Mercoledì 04 novembre

Settimana della 2 domenica dopo la dedicazione – Mercoledì

Vangelo

Gv 10, 11-15
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Diceva il Signore Gesù ai farisei: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore».

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La sapienza della condivisione e del non abbandono. Vorrei che questa festa di San Carlo, nell’anno in cui il nostro Arcivescovo ci invita a riflettere sul tema della sapienza, fosse un momento per interrogarci sulla sapienza che ha operato in questo pastore saggio e santo della Chiesa di Milano e che oggi ci viene proposto come esempio.

Il tempo di San Carlo fu il tempo di quel grande rinnovamento della Chiesa che venne dopo il concilio di Trento. Fu un’epoca di forti cambiamenti, un’epoca che ha fatto storia e di cui perfino noi siamo i figli, dal momento che le provvide istituzioni di quel concilio sono giunte fino a noi. Fu il tempo nel quale i vescovi vennero invitati a tornare nelle loro diocesi – la maggior parte di loro governava le diocesi da Roma o comunque fuori sede – e a prendersi cura del gregge di Dio condividendone la vita.

Questa fu la sapienza di San Carlo, la sapienza della condivisione e del non abbandono del suo popolo che non vennero mai meno nei 26 anni nei quali fu prima amministratore e poi Arcivescovo della nostra vasta diocesi. San Carlo fu uno dei primi a mettere in pratica i dettami del Concilio di Trento sull’obbligo della residenzialità dei vescovi, obbligo al quale non venne mai meno nemmeno nella famosa peste descritta dal Manzoni. Fu la sapienza del non abbandono quella San Carlo testimoniò. Mentre tutti i governanti lasciarono la desolata Milano, San Carlo ebbe il coraggio di restare, in omaggio a quella sapienza della condivisione della vita che egli aveva scelto ed abbracciato.

In questo si adempie ancora il vangelo che parla della sapienza del buon pastore: “egli dona la vita per le pecore”. San Carlo ha certamente donato la vita al popolo ambrosiano in molti modi: con gli scritti, con le opere di carità non meno che con la preghiera, con la devozione personale, con le veglie, i digiuni, gli ininterminabili pellegrinaggi che fecero del suo esempio episcopale, un faro per la fede di tutta l’Europa.

Ecco quale fu la sapienza di San Carlo: la sapienza di quegli “umili operai” della vigna del Signore che, poi, innumerevoli volte si sarebbe riproposta alla nostra contemplazione attraverso altre figure di uomini e di donne che si sono dedicati interamente al bene della Chiesa e alla salvezza delle anime.

Ancora la sapienza che fu in San Carlo fu la sapienza della speranza, come ci diceva la seconda lettura. Quella speranza che viene da Dio, quella speranza che consiste nel sapere che Cristo è venuto per redimere il mondo e continua la sua presenza in mezzo a noi. Proprio questa fu la speranza di San Carlo, speranza che ebbe a vivere e che ebbe a praticare in tutti i giorni della sua vita, proponendola anche al suo popolo cristiano turbato da avvenimenti politici che scossero il suo secolo e da quella pandemia che devastò anche Milano e tutta la Lombardia.

