Domenica 03 maggio

Quarta Domenica di Pasqua – Festa di Santa Croce

I passi benedetti.

Quanto sono belli i passi di coloro che recano un messaggio di bene”. Così sono i passi dei profeti, così sono i passi degli apostoli, così sono tutti i passi degli uomini di Dio che portano il Vangelo. Così sono stati i passi di San Carlo, il 23 e 24 giugno del 1570 e, quindi, esattamente 450 anni fa, quando venendo a Cassano e soggiornando nel castello dei Visconti che affaccia sulla medesima piazza di questa chiesa, trovò, venerò e traslò la reliquia della Sacra Spina, acquistata diversi anni prima dalla famiglia Visconti a Colonia. Sono passi benedetti perché i passi di un Santo così illustre e così venerato nella nostra Diocesi, ci dicono che siamo di fronte ad una preziosa reliquia della passione di Cristo. Certo al credente non servono reliquie, come, di per sé, non servono nemmeno miracoli per credere. Il credente si basa sulla Parola di Dio, che rimane eterna  e non muta, e trova forza per il proprio cammino nella S. Eucarestia. Eppure questi segni hanno, da sempre, un fascino del tutto particolare. Questa mattina vogliamo metterci, quindi, in atteggiamento di umile supplica, ma anche di contemplazione di questa reliquia di Cristo, mentre la consideriamo una reliquia di Cristo buon pastore.

Vangelo

10, 11-18
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai farisei: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Atti

At 6, 1-7
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Romani

Rm 10, 11-15
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, dice la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato». Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!».

Il “buon pastore”, il “bel pastore”.

In una omelia di molti anni fa, il cardinale Martini ci ricordò che, mentre nella tradizione, noi parliamo del “buon” pastore il testo originale del Vangelo lo chiama il “bel” pastore. Diceva dunque l’Arcivescovo: “La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna se stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere”. Noi tutti, guardando la Sacra Spina, dovremmo immaginarci, ancora una volta e come abbiamo fatto qualche settimana fa nel Sacro triduo Pasquale, il Cristo umiliato, deriso, vilipeso, coronato di spine per amore. Immagine che non ci indica la bellezza, immagine che, forse, ci fa sentire perfino ripugnanza, immagine che non vorremmo vedere. Eppure è questa immagine di Cristo sofferente che noi tutti dovremmo chiamare l’immagine del “Bel” pastore, perché è lì che vediamo il Cristo offrirsi per noi. Come ci ha detto il cardinale, è questa la bellezza del Pastore che è il Signore: la bellezza della sua donazione pasquale alla quale continuiamo a fare riferimento in questo tempo. Come ci dice l’Arcivescovo Mario, in questo periodo noi siamo chiamati a comprendere, con la forza dello Spirito Santo di cui è colmo il tempo Pasquale, tutto ciò che si riferisce al Cristo sofferente. Di fronte alla Sacra Spina, quindi, noi tutti dovremmo rimanere incantati dalla sua bellezza. La “Spina bella” è tale perché rimanda allo splendore massimo del mistero di Cristo che è quello che rifulge, per noi, dalla Croce.

Il “buon” e il “bel” pastore offre la vita.

Così, incantati di fronte allo splendore della Sacra Spina, comprendiamo la prima delle azioni del pastore buono e bello descritte nel Vangelo: il pastore “dona la vita”. Gesù dona la vita per amore, per la salvezza di ogni uomo. È questo il valore massimo dell’esistenza: donare la vita per amore. La spina che trafisse il capo insanguinato di Cristo ci ricorda che donare è vita è il cuore di ogni esistenza cristiana. Noi impariamo a donare la vita ad imitazione di Cristo proprio in questo Sacramento, l’Eucarestia che, come abbiamo già detto anche settimana scorsa, è il Sacramento che sostiene il cammino feriale del credente.

Il “buon” e il “bel” pastore conosce le pecore.

Ma perché il pastore buono e bello offre la vita? Egli lo fa perché “conosce” le pecore. La sua è una conoscenza del tutto particolare, perché è una conoscenza d’amore. Il pastore buono e bello conosce la debolezza, l’affanno, il dolore, ma anche il bene che c’è nel cuore di ogni uomo, il suo profondo desiderio di pace, la sua aspirazione alla conoscenza di Dio. Il pastore buono e bello conosce tutte queste cose, dona la sua vita per poi riprenderla di nuovo esattamente per essere sempre con quel gregge che il Padre ha costituito e del quale Cristo è il custode. È sempre nella celebrazione dell’Eucarestia che noi ci sentiamo amati e conosciuti per quello che siamo, e sappiamo che la conoscenza del Signore non è rimprovero, ma è conoscenza illuminante perché impariamo anche a ridimensionare quelle cose della vita che ancora non sono secondo il suo amore.

