Settimana della 2 domenica dopo il martirio – Domenica
Per introdurci
Certo che a leggere queste scritture non ci viene tanto in mente che esse possano riferirsi molto bene a quell’idea di Chiesa unita, libera e lieta di cui abbiamo già parlato settimana scorsa e che l’Arcivescovo ci sprona ad essere. Forse vale la pena che ci chiediamo subito:
- quali risonanze provoca in noi questa Parola di Dio?
- Che sentimenti suscita in noi?
Isaia
Is 63, 7-17Lettura del profeta Isaia
In quei giorni. Isaia parlò, dicendo: «Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi. Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia. Disse: “Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno”, e fu per loro un salvatore in tutte le loro tribolazioni. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati, li ha sollevati e portati su di sé, tutti i giorni del passato. Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che lo fece salire dal mare con il pastore del suo gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito, colui che fece camminare alla destra di Mosè il suo braccio glorioso, che divise le acque davanti a loro acquistandosi un nome eterno, colui che li fece avanzare tra i flutti come un cavallo nella steppa? Non inciamparono, come armento che scende per la valle: lo spirito del Signore li guidava al riposo. Così tu conducesti il tuo popolo, per acquistarti un nome glorioso. Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità».
Ebrei
Eb 3, 1-6
Lettera agli Ebrei
Fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.
Vangelo
Gv 5, 37-47
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».
Isaia
La riflessione più bella e più forte viene dal profeta Isaia. Da un lato abbiamo la bellissima attestazione di Dio che, rispetto all’uomo, dice: “certo essi sono il mio popolo, non mi deluderanno”. Il profeta si mette dalla parte di Dio che crea ogni cosa e che cerca di seguire ogni cosa con l’aiuto della sua grazia. Per questo Egli si aspetta che la creazione, sotto ogni aspetto, ma soprattutto l’uomo, corrispondano alla sua benevolenza e al suo amore. Questa è l’attesa di Dio.
Attesa che viene, però, disattesa. L’uomo, invece di corrispondere ai benefici di Dio, invece di mettere a frutto i suoi talenti, si smarrisce, si allontana dalla sua rivelazione. Ha in sé una nostalgia, diceva il profeta, ricorda i benefici che, in passato, Dio ha concesso al suo popolo. Vive quasi di nostalgia, ma fatica a convertirsi. Qui interviene il profeta, con il suo compito di intercessione e di preghiera che è poi il compito di ogni credente. Il profeta si rivolgeva direttamente a Dio con queste parole stupende: “non forzarti all’insensibilità! Tu, Signore, tu sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro redentore”. Una preghiera bellissima che chiede a Dio di non considerare l’uomo che lo abbandona, di non lasciarlo anche se è l’uomo stesso che non vuole più ascoltarlo. Piuttosto, dice il profeta quasi sfidando Dio e rivolgendosi direttamente a Lui, torna a mostrarti pietoso! Non essere insensibile di fronte ad una umanità che ti ha abbandonato! Parole altissime e profondissime.
Insieme con la domanda che il profeta osa farsi e osa fare all’uomo: “perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie?”. È la domanda di sempre. Perché Dio non interviene a modificare, a fermare la libertà dell’uomo, quando questa si dirige lontano da Lui? Di qui la supplica: “ritorna, per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. Parole bellissime che sono una vera supplica. Il profeta chiede a Dio di tornare vicino all’uomo non per i meriti che l’uomo non riesce, comunque, ad avere, piuttosto Dio deve tornare per sé stesso, perché l’uomo, da solo, non può nulla. È una bellissima riflessione sul dono della libertà che, talvolta, diventa un dramma. Un dramma complesso. Un dramma che è solo nelle mani di Dio. L’uomo che da Lui si allontana, l’uomo che sbaglia, l’uomo che vuole fare come se Dio non esistesse, ci dice il profeta, non è mai solo. Dio non si forza all’insensibilità. Ecco perché è sempre possibile un recupero, un ritorno, una nuova strada che converta i cuori e li riporti a Dio. È il senso di una profonda speranza, quello che anima tutta la lettura. La speranza che Dio, comunque, non rimane lontano dal suo popolo, ma è sempre con esso, capiti quello che capiti!
