Martedì 02 novembre

Commemorazione dei fedeli defunti

Leggiamo nella “Tertio Millennio adveniente” di San Giovanni Paolo II: “Tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si riscopre ogni giorno l’amore incondizionato per ogni creatura umana, ed in particolare per il ‘figlio perduto’. Tale pellegrinaggio coinvolge l’intimo della persona allargandosi poi alla comunità credente per raggiungere l’intera umanità” (n.49). Parole che ci dicono il senso della vita cristiana. Eppure noi abbiamo paura della morte in sé, abbiamo paura di morire, non sappiamo cosa dire, come comportarci quando assistiamo alla morte di un nostro caro. Perché proviamo tutto questo?

Vangelo

Gv 5, 21-29
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai Giudei: «Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

Credo che sia anzitutto il Vangelo a parlarci. In effetti a farci paura è soprattutto il tema del giudizio. Il Signore ci ha detto che tutti risorgeremo, aggiungendo: “quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, quanti fecero il male per una risurrezione di condanna”. Sono proprio queste parole a farci preoccupare, perché ci inducono in un immaginario del giudizio che non è quello della fede. Spesso, infatti, crediamo o ci rappresentiamo il giudizio come un giudizio umano, dove ciascuno compare davanti ad un giudice esterno che pronuncia una sentenza sulla nostra vita. Ci sono i più rigoristi, le anime più legate al tema della giustizia di Dio che vedono l’implacabilità di questo giudice. Come pure alcuni che sono più attratti dalle pagine della misericordia del Vangelo e vedono la sua bontà e misericordia. Non è però questa l’immagine reale che appare dalla Scrittura. Quando si parla del giudizio di Dio, intendiamo dire che Dio illuminerà la rilettura della vita di ciascuno, permettendo di conoscere veramente ciò che la libertà ha scelto nel corso della storia. Il giudizio di Dio dovrà far emergere che tutti abbiamo bisogno della sua misericordia e che nessuno si salva con i suoi meriti o con le sue forze. Il giudizio universale metterà in luce la misericordia di Dio per tutti, dal momento che nessuno potrà vantare solo opere giuste ed attendere la vita eterna quasi come un frutto della sua buona disponibilità e bontà d’animo. Il giudizio di Dio non deve mettere paura, però deve ricordarci che noi siamo indirizzati verso quel giorno. Il compito della nostra esistenza cristiana è quello di scegliere in base ai valori della fede, per fare in modo che la nostra libertà si determini per il bene. Con molta attenzione San Giovanni ci ricordava che Cristo accompagna la libertà di ciascuno accendendo la fede in Lui. Quando la fede è autentica, sincera, vera, ecco allora che si apre la possibilità per ogni anima di intuire cosa veramente conta nella vita. Chi segue questo percorso di vita, non va incontro alla morte, diceva il Signore, ma passa dalla morte alla vita, cioè rende tutta la sua esistenza una profonda ricerca del senso dell’eternità, alla quale ciascuno si avvicina con ciò che compie. Il giudizio universale non è quindi il giudizio di un giudice severo che giudica freddamente la vita di ciascuno, ma l’essere portati davanti al Padre buono che illuminerà tutti gli atti della vita, per comprendere dove la libertà si è staccata da Lui e dove c’è maggiormente bisogno della sua misericordia di padre provvidente e misericordioso. Ecco perché nemmeno il peccatore più incallito deve disperare della salvezza in Dio. Disperare della salvezza è uno di quei peccati contro lo Spirito Santo di cui ci parla il Vangelo e che spengono definitivamente la misericordia di Dio. Avviciniamoci anche noi al giudizio di Dio non temendolo ma anzi, vivendolo con attesa. L’attesa di chi vuole vedere le cose con gli occhi del Padre.

Corinzi

1Cor 15, 51-57
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

Una seconda risposta viene dalla lettera ai Corinzi. Noi temiamo la morte perché abbiamo paura del giudizio di Dio. Quel giudizio che veniva evocato dall’immagine della tromba. Essa si sposa con altre immagini tratte dall’Apocalisse, che ci riportano proprio alla tromba del giudizio e ai sigilli. Anche questo immaginario non è sempre buono, dal momento che esso ci riporta al tema del giudizio, di cui ci ha parlato il Vangelo. San Paolo non vuole, invece, andare in questa direzione, perché preferisce dirci che tutti noi abbiamo bisogno di immortalità e di incorruttibilità. Queste realtà non fanno parte dell’esperienza umana. Noi, per natura, siamo corruttibili e mortali. Noi tutti riceveremo queste realtà nel tempo di Dio. Ecco perché, dice l’Apostolo, siamo invitati a camminare nella speranza. Poiché abbiamo la speranza della vita eterna, noi siamo certi che riceveremo queste realtà come ci è stato promesso fin dal nostro battesimo. Il cammino del tempo presente, il cammino che possiamo fare ora, quindi, deve essere necessariamente un cammino di speranza. Ecco come si vince la paura della morte e del morire. Noi sappiamo di essere chiamati all’immortalità e alla incorruttibilità. Con questa fede affrontiamo anche la morte. Essa rimane, pur sempre, un nemico. Con la forza di Cristo combattiamo anche questo nemico, sapendo di non essere soli ma di essere sempre sorretti da Lui, in ogni tempo e momento della nostra vita.

Maccabei

2Mac 12, 43-46
Lettura del secondo libro dei Maccabei

In quei giorni. Il nobile Giuda, fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dracme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

Anche la prima lettura ci vuole aiutare a superare quel senso di paura e di inadeguatezza che noi viviamo quando sperimentiamo il morire delle persone care o quando percepiamo che i nostri giorni diventano brevi. Questa Scrittura, che abbiamo già commentato nell’estate, ci ricorda che non è mai interrotto il filo che ci unisce alle persone che amiamo. Nemmeno la morte può fare questo, perché tutti siamo sempre uniti nel misterioso amore di Dio Padre. Il ricordo orante dei nostri morti e la preghiera, specie la Messa, celebrata in suffragio dei nostri morti, ci aiuta a vivere con serenità anche questo tempo di separazione e di distacco.

Per noi

San Giovanni Paolo II ci ha poi raccomandato anche un’ulteriore realtà che può essere di riferimento per la nostra meditazione e per il nostro pensiero: i legami di una comunità cristiana, i legami che si costituiscono proprio nel nome del Risorto, sono un ulteriore aiuto per vivere bene il momento ultimo della vita dei nostri cari e, un giorno, per prepararci anche noi ad entrare nel mistero di Dio. I legami di fraternità nella preghiera, l’essere prossimo l’uno dell’altro, sono un ulteriore aiuto che ci viene dato e che ci può aiutare, in maniera molto forte, a vivere bene la preparazione alla morte o il tempo in cui sperimentiamo la solitudine per il morire di persone a noi care. In che senso? Il Santo Papa ci ricorda che i legami di unione che si possono sperimentare in una comunità di credenti sono un aiuto a vivere quella fraternità che è già pegno di vita eterna. Non solo. Il sostegno vicendevole che l’uno può dare alla fede dell’altro, diventa occasione di promozione del cammino di fede comune. Se siamo in cammino verso la vita eterna lo siamo non certo e non solo come singole persone, ma come popolo di Dio.

Oggi, mentre pensiamo alla vita eterna, cerchiamo di lasciar emergere anche le nostre difficoltà e i nostri dubbi, ma sentiamoci tutti parte di un unico popolo che cammina nella storia verso la vita eterna.

Così sia.

2021-10-29T11:24:54+02:00