Domenica 13 marzo

Domenica della Samaritana

Sulla paura

Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato…”. Così San Paolo, nell’epistola di questa messa. Espressione di un modo di dire comune, che tutti conosciamo bene e che, spesso, ripetiamo, specie quando vogliamo, in qualche modo, rimproverare il comportamento di qualcuno. Una vera intuizione, con la quale facciamo seguito ad un’esperienza molto comune: chi non semina amore, chi non crede nell’amore, toglie valore alla propria vita e si chiude nella paura di amare. Cosa ha da dirci il Vangelo a questo proposito? Cosa ci insegna la Parola di Gesù per uscire da quella paura di amare che tanto spesso rovina la nostra esistenza?

La Parola di questa domenica

LETTURA Dt 6, 4a; 11, 18-28
Lettura del libro del Deuteronomio

In quei giorni. Mosè disse: «Ascolta, Israele: Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, perché siano numerosi i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, come i giorni del cielo sopra la terra, nel paese che il Signore ha giurato ai vostri padri di dare loro. Certamente, se osserverete con impegno tutti questi comandi che vi do e li metterete in pratica, amando il Signore, vostro Dio, camminando in tutte le sue vie e tenendovi uniti a lui, il Signore scaccerà dinanzi a voi tutte quelle nazioni e voi v’impadronirete di nazioni più grandi e più potenti di voi. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, sarà vostro: i vostri confini si estenderanno dal deserto al Libano, dal fiume, il fiume Eufrate, al mare occidentale. Nessuno potrà resistere a voi; il Signore, vostro Dio, come vi ha detto, diffonderà la paura e il terrore di voi su tutta la terra che voi calpesterete. Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto».

SALMO Sal 18 (19)

Signore, tu solo hai parole di vita eterna.

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi. R

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti. R

Ti siano gradite le parole della mia bocca;
davanti a te i pensieri del mio cuore,
Signore, mia roccia e mio redentore. R

EPISTOLA Gal 6, 1-10
Lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce. Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.

VANGELO Gv 4, 5-42
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi? », o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

La paura di amare

Un pozzo anzitutto. Che ne sappiamo noi dei pozzi? Sono cose che vediamo in foto, appartengono ad altri popoli, a quelli “in via di sviluppo”, come diciamo per coprire con pudore la qualifica di “poveri” o di “sottosviluppati” che, un tempo, andava più di moda. Anche noi che non sappiamo nulla di pozzi, ma possiamo facilmente intuire che chi scava un pozzo fa un atto di amore, perché riempie di speranza un paese, una tribù o forse anche un popolo. È questo quello che aveva fatto Giacobbe: aveva scavato un pozzo, lo aveva donato alla sua gente come atto di amore, per garantire la vita, per dare speranza. Un atto di amore che si conservava nella memoria di coloro che lo frequentavano e che benedicevano il patriarca per questa sua intuizione di scavare un pozzo proprio lì, vicino alla città di Sicar.

La richiesta di acqua è una richiesta di un atto di amore. Sembra solo una sollecitazione per un gesto compassionevole. Un viandante che attende presso un pozzo qualcuno che attinga e una donna che ha il mezzo per farlo sono scena nota in oriente. Eppure il Signore vuole dire altro. La sua sete è sete dell’amore di quella donna. Donna attesa, donna cercata, donna volutamente incontrata.

Una donna che potrebbe porgere acqua è il contenuto della terza scena. Gesto tipicamente femminile, in oriente, gesto della mamma che disseta con amore il bambino, gesto della donna che attende lo sposo per rinfrescarlo dalla calura della giornata, gesto della vecchia che si piega sul corpo dei malati. Porgere acqua è un gesto di amore, un gesto di fede: chi lo compie vuole conservare la vita dell’altro. Non è un caso che anche il Signore, più volte, lo ha usato come paragone nel Vangelo, facendolo diventare anche l’oggetto di una beatitudine.

Ma è nel dialogo tra il Signore e la Samaritana che si evince la paura ad amare di questa donna. Donna troppe volte ingannata, donna troppe volte incompresa, donna troppe volte lasciata a sé stessa. In quella storia dei cinque mariti c’è tutto il dolore sofferto da questa creatura e tutto il suo disorientamento. Storie che hanno acceso in lei la paura di amare: come amare gli uomini, visto quello che accade? Come poter amare un uomo quando, poi, tutto si ritorce contro di te? Paura che, però, non ha ancora spento in lei la forza di amare. Ecco che anche il suo cuore vibra quando il Signore le parla.

È l’amabilità del Signore che le riaccende in cuore una speranza, un sentimento forte, un sentimento che non fa più riferimento all’esperienza, ma alla fede. Il Signore non sta a “farle la morale” su quanto è successo, piuttosto la interroga e la sospinge a interrogarsi sul mistero di Dio, argomento sul quale la donna è molto confusa. Come dire che tra le due cose c’è una relazione unica, preziosa, insostituibile. Una relazione per la quale viene detto e spiegato a tutti che perdere il riferimento a Dio, allontanarsi pericolosamente dal suo amore, spegne la forza, la capacità di amare. Quando uno si allontana dal mistero di Dio non solo spegne la fede, ma, in qualche modo, abbruttisce la sua umanità. Per uscire dalla paura di amare occorre contemplare il mistero dell’amore che è Dio. Per uscire dalla paura di amare occorre un atto di fede.

