Domenica 05 settembre

Settimana della 1 domenica dopo il martirio – Domenica

Per introdurci

Unita, libera, lieta. Così l’Arcivescovo, che mercoledì inaugurerà il nuovo anno pastorale, sogna la Chiesa di Milano che siamo anche noi.

  • Come essere uniti, lieti, liberi?

All’inizio di un nuovo anno pastorale, cerchiamo di rileggere insieme le scritture per capire come possiamo accedere a questa visione di Dio, della Chiesa, del mondo.

Isaia

Is 29, 13-21
Lettura del profeta Isaia

Dice il Signore: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani, perciò, eccomi, continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti». Guai a quanti vogliono sottrarsi alla vista del Signore per dissimulare i loro piani, a coloro che agiscono nelle tenebre, dicendo: «Chi ci vede? Chi ci conosce?». Che perversità! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: «Non mi ha fatto lui»? E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce»? Certo, ancora un po’ e il Libano si cambierà in un frutteto e il frutteto sarà considerato una selva. Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele. Perché il tiranno non sarà più, sparirà l’arrogante, saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla.

Ebrei

Eb 12, 18-25
Lettera agli Ebrei

Fratelli, voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Non potevano infatti sopportare quest’ordine: «Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata». Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: «Ho paura e tremo». Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele. Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra, a maggior ragione non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli.

Vangelo

Gv 3, 25-36
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Nacque una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire». Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Isaia

La riflessione sulla libertà della fede ci viene ben proposta da Isaia. Il profeta vede un pericolo imminente nel suo popolo ma al quale sempre dare attenzione in ogni cammino di fede e in ogni momento di cammino come popolo di Dio. Isaia sa bene che la fede di Israele è iniziata come ricerca, pensiamo ad Abramo. Sa bene che è continuata senza troppi schemi, fino a Mosè, il quale ha dato una legge, ha imposto delle norme di comportamento etico, non già per chiudere il discorso della fede entro alcune norme, ma per indicare una via di accesso al mistero. Eppure tutto questo ha creato un modo di vivere la fede lontano dall’intuizione originaria dei padri. La fede è stata resa “un imparaticcio di precetti umani”, ovvero una riduzione banalizzante la fede stessa. Isaia se la prende con forza, come abbiamo sentito, contro tutti coloro che rendono la fede un’obbedienza cieca alle piccole norme che sostituiscono il gusto per la ricerca del volto di Dio, la fatica del dialogo con Dio, la bellezza di una domanda interiore che riesce finalmente a trovare una risposta ma solo dopo un lungo e laborioso cammino.

Peggio ancora chi banalizza in toto la fede. C’è chi dice: “chi vede, chi se ne cura?”, domande che aprono il cuore a quella libertà che diventa arbitrio, per cui ognuno agisce come meglio gli pare, pretendendo di divenire arbitro del bene e del male, senza più nessun riscontro o contatto con la Parola di Dio e con la rivelazione del suo mistero.

Contro questa pretesa di alcuni, ecco la parola del profeta: “Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele”. Contro chi pensa che Dio non si prenda cura dell’uomo e a differenza di chi rende la religione una risposta a norme e codici, sta la proposta degli umili di Dio, coloro che, nella piena libertà che viene proprio dalla fede, riescono a vedere l’azione di Dio nel mondo e ne gioiscono.

Ebrei

È, invece, la seconda lettura che ci parla di una chiesa gioiosa, lieta, esultante. L’autore della lettera agli Ebrei ben lo diceva: la chiesa è gioiosa non perché si è accostata a quei segni terribili di cui ci parla il primo testamento, spettacolari e terrificanti. Il cristiano non si rallegra per una legge estrinseca a cui obbedire senza appello all’intelligenza e alla libertà. Piuttosto il credente  conosce la verità predicata dall’autore di questo testo: “Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore”. La gioia del credente è questa: egli sa di essere stato salvato dal sangue di Cristo e vede attorno a sé una molteplicità di testimoni che lo guidano verso quell’incontro con Dio che è la vera meta alla quale mirare, verso la quale progredire, rispetto alla quale occorre sempre essere pronti sempre a fare un passo in più. Il credente vede la gioia dei santi, vede la gioia dei beati, considera il loro tenore di vita, cerca di imitarlo nella propria esistenza. Il popolo dei cristiani è un popolo di gente gioiosa, che accetta le sfide della vita e che continua a camminare sorretto dalla presenza del Signore.

