Domenica 11 settembre

2 Domenica dopo il martirio

Per introdurci

Chissà quante volte anche noi abbiamo vissuto in prima persona questa parabola. Vuoi perché siamo stati come il primo figlio, vuoi perché siamo stati come il secondo figlio, vuoi perché siamo stati al posto del padre. Ma:

  • Cosa significa fare la volontà di Dio?
  • A che concetto corrisponde e, ancora di più, a quali opere ci richiama?

La Parola di questa domenica

LETTURA Is 5, 1-7
Lettura del profeta Isaia

Così dice il Signore Dio: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi».

SALMO Sal 79 (80)

La vigna del Signore è il suo popolo.

Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
e arrivavano al fiume i suoi germogli. R

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. R

Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. R

EPISTOLA Gal 2, 15-20
Lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore. In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

VANGELO Mt 21, 28-32
 Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Vangelo

Le risposte alla domanda “cosa significa fare la volontà del padre?” contenute nelle scritture di questo giorno sono tre, una per lettura.

Il Vangelo ci dice anzitutto che può interrogarsi sulla volontà di Dio e può compiere la volontà di Dio, solo chi vive una relazione forte con il padre. Solo chi ha una relazione vera, profonda, sincera con il padre può compiere la sua volontà. Esattamente come il primo figlio. Egli è sincero: dice al padre quello che ha immediatamente nel cuore, non si preoccupa di ferirlo, dice la verità di quello che pensa. Eppure, si capisce bene che egli tiene molto alla relazione con il padre, tanto che, in un secondo momento, quando le cose sono più ferme, quando non c’è da rispondere sull’onda delle emozioni, questo figlio ripensa a quello che ha detto e cambia parere. Riconoscendo di aver rattristato in qualche modo il padre e, ancor più, riconoscendo che ciò che sta per fare non gratificherà nemmeno la sua persona, torna sui suoi passi e compie ciò che il padre gli ha detto.

A differenza del fratello, il secondo figlio, che vive un amore formale verso il padre e un rispetto solo legato al ruolo. Egli è obbediente solo formalmente: non gli interessa, in verità, ciò che il padre propone. Egli ha una relazione solo di lontananza con suo padre: accorcia il dialogo, quasi lo spegne, accada quello che accada ma l’importante è che lui sia disturbato il meno possibile. In fondo questo figlio è egoista, pensa solo a sé stesso, al suo interesse, al suo tornaconto, a non essere disturbato da nulla.

Così la parabola ci dà una prima risposta alla domanda: chi può fare la volontà del Padre? Il vangelo ci risponde dicendoci: solo chi ha una relazione seria e profonda con Dio, solo chi vive una relazione autentica e vera, solo chi si interroga davvero sulla presenza di Dio nei propri giorni riesce ad avere una chiara percezione di cosa il Padre chiede alla vita di ciascuno e riesce a realizzare il suo progetto di amore. Compiere la volontà del Padre, infatti, significa mettersi a disposizione di un progetto di amore che ci precede, che ci trascende, che ci illumina, ci sostiene, ci guida sempre.

Isaia

Così anche il profeta. Abbiamo riletto una delle pagine classiche del profetismo. Anche il profeta ha capito che Israele non riesce a vivere la volontà di Dio perché non considera la sua vocazione. La vocazione di chi è chiamato ad essere collaboratore di Dio, la vocazione di chi è chiamato ad essere ministro della sua misericordia, la vocazione di chi è chiamato ad essere segno della sua presenza. Il popolo di Israele, denuncia il profeta, ha deviato dal cammino che gli era stato proposto e non è più in grado di vivere una ricerca sincera della sua volontà perché la sua relazione con Dio si è come raffreddata, è diventata solo esteriore, falsa, superficiale. Dopo questa considerazione iniziale ecco l’affondo del profeta: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. Dunque, sono due gli esiti di vita in chi compie la volontà di Dio.

Anzitutto il tendere alla giustizia, ovvero il dare a ciascuno il suo, il rispettare l’esistenza degli altri, il sovvenire i poveri… potremmo tradurre con molti concetti la giustizia a cui il profeta fa riferimento. Chi ha una relazione vera, autentica, incisiva, significativa con Dio, vive tutto in questa ottica e accende la luce della fede su tutto.

La rettitudine è quella virtù del cuore che spinge un uomo, una donna, a vivere i valori della fede con autenticità, non annacquandoli, non sminuendo la loro portata, non offendendo quella dimensione interiore della coscienza che è la base per ogni vita vissuta con rettitudine del cuore.

Il segno che in Israele manca questa rettitudine e il segno che in Israele manca la giustizia, è indice della grave crisi di fede che produce la grave crisi morale dalla quale sembra non salvarsi nessuno. Ecco la seconda risposta: vive la volontà di Dio chi segue una rettitudine del cuore e vive un’attenzione alla giustizia grande.

