Domenica 05 aprile

Settimana Autentica – Domenica delle Palme

Lo Spirito Santo è Cristo stesso che abita nel cuore dei credenti. I battezzati sono la casa in cui lo Spirito Santo ha posto la sua dimora. Lo Spirito Santo ci garantisce la permanente presenza di Gesù e la sua comunione. Egli ci dà una giusta conoscenza del suo essere e del suo volere, ci insegna e ci ricorda tutto ciò che Cristo ci ha detto, ci guida a tutta la verità perché non ci manchi nulla nella conoscenza di Cristo, perché riusciamo a sapere ciò che viene detto da Dio. Non incertezza ma chiarezza sono prodotti in noi dallo Spirito Santo. Perciò possiamo camminare nello Spirito e procedere con sicurezza. Legati a Cristo e alla sua presenza, si assumerà una sicurezza assolutamente degna di fiducia.  ”. Anche in questa ultima domenica prima della pasqua, proprio mentre iniziamo quella settimana che chiamiamo “autentica”, perché ci farà rivivere uno per uno tutti i momenti della passione, morte e risurrezione della vita di Cristo, premetto alla riflessione una citazione sempre di Bonhoeffer, che ci aiuta a rileggere le scritture mentre vogliamo commentare l’ultimo articolo del credo che ci rimane. Come ho già avuto modo di dire, avevo tralasciato l’articolo sullo Spirito Santo perché è proprio dallo Spirito che siamo introdotti e condotti in questa “settimana santa” che ci sta davanti.

L’ articolo del Credo:

Credo nello Spirito Santo…

Vangelo

Gv 11,55-12,11
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Egli ci guida alla verità perché non ci manchi nulla nella conoscenza di Cristo…”. Sembra scritto apposta per lei, per Maria di Betania. Quella donna che aveva accolto molte volte il Signore Gesù nella sua casa, quella donna che certo lo aveva servito con Marta, quella donna che, più di tutto, aveva desiderato la sua parola, quella donna che aveva sfidato tutte le consuetudini del tempo, mettendosi anche lei a sedere tra i discepoli per ascoltare ciò che il Maestro diceva e insegnava anche nella sua casa. È così, nell’ascolto e nel servizio che Maria di Betania aveva imparato a conoscere il Maestro. Poi accadde ciò che noi abbiamo contemplato e meditato la scorsa settimana: la risurrezione del fratello Lazzaro, dopo i giorni del lutto e del pianto. È in quell’occasione che Maria ha definitivamente capito la potenza di Cristo, ha compreso la sua identità di Figlio di Dio, il suo essere quel Messia atteso e invocato che, finalmente, si faceva presente in mezzo al suo popolo. È per questo che, in questa nuova occasione, Maria, certamente per ispirazione dello Spirito Santo, sente che deve prendere la cosa più preziosa che ha per donarla a Gesù. Ecco quell’olio, quel profumo pregiatissimo – costava come la paga di un salariato di un anno!- da spargere sui piedi di Gesù. Certo, uno spreco, se vogliamo ben vedere, ma è davvero uno spreco ciò che si utilizza per obbedire alla voce interiore dello Spirito? È davvero uno spreco ciò che si fa con il cuore, mossi dalla retta intenzione, per esprimere, con un gesto, la propria certezza di fede? No, se stiamo alle parole del Signore, che premia quel gesto perché conosce che quella donna ha compreso la sua vera identità. Quella donna ha voluto compiere un gesto di amore per rispondere a quella rivelazione di amore che aveva avuto e che, per l’azione dello Spirito Santo, sentiva presente dentro di sé. Ella è certa di quello che sta facendo e non si lascia fermare da nulla.

