Venerdì 2 aprile

Venerdì santo – Passione del Signore

Vangelo

PASSIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO SECONDO MATTEO Mt 27,1-56

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».
Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.
Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, «si divisero le sue vesti, tirandole a sorte». Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.
Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

Con i personaggi maggiori

Se ieri eravamo nel cenacolo insieme ai personaggi maggiori della Pasqua, oggi siamo sotto la croce in compagnia dei medesimi personaggi maggiori. È anche attraverso il loro sguardo che vogliamo entrare in questa mesta contemplazione del Crocifisso Signore.

Giuda

Non lo troviamo sotto la Croce, dove avrebbe dovuto essere e dove il Signore certamente lo avrebbe voluto. Non lo troviamo sotto l’”albero”, come la Croce è stata presto chiamata, ma lo troviamo presso un qualsiasi albero di Giudea, impiccato, come abbiamo sentito. Troppo il rimorso, troppo il senso di colpa, troppo il sentirsi rifiutato da coloro che lo avevano usato e che, ora, non vogliono nemmeno riprendersi i suoi soldi. Troppo grande il dolore del cuore per guardare a quell’albero della Croce, nella quale avrebbe trovato quella pace che non esiste da nessuna altra parte. L’unica alternativa alla disperazione è la morte. La morte nell’angoscia, la morte di chi rimane chiuso in sé stesso, la morte cercata come rimedio ad una vita piena di sbagli.

Portiamo, davanti alla Croce di Cristo, tutti i Giuda di oggi e il Giuda che è in noi. Portiamo la vita di chi non si ritiene degno di Cristo, la vita di tutti i disperati che popolano le nostre città e ai quali non sappiamo guardare; la vita di tutti gli esclusi, la vita di tutti i dannati che non troveranno mai pace nel mondo. Portiamo l’anima di chi si toglie la vita, di chi non trova altro rifugio per la disperazione. L’anima delle persone stanche, l’anima di chi non lotta più, l’anima di chi ha smesso di cercare, l’anima di chi non si ritiene degno del perdono di Cristo che pure c’è anche per tutti costoro. Portiamo l’anima di tutti i “poveri Giuda” di oggi, coloro che, respinti da tutti e sotto il peso di una solitudine insopportabile non ce la fanno.

Pilato

Non è sotto la Croce nemmeno Pilato. Eppure è proprio lui che ha ordinato che Gesù venisse Crocifisso. Lui l’uomo di Roma, l’uomo straniero che odia Gerusalemme. Lui che aveva trasferito la sede del potere romano a Cesarea Marittima, lui che veniva a Gerusalemme solo per la festa di Pasqua poiché sapeva bene che era il momento dei tafferugli, degli attentati, delle cose sospette. Lui che veniva con i suoi uomini con pugno di ferro. Erano rimaste nella mente delle persone di Israele le numerosissime esecuzioni che già aveva eseguito sommariamente, senza cercare prove a carico degli imputati, ma solo per dare una lezione all’odiato nemico. Pilato che si era già esposto anche troppo nei confronti di tutta la Gerusalemme che contava, volendo cancellare i segni del popolo ebraico, avendo esposto gli scudi romani proprio su quella fortezza Antonia che era l’ultimo edificio del tempio: sacrilegio agli occhi di un pio ebreo. È proprio Pilato che deve intervenire in una situazione scomoda: chi scontentare? Il potere romano o i Giudei? Occorre dare una mano a un poveraccio già mal ridotto che evidentemente non ha fatto nulla e inimicarsi così tutta la Gerusalemme che conta, oppure dare retta a tutti costoro e non preoccuparsi di un uomo che non è nessuno? Ci mancava poi anche il sogno della moglie… stupide superstizioni da donna, ma non si sa mai come vanno queste cose. Meglio non dare troppo nell’occhio, meglio “lavarsi le mani”, lasciare che i figli di questo popolo arretrato e rozzo ai suoi occhi, se la cavino tra di loro. Hanno la loro legge, hanno i loro capi, hanno le loro regole, hanno, perfino, la loro religione così strana. E allora che se la cavino da soli! Si arrangino loro e lascino in pace gli stranieri governanti! Questo è il suo pensiero. Eppure Pilato si porterà dietro quella storia del non aver deciso per la storia intera. Lui, che presto, farà una brutta fine. Richiamato presto a Roma perché divenuto troppo scomodo, sarà mandato nelle Gallie, in una specie di punizione, a Vienne, dove si sarebbe suicidato, proprio come Giuda. Un uomo che avrebbe anche voluto salvare il Signore, ma che non ce l’ha fatta. Un uomo pieno di dubbi, un uomo che domanda cosa sia la verità, proprio lui che dovrebbe giudicare nel nome della verità. Eppure un uomo che scappa, un uomo che non prende posizioni, un uomo che non si interroga, un uomo che non sa scendere nella propria coscienza per domandarsi chi sia Dio.