Vangelo

Sull’unità del “gregge”, invece, predicava proprio il Signore. Dopo il Battesimo del Signore, quando Giovanni è ancora in vita ma anche Gesù ha iniziato il suo ministero, c’è chi vede una sorta di rivalità tra i due. C’è qualche discepolo di Giovanni il Battista che sembra indispettito dalla predicazione del Signore e si lamenta con il suo maestro perché molti accorrono a Lui. C’è, evidentemente, chi vede in Gesù un antagonista di Giovanni, un concorrente pericoloso.  Giovanni che interviene, con la sua intelligenza e con la sua fede. Un uomo pieno di umiltà che sa esclamare: “lui deve crescere, io diminuire”. Giovanni sa che il suo ministero era in ordine a quello del Signore. Ora che il Signore è presente la sua predicazione ha esaurito il suo mandato. Non c’è più bisogno della sua presenza, della sua testimonianza. Giovanni, come abbiamo anche sentito nella ricorrenza del suo martirio, è proprio l’uomo libero che torna nel deserto per fuggire quella visione della fede che la rendeva un imparaticcio di precetti umani. È l’uomo che torna nel deserto per imparare, dalla solitudine, quale grande numero di testimoni sia di fronte a coloro che vogliono prendere il cammino di fede come un appello alla libertà personale. Giovanni è anche l’uomo della gioia, la gioia che viene dal voler vedere il volto di Dio, ma anche la gioia che viene dal sapere che il cammino di fede è sorretto da tutti coloro che cercano, con la propria libertà, di accedere al mistero di Dio. L’unico progetto di vita che rende pienamente lieto e libero l’uomo.

Per noi

  • Che idea abbiamo della libertà della fede?
  • La fede è fonte di gioia?
  • Cosa diciamo dell’unità della chiesa?

Credo che su queste tre domande siamo tutti chiamati a prendere una posizione personale.

Io credo che molti di noi e spesso i giovani, abbiano l’idea che la fede sia proprio un “imparaticcio di precetti umani”.  Sono coloro, che per esempio, si limitano ad avere “obblighi” della fede: andare a Messa, dire qualche preghiera, vivere qualche sacramento. Il minimo sindacale possibile! Oppure credo che appartengano a questa posizione coloro che si ribellano a regole e precetti, a norme e imposizioni, abbandonando la propria appartenenza alla Chiesa. Visioni, queste, che lasciano perplessi.  La fede, lo diciamo spesso, è cammino, è ricerca, è cuore e anima, non è un percorso nel quale basta giocare al minimo. Eppure questa è l’idea che hanno molti, moltissimi.

Così pure mi pare di vedere che ci sono davvero molte persone per le quali la fede non è gioia, non è propensione alla comunione dei santi, non è felicità di un incontro. Anzi, sono molti coloro che considerano la fede una noia, qualcosa che spegne la felicità dell’uomo. Evidentemente non hanno la visione della lettura, quella visione di condivisione con il cammino dei santi, quella visione di comunione in attesa della visione del volto di Dio, che corrisponde alla gioia perfetta.

Su questi due temi la revisione che ci propone la Parola di Dio è personale. Ciascuno di noi è invitato intanto a rivedere la sua personale posizione, ma poi anche a riflettere sula proposta di cammino che viene fatta a ciascuno. Proprio per rispondere a questi interrogativi è stata pensata la proposta di approfondimento biblico o catechetico di quest’anno.

La riflessione sull’unità della chiesa è urgente anche per noi. Nell’attuale situazione, credo che sia un richiamo che il vescovo vuole proporre a tutti in un momento storico particolare nel quale siamo chiamati anche a far riprendere molte cose. Certo la gioia della fede, la libertà nella ricerca del volto di Dio, aprono una molteplicità di cammini per tutti i credenti. Cammino che hanno tutti uno specifico particolare. Ma al di là dello specifico, occorre rimarcare con forza l’unità generale che, nella Chiesa, occorre coltivare. È questo il senso più profondo della comunità pastorale o, se vogliamo, della parrocchia, luogo dove si fondono i diversi cammini e dove la comunione deve essere tangibile, reale. Specie in questo tempo storico non hanno proprio senso le piccole invidie, i confronti che esprimono solamente la chiusura della mente, la limitatezza del pensiero, l’incongruenza con lo stesso cammino che si intende percorrere, dal momento che la Chiesa  cattolica, e cioè universale, è illimitata, senza confini, protesa e aperta a tutti.

Così vorrei che vivessimo le prossime domeniche di festa, come un’espressione corale di condivisione, di libertà, di gioia. Credo proprio che potrebbe essere questo il modo più bello per vivere l’inizio di questo anno pastorale.

Maria, donna che ha fatto della propria ricerca di fede una espressione della libertà e della gioia, donna che ha sempre lavorato per l’unità della Chiesa, vegli su di noi e, ancora una volta, ci indichi la strada da percorrere.

San Maurizio, patrono che tra poco festeggeremo, ci guidi ad una più vera comprensione di ciò che il nostro Vescovo ci chiede.

2021-09-03T11:12:26+02:00