Al contrario di Giuda, che si è ormai chiuso alla azione illuminatrice dello Spirito Santo, come vedremo anche molto bene nei prossimi giorni di passione. Per questo egli non può più comprendere ciò che avviene, non può capire che quel gesto è una risposta di amore per la rivelazione dell’Amore. Ecco il perché di quella travisare anche la volontà di Dio. Solo per avidità egli dice: “perché non si è venduto questo profumo per più di 300 denari e non si sono dati ai poveri?”. Giuda, senza lo Spirito Santo, non riesce più nemmeno a comprendere quello che il Signore aveva insegnato anche a lui. La sua non è più vicinanza ai poveri e nemmeno vicinanza a Cristo. Chi vive lontano dallo Spirito Santo non riesce più a comprendere nessuna delle verità rivelate da Cristo. Senza lo Spirito Santo si è incapaci di amare. È per questo che, nella passione, vedremo Giuda completamente avvolto nel mistero delle tenebre, cioè completamente in preda al male. Chi vive lontano dallo Spirito è senza l’aiuto di Dio. Sarà questa anche la sua incertezza di vita, quella che lo porterà, poche ore dopo l’arresto del Signore, a cercare la morte.

Isaia

Is 52, 13 – 53, 12
Lettura del profeta Isaia

Così dice il Signore Dio: / «Ecco, il mio servo avrà successo, / sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. / Come molti si stupirono di lui / – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto / e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, / così si meraviglieranno di lui molte nazioni; / i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, / poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato / e comprenderanno ciò che mai avevano udito. / Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? / A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? / È cresciuto come un virgulto davanti a lui / e come una radice in terra arida. / Non ha apparenza né bellezza / per attirare i nostri sguardi, / non splendore per poterci piacere. / Disprezzato e reietto dagli uomini, / uomo dei dolori che ben conosce il patire, / come uno davanti al quale ci si copre la faccia; / era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. / Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori; / e noi lo giudicavamo castigato, / percosso da Dio e umiliato. / Egli è stato trafitto per le nostre colpe, / schiacciato per le nostre iniquità. / Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; / per le sue piaghe noi siamo stati guariti. / Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, / ognuno di noi seguiva la sua strada; / il Signore fece ricadere su di lui / l’iniquità di noi tutti. / Maltrattato, si lasciò umiliare / e non aprì la sua bocca; / era come agnello condotto al macello, / come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, / e non aprì la sua bocca. / Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; / chi si affligge per la sua posterità? / Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, / per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. / Gli si diede sepoltura con gli empi, / con il ricco fu il suo tumulo, / sebbene non avesse commesso violenza / né vi fosse inganno nella sua bocca. / Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. / Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, / vedrà una discendenza, vivrà a lungo, / si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà le loro iniquità. / Perciò io gli darò in premio le moltitudini, / dei potenti egli farà bottino, / perché ha spogliato se stesso fino alla morte / ed è stato annoverato fra gli empi, / mentre egli portava il peccato di molti / e intercedeva per i colpevoli».

Nel “Credo niceno-costantinopolitano”, riferendoci allo Spirito Santo, diciamo anche che “ha parlato per mezzo dei profeti”. La prova ci viene dalla prima lettura. Il profeta Isaia, nella sua opera, ha scritto 3 componimento assolutamente singolari, denominati “carmi del servo”. Il protagonista di questi canti è “il servo del Signore”, certamente un personaggio storico al quale il profeta si riferisce e che tuttavia rimane privo di identificazione. Questi carmi si comprendono molto bene solo alla luce della rivelazione di Cristo. Il profeta, ispirato dallo Spirito Santo, ha composto parole che avrebbero svelato il loro pieno senso e significato solo a partire dalla passione, morte e risurrezione del Signore. “Non ha apparenza, non ha bellezza… disprezzato dagli uomini, uomo che ben conosce il patire, si è addossato i nostri dolori, per le sue piaghe siamo stati guariti”: sono parole che ci aiutano a stare davanti alla Croce, sono parole che ci aiutano nella difficile preghiera davanti all’uomo dei dolori, davanti al Cristo che soffre, lotta, prega per ciascuno di noi e porta a termine quella salvezza di cui anche noi, per grazia, siamo resi partecipi. “Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori”. Non capiremo mai queste parole se non mettendoci davanti al Crocifisso e supplicando il Padre di mandarci lo spirito Santo per comprendere quella sua misteriosa volontà di salvezza che si attua proprio nella passione, morte e risurrezione del Signore.