Portiamo davanti alla Croce del Signore tutti i Pilati di oggi, e il Pilato che è in noi. Portiamo tutti gli uomini indecisi, incapaci di prendere posizione per Cristo, gli indifferenti, coloro che non si interrogano, coloro che vivono come se Dio non esistesse comunque, anche se esistesse, non riguarda loro. Portiamo anche noi stessi quando ci laviamo le mani di fronte alle realtà della storia che non ci piacciono, quelle che non conosciamo, quelle che fatichiamo ad interpretare e che non ci lasciano vedere chiaramente la mano di Dio. Portiamo tutte le occasioni che l’uomo ha per incontrare il mistero di Dio ma che non vengono sfruttate. Portiamo anche noi, davanti alla Croce, noi che, come Pilato, siamo spesso fermi nelle nostre convinzioni o nei nostri dubbi e non ci lasciamo scuotere da niente. Portiamo tutti noi che, spesso, pensiamo già di sapere e non sappiamo sostare davanti alla Croce se non per qualche minuto.

I figli di Zebedeo

Emergono da quel contesto anche i suoi grandi amici, i “figli del tuono”, Giacomo e Giovanni. Sono, come sempre, con Pietro. Sono nel cenacolo, pronti a tutto. Come abbiamo detto basta uno sguardo di intesa con Giovanni per sostituire anche la parola. Eppure anche loro dormono, nel Getsemani. Anche quel Giovanni, il discepolo amato, quello che Gesù aveva coltivato con particolare passione. Nemmeno lui riesce a stare sveglio e a far brillare quella comunione che, nel Cenacolo, aveva sperimentato. Chissà, forse al suo giovane cuore saranno venute in mente le parole della parabola delle vergini, proprio quelle che dicevano che tutte si assopirono e dormirono. Anche lui non ce l’aveva fatta. Era caduto sotto il peso del sonno. Proprio in quel momento nel quale il Signore avrebbe avuto bisogno di lui e della sua presenza. Anche lui non aveva tenuto desta quella comunione unica che gli era stata donata.

Il centurione Longino

Un altro straniero. Lui è lì, sotto la Croce. Qualcuno dovrà pur tenere l’ordine pubblico. Del resto, gli ordini di Pilato sono stati ben chiari. Fare in fretta, impartire una giusta lezione a questi maledetti Giudei, chiudere il prima possibile per disperdere la gente e andare a bere in qualche taverna dopo una giornata difficile. Il centurione aveva già visto la scena molte volte e tutto era andato bene. Bene per lui, che non si era mai coinvolto più di tanto e che era tornato alla vita di sempre.  Sarà stato quel buio insolito nel cuore di un pomeriggio di primavera mediorientale; sarà stato quel terremoto, sarà stato quel presagio di sventura del velo del tempio che si taglia in due e che subito fa parlare tutta quanta Gerusalemme, o saranno state le ultime parole dell’uomo della Croce, o sarà stato il suo sguardo al cielo, o sarà stata quella morte subitanea per la quale non ci fu nemmeno bisogno di spezzare le sue gambe… Non sappiamo. Certo sappiamo che il cuore di Longino mutò. E mutò subito. Prima ancora che tutta la scena fosse finita, prima ancora che venissero per constatare la morte, appena il Signore emise lo Spirito quest’uomo si convertì e fu in grado di pronunciare la verità che divenne una professione di fede: “davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!”. Lui che non si sarebbe staccato più da quel Signore, lui che sarebbe diventato un evangelizzatore, lui che, secondo un’antica tradizione, avrebbe evangelizzato Anaxaum e cioè Lanciano, prima di venire martirizzato proprio per aver creduto al Signore.

