Settimana autentica – lunedì
La paura di comparire davanti al Figlio dell’Uomo
Entriamo in una settimana del tutto particolare, la settimana “autentica” chiamata così perché ci fa rivivere, nella singolarità dei giorni, gli eventi che hanno caratterizzato la vita di Cristo negli ultimi giorni della sua presenza tra noi. Conosciamo bene le grandi storie che rileggiamo in questi giorni: Tobia e Giobbe. Per questo vorrei concentrarmi sul Vangelo per vedere quali atteggiamenti di paura ci sono nei personaggi che popolano le pagine che la Chiesa ci propone in questi giorni.
La Parola di Dio per questo giorno
GIOBBE 2, 1-10
Inizia la lettura del libro di Giobbe
Accadde, un giorno, che i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, e anche Satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui per rovinarlo, senza ragione». Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!». Ma egli le rispose: «Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra.
SALMO Sal 118 (119), 153-160
La tua legge, Signore, e fonte di pace.
Vedi la mia miseria e liberami,
perché non ho dimenticato la tua legge.
Difendi la mia causa e riscattami,
secondo la tua promessa fammi vivere. R
Lontana dai malvagi è la salvezza,
perché essi non ricercano i tuoi decreti.
Grande è la tua tenerezza, Signore:
fammi vivere secondo i tuoi giudizi. R
Molti mi perseguitano e mi affliggono,
ma io non abbandono i tuoi insegnamenti.
Ho visto i traditori e ne ho provato ribrezzo,
perché non osservano la tua promessa. R
Vedi che io amo i tuoi precetti:
Signore, secondo il tuo amore dammi vita.
La verità è fondamento della tua parola,
ogni tuo giusto giudizio dura in eterno. R
TOBIA 2, 1b-10d
Inizia la lettura del libro di Tobia
In quei giorni. Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, va’, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio». Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio?». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l’hanno strangolato un momento fa». Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: «Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento». E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti». Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli.
VANGELO Lc 21, 34-36
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Vangelo
Il primo giorno della settimana autentica vede, tra i protagonisti diretti della riflessione evangelica, proprio i discepoli, che avranno poi grande parte nel proseguimento della settimana. I discepoli sono “in disparte” con il Signore. Sappiamo che il Signore passò questo tempo in solitudine, prima di rientrare a Gerusalemme per vivere quegli eventi di cui sarebbe stato il protagonista unico e solo. È in questa occasione che Gesù trova il tempo propizio per un’ultima istruzione ai discepoli. Sapendo ciò che è ormai imminente, sapendo ciò che riguarderà la sua persona, il suo ministero, la sua fine, Gesù aiuta il discepolo ad entrare in quella che il Vangelo di Giovanni chiama “l’ora” della vita di Gesù, cioè il suo compimento. Gesù propone un invito alla vigilanza: “badate che i vostri occhi non si appesantiscano in ubriachezze e affanni della vita”. Possiamo immaginare il contesto della festa, il darsi da fare di ciascuno per vivere al meglio la festa di Pasqua che, come anche noi sappiamo bene, comporta una serie di preparativi e di affanni di non poco conto. Gesù rilancia: “badate che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso”. Molte volte Gesù aveva già istruito il discepolo perché imparasse a riflettere sul valore del tempo e sul senso di attesa dell’incontro con Dio che deve pervadere tutta la vita di fede. Gesù offre se stesso come esempio. Sapendo che di lì a pochi giorni sarebbe terminata la sua vita, Egli pensa sempre al Padre e vive nell’attesa dell’incontro con Lui. Così dovrà fare anche il discepolo. Ma mentre quello di Gesù è un desiderio grande, unico, forte, potrebbe essere che l’uomo, invece, avverta la paura dell’incontro con Dio. “Vegliate in ogni momento, perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo”: Gesù propone la virtù della vigilanza, perché ciascuno sia sempre pronto ad entrare al cospetto di Dio. Parole difficili, alle quali si pensa poco nel vigore dei giorni, quando tutto va bene, quando il pensiero della morte è lontano. Difatti, come in tante altre occasioni trasmesseci dal Vangelo, i suoi discepoli non comprendono quello che viene detto. Conservano il ricordo di queste parole nel cuore, ma non riescono a penetrare fino in fondo quello che Gesù ha da dire e quello che Gesù vuole dire. Parole difficili anche per noi, dobbiamo ammetterlo.
Noi e la paura di comparire davanti al Figlio dell’Uomo
Forse, ormai, solo i più anziani tra noi credono ancora a quella verità di fede che chiamiamo “giudizio” che segna il passaggio tra la vita attuale e la vita eterna. Credo che i più giovani o non sappiano proprio di che cosa si tratta o non avvertano minimamente la responsabilità della nostra libertà e il giudizio che, alla fine dell’esistenza, saremo chiamati a riconoscere. Riconoscere il giudizio, cioè vedere, nella luce della verità di Dio, quale è stato l’esito della nostra libertà. Quella libertà che adesso difendiamo con tenacia e alla quale concediamo di tutto. Un giorno potremmo avere un giudizio diverso. Quando vedremo veramente a cosa è giunta la nostra libertà, di cosa è stata capace, cosa ha realisticamente prodotto.
Per uscire dalla paura
Nel rispetto della verità della fede, non dobbiamo però cadere nell’atteggiamento inverso, ovvero nel vedere con paura un giudizio da parte di Dio come se fosse qualcosa che dall’esterno sarà affibbiato a noi. Il giudizio altro non sarà che il riconoscimento di ciò che abbiamo cercato, fatto, detto. Non un’implacabile accusa su tutte le cose della nostra vita dalla quale noi dovremo cercare, in qualche modo, di difenderci. Piuttosto una luce che renderà tutto comprensibile. Già certi che il perdono di Dio c’è, già certi che sarà a quella luce che riconosceremo ciò che, ora, non è proprio possibile vedere, noi attendiamo il giudizio con la fiducia di chi si lascia educare. Come il discepolo, al quale viene richiamato che il cuore di tutta la vita credente è l’attesa, la vigilia, il gusto per scoprire le cose poco alla volta, nella costante attesa del loro compiersi in Dio. Ecco perché occorre eliminare ogni paura. Se Dio è Padre buono e misericordioso, l’ultimo suo dono sarà quello della luce della verità alla quale ogni cosa prenderà il suo giusto verso e acquisterà senso. Se a quella luce ci saranno cose di cui chiedere perdono, la misericordia di Dio farà il resto.
Esercizio quaresimale
- Quaresima è anche il tempo per prepararsi al giudizio di Dio: come mi sono preparato ad esso?
- Come vedo questo giudizio di Dio sulla mia vita?
- Che misericordia posso invocare?
- Posso ancora cambiare rotta su molte cose: su cosa è bene che mi concentri?
Proposito quaresimale
Mi impegno a vigilare, in qualche modo, davanti alla Santa Croce o alla Santa Eucarestia, in questi giorni.