Lettura agiografica

Vita di san Carlo Borromeo, vescovo

Carlo nacque ad Arona il 2 ottobre 1538 dalla nobile famiglia Borromeo. Per le consuetudini dell’alta società del tempo, poiché era secondogenito, fu associato fin dalla fanciullezza allo stato clericale. Quando lo zio materno venne eletto papa con il nome di Pio IV, Carlo fu subito chiamato a Roma come il primo e più stretto collaboratore del pontefice. All’età di 22 anni ricevette la porpora cardinalizia, con l’incarico di sovrintendere agli affari più importanti della Chiesa. Poco dopo fu nominato amministratore apostolico della diocesi di Milano, senza obbligo di residenza. Si impegnò coscienziosamente nel suo lavoro, soprattutto nell’ultimo periodo del Concilio di Trento e nella sua delicata fase conclusiva. Avvertì allora sempre più vivo il richiamo a una dedicazione più generosa al Signore. Gli incontri, le letture, le relazioni con personalità impegnate per la restaurazione della vita cristiana tracciarono il cammino verso una totale dedizione al ministero pastorale. Chiese di ricevere l’ordinazione sacerdotale, che gli fu conferita il 17 luglio 1563; e il 7 dicembre dello stesso anno, nel giorno dell’ordinazione di sant’Ambrogio, si fece consacrare vescovo. Ritenendosi, in forza dell’ordinazione, arcivescovo di Milano a tutti gli effetti, presentò al papa il 25 gennaio 1564 la richiesta del pallio: in realtà la nomina canonica ad arcivescovo gli giunse soltanto nel maggio di quello stesso anno. In obbedienza ai decreti del Concilio di Trento, decise di lasciare Roma e di trasferirsi a Milano per dimorare in mezzo al gregge che gli era stato affidato. Si consacrò totalmente al ministero episcopale, dando a tutti esempio di intensa preghiera, di ammirevole impegno pastorale, di austera penitenza. Attese con straordinaria energia all’opera della riforma, celebrando diversi concili provinciali e numerosi sinodi, visitando con assiduità la sua vasta arcidiocesi, istituendo i seminari per la formazione del clero, riconducendo le famiglie religiose alla giusta disciplina. Lasciò vari scritti, utili soprattutto ai vescovi per ben governare, e promosse la redazione del Catechismo dei parroci. Uomo di grande costanza e personalmente schivo, difese con fermezza i diritti e la libertà della Chiesa. Durante la peste organizzò l’assistenza ai malati e curò personalmente l’amministrazione dei sacramenti, giungendo a spogliare delle suppellettili la sua casa per dare sollievo all’indigenza. Mentre si trovava nella solitudine del Sacro Monte di Varallo per trascorrere alcuni giorni in profonda meditazione della passione di Cristo, fu assalito dalla febbre. Tornato a Milano, il male si aggravò: con gli occhi fissi al Crocifisso, morì il 3 novembre 1584. L’1 novembre 1610 papa Paolo V lo iscrisse nell’albo dei santi.

Efesini

Ef 4, 1b-7. 11-13
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Per noi.

  • Quale sapienza vogliamo attingere da San Carlo?
  • Quale modello di vita vogliamo ricavare per noi?

Credo che siano queste le domande che dobbiamo farci oggi, se vogliamo che questo giorno non sia solo un giorno di ricordo, di commemorazione, ma un giorno di vita per noi e per la nostra Chiesa.

Credo che anche noi tutti siamo chiamati ad attingere la sapienza della condivisione. Siamo in un altro tempo, siamo in un’altra epoca, ma vale per tutti il richiamo a diventare uomini e donne dello Spirito che sanno condividere la vita e ogni bene che in essa ci viene riservato. Siamo chiamati ad una condivisione non solo delle cose, ma anche del tempo, delle preoccupazioni, della visione sul mondo e sulla società che tutti dobbiamo avere. Il nostro impegno sia quello per una condivisione della fede, perché solo dal confronto delle esperienze nasce quel desiderio di unità e di reciproco sostegno che fa bene a tutti e che salvaguarda la stessa esperienza di fede di ciascuno.

Anche noi, poi, siamo chiamati a vivere quella sapienza di vita che è il non abbandono. In un’altra epoca di pandemia, anche noi siamo chiamati a questa forma di solidarietà e di condivisione, che, ancor prima di essere una condivisione di cose, è un richiamo a condividere l’esperienza di vita con coloro che sono stati o sono meno fortunati di noi. La vicinanza, l’affetto, la preghiera di intercessione per i malati e per i morti sono le espressioni di questa sapienza che viene da Dio.

Ecco cosa chiederei a San Carlo in questo giorno a lui riservato e a lui dedicato. Chiediamolo tutti insieme, come dono per la Chiesa di Milano.

San Carlo, pastore provvidente, uomo saggio e sapiente, interceda per noi.

2020-11-04T14:34:54+01:00