Il “buon” e il “bel” pastore raduna anche un altro gregge.

La terza azione del pastore buono e bello è quella di rivolgersi anche ad un altro gregge, ovvero il pastore buono e bello si rivolge a tutti, non solo a coloro che lo accolgono, che lo riconoscono, che riescono ad avvertirne la presenza e l’amore. Il suo amore, la sua bellezza e la sua bontà sono, come abbiamo detto la scorsa domenica, “sacramenti universali” e, quindi, valgono per tutti. Esattamente come il suo donarsi sulla Croce è universale, è per ogni uomo, non solamente per coloro che lo riconoscono come Signore della propria vita. Ancora una volta siamo rimandati alla Santa Eucarestia, che è sacramento universale, i cui effetti sono per tutti e non certo solamente per coloro che lo celebrano.

Noi e la Sacra Spina: imparare a donare la vita.

Così è per noi in questa festa così differente dal solito! Noi che pensiamo alla Sacra Spina, noi che guardiamo la Sacra Spina da lontano dobbiamo imparare che la nostra vita deve diventare atto di donazione. Ancora una volta non potete celebrare la Messa in presenza e ricevere il Sacramento che sostiene ogni donazione, eppure avvertite tutti che la donazione che state vivendo nelle vostre famiglie radunate in questo lungo tempo di quarantena, è già imitazione del gesto eucaristico. La donazione che molti vivono nel letto del loro dolore, è già partecipazione al dolore di Cristo e comunione con Lui. La donazione che molti vivono nell’assistenza agli anziani e ai malati, è già partecipazione eucaristica al servizio che il Signore ci testimonia ma anche ci chiede. Ed è per questo, è proprio perché viviamo già queste donazioni mute e generose, come pure molte altre ancora, che desideriamo vivere nella pienezza questo Sacramento che ci manca da tempo, perché tutti possiamo avere la certezza che le nostre piccole donazioni quotidiane sono già vera partecipazione alla donazione di Cristo di cui simbolo prezioso è la Sacra Spina.

Noi e la Sacra Spina: imparare a conoscere amando.

Così come pure noi tutti che veneriamo la Sacra Spina siamo chiamati a conoscere amando. Amare anzitutto noi stessi, così come siamo, con i nostri limiti e le nostre difficoltà, per poi amare gli altri, anche loro con i propri limiti e le proprie difficoltà. È la conoscenza di amore che noi avvertiamo rivolta a noi stessi ogni volta che celebriamo la S. Eucarestia e che, anche in questo tempo di prolungato digiuno eucaristico, avvertiamo comunque realizzarsi nel Sacramento.

Noi e la Sacra Spina: guadare alla totalità del gregge.

Così come pure, noi che veniamo in Chiesa, siamo consapevoli che del gregge di Cristo fa parte ogni anima, ogni uomo e non certamente solo chi crede. È una responsabilità vera e propria, per noi tutti che celebriamo la festa della Sacra Spina, intercedere per gli altri e farci portatori di quel bene e di quella carità che provengono dalla Spina stessa.

Dinnanzi alla Sacra Spina.

O Sacra Spina,

tu che toccasti il capo di Cristo,

tu che feristi il Capo di Cristo e gli procurasti il sanguinamento che noi contempliamo nella sua passione,

ferisci anche noi, trafiggi anche noi,

e donaci di comprendere che la nostra vita è davvero riuscita se donata a Te e agli altri. Sacra Spina, tu che fosti sul capo di Cristo, ferisci anche noi

e donaci quella conoscenza di amore che ci sa rendere capaci

di testimoniare il pastore buono e bello

vivo, risorto e permanente presente tra noi.

Sacra Spina, tu che fosti sul capo di Cristo,

sostienici in questo momento di difficoltà universale,

insegnaci che solo nell’amore di Cristo sta la nostra salvezza,

donaci fiducia nel tempo presente e speranza per quello futuro.

Sacra Spina, tu che fosti sul capo di Cristo,

scuoti i nostri giovani,

suscita nuove vocazioni,

guidaci alla perfetta conoscenza di Te,

autore di ogni bene.

Sacra Spina, tu che fosti sul capo di Cristo

Benedici ogni uomo, sostienilo nella sua vita, apri tutti alla scoperta della fede.

Sacra spina, tu che fosti sul capo di Cristo benedici particolarmente questa nostra città,

rendici consapevoli delle nostre radici cristiane

e fa che coloro che ti amano, ti venerano e davanti a te pregano Dio,

possano essere sempre autentici testimoni dell’amore che Cristo dona dalla Croce per ciascuno di noi.

Così sia.

2020-05-02T14:32:20+02:00