Mercoledì 09 giugno

Settimana della 2 domenica dopo Pentecoste – Mercoledì

Vangelo

Lc 5, 33-35
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. I farisei e gli scribi dissero al Signore Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».

Vivere la vita come attesa.

A dirlo è anzitutto il Vangelo. Perché Giovanni e i suoi discepoli pregavano e digiunavano? Perché molti pii ebrei pregavano e digiunavano? La risposta è una sola. Perché sia il popolo di Israele in generale, sia i discepoli di Giovanni in particolare, cercavano di esprimere quel senso di attesa di cui era pervasa la loro vita. Attesa del Messia, attesa della manifestazione di Dio, dinamica della fede molto presente nel popolo eletto, specie al tempo di Giovanni il Battista che predicava l’imminente venuta del Messa e la manifestazione del Signore.

Perché i discepoli non digiunano? Perché hanno il Messia presente. Non c’è alcun bisogno di digiunare. Quando il Messia sarà loro tolto, quando dovranno imparare ad attendere la sua ulteriore manifestazione, allora impareranno anche a digiunare di nuovo e ad attendere il suo ritorno. È solo chi attende qualcosa che può digiunare! Altrimenti il digiuno è una pratica che si oppone alla vita e al suo buon senso.

Esodo

Es 12, 35-42
Lettura del libro dell’Esodo

In quei giorni. Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali accolsero le loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani. Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi. Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio. La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto. Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.

Non avevano digiunato ma nemmeno avevano avuto il tempo di cucinare i pii Israeliti che si mossero dietro a Mosè e iniziarono l’Esodo. Non avevano avuto tempo di far lievitare la pasta e, per questo, avevano cotto focacce azzime, da portare con sé durante il cammino che iniziava. Attendevano con fede quel cammino, attendevano con vivo senso di speranza il ritorno nelle loro case, attendevano una vita nuova e, per questo, offrivano a Dio il dono di un cuore capace anche di sopportare alcune fatiche della vita, pur di non perdere quel dono di vita nuova che era loro stato promesso. Attesa che sarebbe durata 40 anni: tutto il tempo dell’Esodo, tutto il tempo del deserto, tutto il tempo che li distanziava da quella terra promessa che avrebbe reso possibile una vita nuova. Due attese molto diverse, eppure rese simili da un unico atteggiamento di fede! L’attesa della manifestazione del Signore.

Per noi

Tutti diciamo di fare molta fatica con la pratica del digiuno che, tra l’altro, riserviamo solamente ad alcuni momenti dell’anno. Talvolta diciamo anche di fare fatica a pregare, di non sapere bene come fare, o di non trovare tempo per la preghiera. Forse la domanda non dovrebbe tanto essere quella che ci spinge a domandarci quali sono le fatiche che proviamo nell’uno o nell’altro caso. Piuttosto dovremmo chiederci:

  • Io cosa attendo?

Perché se non attendo niente per la mia vita, o se attendo solo la realizzazione di qualcosa di molto concreto, contingente, “umano”, allora abbiamo già la risposta del perché fatichiamo a digiunare e a pregare. Quando manca un orizzonte, quando manca un’attesa, quando manca il senso delle cose, allora alcune pratiche diventano difficili o, addirittura, impossibili. Quando, invece, si attende un incontro, quando si percepisce che la vita è un’attesa di Dio, allora diventano possibili tutte quelle pratiche di fede che aiutano a sostenere il cammino nell’attesa di quell’incontro.

Oltre ad esaminare la nostra coscienza, dovremmo anche esaminare la nostra testimonianza. Se i nostri giovani, se i nostri figli, i nostri nipoti, non attendono altro che qualcosa che possa realizzare il loro lavoro, i loro affetti, la loro vita per quanto attiene ai suoi aspetti più concreti, ecco, allora dovremmo mettere in discussione proprio la nostra testimonianza. Forse, se accade questo, è perché non siamo stati abbastanza in grado di testimoniare che la vita è e deve essere attesa del tempo di Dio, attesa delle cose di Dio, attesa di tutto quello che fa parte di ciò che avverrà. Anche noi siamo troppo concentrati sul lavoro, sulla salute, sulla famiglia, sulla casa, sui soldi… su tutte quelle cose che ci sono necessarie ma che, se esagerate, spengono il desiderio di vedere il volto di Dio, che giustifica l’ascesi, la preghiera e ogni altra pratica cristiana.

Il Signore continui a guidarci nell’attesa della sua piena e definitiva manifestazione.

2021-06-07T10:26:34+02:00