Portiamo davanti alla Croce del Signore tutti i Longino di oggi e il Longino che è in noi. Tutti coloro che si lasciano attrarre dalla forza misteriosa del crocifisso e anche noi, che anche questo pomeriggio, ci siamo lasciati attrarre dalla forza della Croce e siamo venuti per adorare. Portiamo tutti coloro che, senza guardare alla propria storia e forti solo della Parola di Dio, sono diventati annunciatori del Vangelo ed anche noi che, in qualche modo, riusciamo ad annunciare il Signore con le nostre parole e con le nostre vite. Portiamo tutti gli uomini che sanno convertirsi davanti al Signore che, anche oggi, appare come Crocifisso in molti uomini e in molte situazioni della storia odierna. Noi portiamo tutti costoro davanti all’unica Croce di Cristo.

Maria

Un ultimo personaggio, sotto la Croce, Maria. Il più importante. Non dice nulla la Vergine, non esclama, non piange, non si muove. Non ci viene detto nulla di lei, se non che c’era, che era là sotto quella Croce, che ha voluto vedere, fino in fondo, la fine del “suo” Gesù. Lei sorretta dalle altre donne, lei che riceve Giovanni come figlio. Lei che rimane così, statuaria nel suo dolore. Lei che porta già ciascuno di noi nel suo cuore. Lei che diverrà la Madre della Chiesa, lei che si sente chiamare, per un ultima volta dal Figlio per ricevere tutti gli uomini in dono come figli e per essere loro come una Madre, apre, ancora una volta, il cuore al mistero e porta già con sé ogni uomo. Credente o non credente, onesto o disonesto, buono o cattivo, innocente o colpevole per mille cose… Lei, la Madre, porta tutti noi sotto la Croce. Nel suo dolore è presente il nostro dolore. Nel suo silenzio si specchia il nostro silenzio. Nella sua intercessione il nome, il volto di ogni uomo e di ogni donna della storia. Sia coloro che la avrebbero accolta come Madre, sia coloro che l’avrebbero rinnegata, sia coloro che la avrebbero derisa, sia coloro che nemmeno l’avrebbero mai conosciuta. È Maria che anche noi invochiamo sotto la nostra Croce.

Stava Maria dolente…

Maria, tu stai dolorosa, sotto la Croce.

Così è scritto.

Nel tuo dolore, porta ciascuno di noi.

Porta noi che siamo per alcuni versi come Giuda,

per altri come Pilato,

per altri come Longino.

Porta ciascuno di noi, perché sappiamo essere,

oggi e sempre, uomini, donne,

attratti dalla Croce di Tuo Figlio.

Lasciaci radunare dalla Croce,

facci incontrare il volto dolente di Tuo Figlio.

Noi sappiamo che solo nell’adorazione della Croce

Risiede quella sapienza di vita che ci permette di arrivare fino a Lui e fino a Te.

Maria che stai sotto la Croce,

rivelati e a noi,

mostraci il tuo volto,

donaci di camminare fino a quando,

anche noi,

dopo aver portato le nostre croci,

entreremo nella gloria di Dio.

Così sia.

2021-04-01T04:35:44+02:00