Vangelo
Capiamo, allora, anche il vangelo. Gesù smaschera con un’altra voce, la voce del Figlio di Dio e non quella di un profeta, ciò che l’uomo cerca. L’uomo cerca quel po’ di gloria che ci si può dare tra uomini, quel po’ di onore, privilegio, notorietà, visibilità che ci si dona gli uni gli altri. Progetto di vita assolutamente differente da quello che avrebbe Dio. Egli vorrebbe donare “la vita” agli uomini, cioè chiamarli a qualcosa di grande, vero, altro, unico, corrispondente pienamente alla vocazione di ciascuno. Gesù risponde anche alla domanda del profeta: perché Dio sembra quasi insensibile, in tanti periodi della storia dell’uomo? Perchè sembra quasi il Dio lontano e non l’Emmanuele, il Dio con noi? La risposta è chiara e netta. Quando l’uomo non crede alla Parola che rivela Dio, allora si percepisce Dio come qualcosa di lontano, astratto, assente dal cammino di ogni giorno e non si è più in grado di riconoscere la bellezza della sua presenza, del suo aiuto, del suo amore. Solo quando si crede alla Parola di Dio, allora si ha un canale di accesso alla persona di Cristo. Insegnamento difficile, come al solito, quello di Giovanni, ma assai utile, perché ci ricorda come non dobbiamo mai confondere la fede con il sentimentalismo religioso. La fede non è un insieme di emozioni, ma una reale adesione a Cristo e, attraverso Cristo, a Dio. Cosa assai difficile da capire, eppure essenziale per un vero cammino di fede.
Ebrei
Questo insegnamento non facile, viene ripreso anche dalla lettera agli Ebrei. “ Sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo”. L’autore di questo scritto ha la chiara consapevolezza che la “casa” in cui Dio ama alloggiare, è solo l’anima degli uomini. È questa la “vocazione celeste” alla quale tutti gli uomini che credono, tutti i “santi”, cioè coloro che sono stati rinnovati nel Battesimo, possono partecipare. Questa vocazione ci viene data da Cristo, che infonde in noi libertà e speranza, libertà perché ognuno è chiamato a costruire la sua storia di salvezza seguendo Cristo l’unico salvatore di tutti; speranza perché tutti abbiamo una meta verso la quale correre, meta che è la vita eterna. Questa speranza è ciò che dovrebbe rendere la vita del cristiano radicalmente differente da ogni altro genere di esistenza.
Per noi
Molte le possibili riflessioni che possiamo fare.
La prima:
- davvero noi abbiamo questa visione della libertà? Davvero noi partecipiamo a questa speranza?
Credo che la visione della libertà che abbiamo in questo secolo sia molto differente da quella che ci è stata proposta dalle scritture. Come credo che non tutti i battezzati nutrano davvero la speranza della vita eterna e siano consapevoli della meta a cui sono chiamati. Essere cristiani, in questo preciso tempo storico, significa riscoprire una visione della libertà che deve essere differente da quella che viene comunemente proposta. Vera libertà non è quella che si autodetermina, ma quella che cresce nella dimensione della fede. Perché la fede è via di libertà interiore. Se vogliamo essere “casa di Dio” questa è la dimensione spirituale in cui crescere.
Una seconda provocazione:
- Anche noi riteniamo che Dio si forzi all’insensibilità? Anche a noi sembra che Dio sia distante dai destini dell’umanità?
- Anche noi, forse partecipiamo al progetto di vita di chi cerca di dare gloria all’altro o di ottenere gloria, visibilità, onore dai propri amici, vicini, parenti?
Sono domande che dobbiamo farci guardando la storia di cui siamo testimoni o guardando al piccolo della nostra storia. Credo che sia veramente urgente assumere uno stile di vita che sia differente da quello che vediamo testimoniato per lo più nella nostra società. Così come tocca a noi, i battezzati, avere una visione della storia che sia differente da quella chiave di lettura che ci viene comunemente proposta.
Una terza provocazione:
- Quale visione della vocazione battesimale abbiamo?
L’autore della lettera agli ebrei voleva proprio farci riflettere su questo tema, essenziale anche per la nostra società. Senza una chiara visione della novità battesimale non solo si spegne la fede, ma anche si spegne il nostro ardore di testimonianza cristiana, il nostro desiderio di testimonianza del Vangelo. Essere consapevoli di quello a cui siamo chiamati, credo sia essenziale per ciascuno di noi.
Auguriamoci di recuperare la visione piena della nostra vocazione battesimale per essere richiamo a quella libertà del credente che edifica il mondo.