Che, poi, altro non è che un modo diverso per dire ciò che già il Deuteronomio aveva intuito, perché nella prima lettura si diceva che dimenticare la parola di Dio sarebbe stato come una maledizione. Linguaggio semplice, linguaggio forse teso anche un po’ a spaventare un uditore certamente poco colto e poco avvezzo alla ricerca di fede. Parole, tuttavia, comprensibili. Se ti stacchi dalla sorgente dell’amore, se non ti alimenti continuamente alla sorgente dell’amore, perdi la tua capacità di amare, avvilisci il tuo sentimento, spegni, nel cuore, il desiderio di amare qualcun altro. Entri nella paura. Perché una vita che non ama, è una vita di paure. Ma, potremmo anche dire, una vita dove non si è capaci di amare, è una vita che fa paura. Fa paura perché capace di generare odio, divisione, discordia e quindi, alla fine, guerra.

Amare anzitutto Dio

Insegnamento valido per la samaritana, per i discepoli, per tutti. Ci si libera della paura di amare, quando si ha il coraggio di scendere nel segreto del proprio cuore per aprirsi al mistero di Dio. Prima ancora che trovare un “Luogo” nel quale adorare, il monte Garizim o Gerusalemme, prima ancora di una “forma” di adorazione, di un rito, di una liturgia, amare è questione del cuore. Ogni uomo è fatto per amare. Ogni uomo è fatto per non temere l’amore. Un uomo si può liberare dalla paura di amare solo quando accende dentro di sé il mistero della fede. Senza questo fuoco, senza questa vitalità, tutto si raffredda. Così arriva la paura.

Gesù e la paura

Come reagisce il Signore a tutto questo? Come reagisce il Signore al demonio che si insinua con le sue tentazioni attraverso le fragilità che il Signore ha scelto per sé vivendo nel deserto?

Con il silenzio. Gesù non parla mai con il demonio, ma, solamente, risponde con alcune citazioni bibliche. Insegnando così anche a noi che con il demonio, con la tentazione, non si scende a patti, non si tratta, non si cercano compromessi. Ogni compromesso ci porterebbe a perdere, ad essere coloro che soccombono sotto il peso delle proposte del maligno. Al maligno si risponde solo con la fede, con la parola di Dio, con la perseveranza nelle buone opere.

Con l’accettazione delle situazioni, invocando il nome di Dio. Gesù accetta poi tutto quello che accade nel deserto, vivendo quella situazione come un dono unico di unione con il Padre, il solo cercato in quella solitudine, il solo che interviene mandando angeli che si accostarono al Signore Gesù e lo servirono.

Noi e la paura di amare

E se noi fossimo proprio a questo punto? il punto in cui ci sentiamo tutti imbrigliati nella paura di amare, perché seminiamo scarsamente? Forse ci sono alcuni ambiti in cui emerge tutta la nostra paura di amare e che denunciano il nostro scarso seminare:

  • Le relazioni. Abbiamo tutti più paura. Ci fidiamo solo di qualcuno. Restringiamo sempre più il campo. Questo non in forza del covid, ma in genere, e già prima di esso. Relazioni sempre meno vere, sempre più veloci, sempre più superficiali dove portano? Al sospetto. Al sospetto che l’altro mi imbrogli, al sospetto che non mi dica il vero, al sospetto che si stia prendendo gioco di me e dei miei sentimenti. Ecco perché ci si coinvolge poco, ci si racconta poco, ci si trattiene dietro schermi di superficialità.
  • L’affettività. Abbiamo paura di coinvolgere i nostri affetti in relazioni che, poi, ci daranno poco o che, addirittura, come per la Samaritana, diventeranno fonte di sofferenza. Così, curiosamente, si coinvolge molto il piano emotivo, molto l’aspetto fisico, ma poco il cuore. Quasi che ci possa essere, tra queste componenti, uno scollamento, una divisione. Quasi ignorando che l’amore, per natura sua, è omnicomprensivo.
  • La famiglia. Che dire delle relazioni in famiglia? Lo vediamo. Assistiamo tutti ad un progressivo disgregarsi anche di essa, quando poi non si disgrega la famiglia in sé. Ci pare che non valga la pena di coinvolgerci troppo. Ci pare che il contesto familiare non sia più quello in cui dirsi, raccontarsi, donarsi, spendersi. C’è una sorta di atto che ci porta a trattenerci. Trattenere le parole, trattenere i gesti, trattenere persino gli affetti. Per cui la famiglia, che dovrebbe essere il luogo più naturale nel quale crescere in una vera relazione e in una vera donazione di amore, diventa, invece, il luogo dove ci si trattiene e dove ci si gioca il meno possibile.
  • La carità. Il luogo dove la nostra paura di amare raggiunge il suo apice è quello della carità. Pochi i nostri gesti di carità, solo per chi si conosce bene, o solo per quelle istituzioni di cui si ha ancora un minimo di fiducia. Oppure carità per i lontani, per quelli che non si vedono, in quella forma di elemosina che lava la coscienza senza scomodare più di tanto. Per il resto interviene, appunto, la paura. Chi mi chiede sarà veramente nel bisogno? Come faccio a non essere imbrogliato? E se, in qualche modo, sperperassi?

Per uscire dalla paura di amare

Come si esce da questa paura? Il vangelo lo spiega bene:

  • Solo fermandosi;
  • Solo donando tempo;
  • Solo accendendo il dialogo;
  • Solo giocandosi in prima persona.

Si esce dalla paura di amare solo quando uno investe in tempo, relazioni, donazione di sé. Il che comporta un rischio, certamente, ma non percorrere il rischio significa proprio condannarsi alla paura di amare. Ne vale la pena? Il Crocifisso ci dice di no. Il crocifisso ci dice fino a che punto giunge l’amore di Dio. E noi, in questa quaresima e per la nostra vita, saremo disposti a seguirlo o rimarremo nella morsa della paura di amare?

2022-04-14T08:11:56+02:00