Efesini

Eb 12,1b-3
Lettera agli Ebrei

Fratelli, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

Così come anche l’autore della lettera agli Ebrei, un cristiano dell’ambiente di San Paolo, era certamente ricolmo di Spirito Santo quando scriveva: “deposto il peso e tutto ciò che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede”. È lo Spirito Santo che ci ha guidato in questo nostro tempo quaresimale che, anche nella ristrettezza della quaresima che abbiamo vissuto, ci ha aiutato a riflettere sul senso del peccato. È lo Spirito Santo, che abbiamo detto fin dalla prima domenica, ci ha condotto nel deserto di questi giorni, che forse abbiamo anche assaporato maggiormente nella modalità con cui abbiamo vissuto questo tempo forte. È lo Spirito che ci guiderà anche in questi giorni se vorremo tenere fisso lo sguardo su Gesù, colui che perfezione la nostra fede e la porta a compimento.

È solo chiedendo allo Spirito Santo di agire in noi che potremo capire il perché di quella scelta di Cristo di obbedire fino in fondo alla volontà di Dio ed accettare quella sofferenza per noi tutti inimmaginabile che vedremo nei prossimi giorni del Triduo Santo.

Per  noi

Anche oggi, pur ancora in questa lontananza che ha segnato la nostra Quaresima e che ci pesa e intristisce, non vogliamo perdere l’occasione per cercare di approfondire questo articolo del credo.

Credo nello Spirito Santo è ciò che dovremmo dire non a parole ma invocando ogni giorno questa fiamma di amore nella nostra coscienza e nel nostro cuore. Con il “Gloria”, con la preghiera allo Spirito Santo nel “discendi Santo Spirito”, con le giaculatorie, possiamo rinnovare in noi il possesso di quello Spirito che dice già il desiderio di vivere sotto la sua guida e con il suo aiuto.

Credo nello Spirito Santo è ciò che noi diciamo con la nostra vita, quando sappiamo compiere gesti di amore autentico, fraterno, spontaneo. Qualsiasi gesto di amore nasce dallo Spirito e ci conduce a Dio, autore e fine di ogni bene nel mondo.

Credo nello Spirito Santo è ciò che dovremmo premettere a qualsiasi lettura biblica, chiedendo allo Spirito di aprirci la mente perché possiamo comprendere ciò che leggiamo nel nome del Signore.

Credo nello Spirito Santo è ciò che dobbiamo ripeterci quando siamo stanchi, sfiduciati, depressi, tristi, o, al limite, disperati. La preghiera allo Spirito Santo, immergendoci nell’amore di Dio, dona coraggio, fortezza, desiderio di vivere, pace, sapienza.

Credo nello Spirito Santo ci permette di camminare, ogni giorno, verso la santità. “Il miracolo sarebbe la santità”, insegnava il cardinale Corti. Il “miracolo” che è la nostra santità è prodotto dalla santificazione che Dio opera nel nostro cuore, se noi lo desideriamo e se noi glielo permettiamo, invocando e vivendo quei 7 doni di cui lo Spirito Stesso è portatore.

Credo nello Spirito Santo che ci dona di procedere “sicuri” nella vita. Non dona fierezza degli orgogliosi, ma con quell’umiltà dei figli di Dio che diventa sicurezza di fede.

Per concludere.

Vorrei anche oggi concludere con un’altra citazione di Bonhoffer, una sua poesia.

 

Siamo vicini al Venerdì santo e alla Pasqua,
ai giorni delle azioni strapotenti
compiute da Dio nella storia;
delle azioni nelle quali il giudizio di Dio e la grazia di Dio
divennero visibili a tutto il mondo:
giudizio in quelle ore,
in cui Gesù Cristo,
il Signore, pendette dalla croce.
Grazia in quell’ora,
in cui la morte fu inghiottita dalla vittoria.
Non gli uomini hanno fatto qui qualcosa,
no, soltanto Dio lo ha fatto.
Egli ha percorso la via verso gli uomini
con infinito amore. Ha giudicato
ciò che è umano.
E ha donato grazia
al di là del merito.

 

Stiamo vicini a Cristo che muore e risorge per noi: la grazia “strapotente” dello Spirito abiterà in noi e ci farà camminare verso la santità della vita.

Credo nello Spirito Santo

Omelia di S. S. Benedetto XVI nella Pentecoste 2009

Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.

Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.

Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!

L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.

Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.

Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!”.

2020-04-05T08:52:24+02:00