Signore, che lo avevano perduto il venerdì santo. Certo era una storia già sentita. Quanti predicatori erano stati messi a tacere perché rivoluzionari! Quante altre volte si era sentita una storia simile a questa. Perché ora credere alle donne? Ma, dall’altro lato, perché mettere in dubbio la loro parola? Il racconto era preciso e poi, certo, c’era il segno: quella tomba vuota, quel sepolcro spalancato, quel segno così potente che, però, poteva essere interpretato in vario modo. Certo possiamo capire che alcuni di loro siano stati più prudenti, magari anche mettendo in serio dubbio le cose che le donne dicevano. Altri saranno stati più solleciti e più pronti a dire il loro credo.

Tra loro, poi, la posizione di Giovanni e di Pietro. Giovanni, il giovane che corre a vedere, il discepolo amato che, avendo riposato sul corpo del Signore, ora corre a vedere quel segno di cui dicono le donne, nella certezza che il Maestro sia vivo, presente. Come aveva detto: risorto! Quella parola non capita a suo tempo diventava, ora, una parola che si illuminava pian piano.

Oppure la posizione di Pietro, più vecchio, che arriva più a fatica al sepolcro, ma ci arriva anche come l’uomo che aveva appena rinnegato il Signore e non voleva, ora, ripetere quello che era avvenuto il giovedì santo. Ci arriva pian piano, con quel peso di autorità che porta con sé, con quell’attenzione seria, forte, per tutti, che deve, pian piano, cercare di fare emergere.

Posizioni diverse, emozioni del cuore diverse, pensieri diversi. Eppure, io credo, una cosa in comune c’era: la preghiera. La preghiera per capire, la preghiera per comprendere, la preghiera perché Gesù manifestasse loro qualche cosa, qualche segno della sua presenza, qualche parola ancora da ascoltare, qualche gesto da vedere. Chissà quante volte i discepoli avranno detto: “Signore, facci capire!”. Chissà quante volte i discepoli avranno detto: “Signore, donaci di vederti!”.

Insieme a questo momento personale di preghiera e di reazione alla notizia, un desiderio comune. Il desiderio di stare insieme, il desiderio di parlare, il desiderio di raccontarsi e di raccontare, il desiderio di togliersi un po’ quella maschera di pudore, di paura, di chiusura nella solitudine che tutti gli uomini vivono in momenti di questo genere per trovare il conforto della vita comune, la grazia della parola che si fa racconto di fede, lo stupore di vedere ciò che si muove nel cuore dell’altro che è amico, fratello, compagno di un cammino di fede che non ha pari.

Il desiderio di non lasciare quel cenacolo di preghiera che era anche il luogo della fraternità, il luogo dove avevano mangiato quell’ultima cena a proposito della quale comunicava anche l’interrogativo: cosa significa “Fate questo in memoria di me?”. Certo ce ne sarebbe voluto di tempo prima di arrivare a comprendere, prima di arrivare a celebrare l’Eucarestia come forma di vicinanza al Signore, come momento non solo di ricordo ma di celebrazione della Pasqua, di sperimentazione della presenza.

Credo che quei giorni furono segnati principalmente da queste dinamiche: ricordi, preghiera, desideri… in un luogo che diventa caro perché luogo di comunione, di comunità, di ricordo, di sperimentazione di una presenza.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Vorrei che ci fermassimo anche noi a pensare, a capire, a riflettere. La Pasqua non può essere limitata allo spazio di una celebrazione. La Pasqua non può essere semplicemente qualcosa di liturgico. La Pasqua non può essere un momento di preghiera in mezzo alle cose di una vita che vanno come devono andare, vanno come sempre, né, tantomeno, essere una sosta di preghiera in mezzo ad una vita che spera in un riposo aggiuntivo o che si concede un’uscita straordinaria, una vacanza. Pasqua chiede di saper stare con il cuore aperto al compimento. Pasqua chiede di saper stare in silenzio, a rimeditare, da un altro punto di vista, le cose che sono già diventate oggetto di meditazione nella Quaresima. Se, in Quaresima, si è cercato di comprendere la passione del Signore, la sua sofferenza misteriosa, il suo morire per tutti gli uomini, Pasqua deve diventare tempo per dirsi l’un l’altro cosa si prova nel cuore a rileggere, a rimeditare su quelle realtà che furono il cuore della vita del Signore.

Pasqua, anche per noi, dovrebbe essere il tempo per dirci l’un l’altro cosa ha rappresentato per noi questa celebrazione, cosa abbiamo provato nel cuore in questi giorni, cosa è, per noi, la fede. Pasqua dovrebbe essere il tempo della fraternità che diventa comunicazione nella fede. Se la Quaresima è tempo per il silenzio, per la meditazione personale, per l’appropriazione interiore di ciò che ha fatto, di ciò che ha vissuto il Signore, Pasqua deve diventare il tempo per dire cosa abbiamo nel cuore, per dire cosa proviamo nei ricordi, per dire come viviamo, in comunità, tutto quello che è stato celebrato nella fede. Ecco cosa credo occorra fare.

Chiediamo al Signore, a Maria presente in quei giorni e in quel cenacolo, questa forza di fede, perché il nostro cammino conosca la gioia e la forza di una dimensione comunitaria del credere che rinnova i nostri giorni e rende più certa la nostra speranza.

2024-03-25T22:59:52+01:00