Galati

Anche San Paolo interviene su questo tema e ci aiuta ulteriormente. Con parole molto complesse, il pensiero di Paolo ci sta semplicemente dicendo che vive la ricerca della volontà di Dio e la sua attuazione solo chi si mette in relazione con Gesù Cristo. Solo quest’anima capisce che la relazione con Dio è mediata da Gesù Cristo che viene a togliere il peccato del mondo. Una vera relazione con Dio è quella che fa percepire la portata del proprio peccato, la gravità della propria condizione senza la grazia. Vive la volontà di Dio chi, entrando in relazione con Cristo, sa di non poter vantare niente presso Dio. Vive una vera e profonda relazione con Dio, chi affida a Cristo il proprio peccato e si dispone a vivere un cammino di fede alla ricerca dell’integrità, della giustizia, della rettitudine, per usare le parole del profeta. Questa relazione è mediata dalla preghiera di ciascuno. Vive una seria relazione con Dio chi vive una seria e profonda preghiera, nella quale un’anima si perde fino a ritrovarsi in Dio. La relazione con Cristo non deve essere vuota, formale, come quella di chi vive la fede come un’obbedienza a norme, precetti, regole che obbligano ma non cambiano il cuore. Solo quando si vive la fede come un progressivo “sprofondamento” in Cristo, si vive quella fede autentica che allarga il cuore e illumina gli orizzonti della vita.  Si capisce bene che Paolo non sta parlando per sentito dire, non sta parlando per cosa apprese in teoria, ma sta riassumendo il suo percorso spirituale: da uomo della legge, delle cose da fare, a credente che vive nel rispetto di Cristo e della grazia che da lui proviene. Paolo ha vissuto una fede personale e dice a tutti che questo è quel modello di vita a cui ogni credente dovrebbe ispirarsi.

Per noi

Abbiamo iniziato giovedì il nuovo anno pastorale. Credo che sia del tutto fondamentale chiederci: cosa significa per noi, compiere la volontà del Padre? È questa, infatti, la preghiera che è contenuta nel Padre nostro che noi tutti, credo, recitiamo molto spesso. Cosa significa, dunque, per noi fare questa preghiera? Mentre rimando già al corso di esercizi sul Padre nostro che vivremo nella settimana della Madonna del rosario, credo che possiamo fare nostre le risposte che la Parola di Dio ci ha dato e che sono contenute anche nella lettera pastorale che vi invito a leggere.

  1. “Kyrie”, è la prima parola sulla quale il Vescovo vuole che riflettiamo. Parola che, come sappiamo bene, significa Signore è che è usata, nel nostro rito ambrosiano, soprattutto per invocare il perdono di Dio. È quello che ci ha detto San Paolo: se la nostra fede non è una relazione personale con Dio, se la nostra fede non ci immette in quella dimensione della misericordia di Dio che consiste, anzitutto, nel chiedere il perdono dei peccati, la nostra fede non sarà una relazione autentica con Dio, ma sarà una relazione formale, distante, fatta di affermazioni fatte a memoria, solo per togliere di mezzo il “problema di Dio”. Per vivere questa prima sottolineatura, richiamo alla preghiera penitenziale, che si esprime massimamente nel sacramento della riconciliazione. Siamo anche alla fine dell’estate, siamo alla vigilia della festa degli oratori. Facciamo in modo che ci sia davvero un’occasione per chiedere perdono a Dio delle nostre mancanze e delle nostre distanze da Lui.
  2. “Alleluja”, è la seconda parola di fede sulla quale il vescovo ci chiede di riflettere. Io credo che l’invocazione pasquale, l’invocazione che inneggia al Signore risorto sia quella che più da vicino ci invita ad agire nel rispetto degli altri, nella pratica della giustizia, nella rettitudine. Noi, infatti, vogliamo essere retti non solo perché ci sforziamo di vivere un codice di comportamento morale serio, ma molto di più perché seguiamo Gesù Cristo. Noi non vogliamo vivere una giustizia formale, che si limiti a mettere in pratica un rispetto dell’altro dettato dalle leggi, ma vogliamo essere giusti perché vediamo nell’altro un fratello per il quale Cristo è morto e risorto. Ecco la dimensione fondamentale della giustizia del cristiano. Essa nasce da una relazione e non certo da un impegno esteriore e formale.
  3. “Amen”. È la terza parola sulla quale il Vescovo ci invita a riflettere, parola che implica un richiamo a rimettersi nelle mani di Dio. “Amen” è una parola intraducibile che indica il fondamento della vita. Le scritture ci dicono che solo una vita che si fonda su Cristo, solo una vita che si radica in Dio è una vita nella quale si cerca di compiere la sua volontà realizzando pienamente la nostra umanità e quel “disegno di Dio” che rende autentica un’esistenza cristiana.

Con queste sottolineature possiamo tornare alla domanda iniziale: quale relazione abbiamo con Dio perché noi possiamo compiere la sua volontà? Quale relazione ci lega a Dio così che noi possiamo crescere in rettitudine e giustizia?

Iniziamo così questo anno dedicato alla preghiera e cerchiamo di scoprire già da subito a quale profondità siamo chiamati, per vivere al meglio quella relazione con Dio nella quale si radica tutto il nostro essere. Ci guidi la Beata Vergine Maria, perché possiamo essere sempre più attenti alla rivelazione di ciò che il Figlio suo ci chiede e ci raccomanda.

2022-09-10T20:53:08+02:00