Martedì 13 luglio

Settimana della 7 domenica dopo Pentecoste – martedì

Vangelo

Lc 9, 46-50
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora il Signore Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Come dicevo ieri, possiamo comprendere ancor meglio la lezione che il Vangelo ci ha presentato, rileggendo insieme il Vangelo di oggi. I discepoli e gli uomini che erano presenti alla guarigione del ragazzo indemoniato gioirono per il miracolo del Signore e, subito, si fermarono per avere ascoltato le parole di Gesù che rimandavano, ancora una volta, alla sua passione, al suo dolore, alla sua sofferenza. Subito dopo i discepoli, che hanno fallito nel tentativo di liberare il ragazzo dal suo male, discutono tra loro su chi sia il più grande. C’è qualcosa di strano. C’è qualcosa di tremendamente incomprensibile. I discepoli hanno registrato un fallimento e si mettono a discutere di chi sia il più grande! Il Signore ha restituito un ragazzo alla vita ed ha parlato della sua morte e i discepoli stanno a discutere di chi sia il migliore! Sembra davvero che qualcosa non funzioni! Sembra davvero impossibile! Eppure la dinamica di cui ci parla il Vangelo è quello che capita anche a noi. Quando vogliamo rimuovere il pensiero da qualcosa di brutto, triste, opprimente, ci mettiamo a pensare a noi, alla nostra vita, ai nostri lati positivi, a quello che sappiamo fare. Il discepolo non è da meno e cerca di esorcizzare il discorso sulla sofferenza in questo modo.

Il Signore lo sa. Ecco perché non interviene rimproverando i discepoli per i loro discorsi, ma con un esempio. Prendendo un bambino egli indica in quel piccolo ragazzino il modello di chi si fida di Dio. Come un bambino si fida di coloro che gli vogliono bene, così ogni anima è chiamata a fidarsi di Dio. Come un bambino vive sereno, così è chiamata a fare ogni anima, che non dovrebbe pensare alle cose grandi che attirano l’orgoglio, ma dovrebbe contentarsi di quanto Dio permette di vivere e di avere. All’immagine del discepolo importante, Gesù oppone quella di chi si sa fidare di Dio. Questa è la meta che ogni conversione dovrebbe produrre. Senza questa meta di fronte a sé, si rischia di non percorrere la giusta direzione e di allontanarsi dalla Vita. La Vita eterna che è promessa a tutti coloro che si fidano di Dio.

Giosuè

Gs 24, 29-32
Lettura del libro di Giosuè

In quei giorni. Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni e lo seppellirono nel territorio della sua eredità, a Timnat-Serach, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. Israele servì il Signore in tutti i giorni di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che conoscevano tutte le opere che il Signore aveva compiuto per Israele. Gli Israeliti seppellirono le ossa di Giuseppe, che avevano portato dall’Egitto, a Sichem, in una parte della campagna che Giacobbe aveva acquistato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuto in eredità.

Anche nella prima lettura possiamo trovare riflessioni che ci riportano alla medesima lezione. Si trattava di una duplice sepoltura. La sepoltura di Giosuè, che termina i suoi giorni e che, quindi, termina anche il suo servizio ad Israele. Egli ha avuto il compito di introdurre il popolo nella terra e ora che ogni tribù ha la sua collocazione, è finito il suo compito. Giosuè, che si è fidato di Dio, muore felice. Ha visto il realizzarsi dell’opera di Dio e si riunisce ai suoi padri.

L’altra scena di sepoltura riguarda Giuseppe, il patriarca che era sceso in Egitto e che aveva chiesto che le sue ossa fossero riportate nella terra dei padri, quando Dio avrebbe liberato il suo popolo. Israele obbedisce a quel comando. Presero le sue ossa prima di partire con l’Esodo e, ora che il popolo è stabilito nella terra, danno degna sepoltura all’uomo che la Provvidenza aveva scelto per sostenere tutto quel popolo nel momento della carestia. Anche Giuseppe è un uomo che si è fidato di Dio, un uomo che si è fatto piccolo come un fanciullo e che, per questo, è diventato grande e potente come un faraone.

Giosuè e Giuseppe sono due uomini che hanno vissuto la logica del Vangelo ben prima che Gesù ne parlasse. Nel loro servire Israele c’è un desiderio di abbassarsi al servizio dell’ultimo che, poi, Gesù esalterà.

Per noi

  • Abbiamo anche noi questo desiderio?
  • Ci facciamo, nel nostro piccolo, bambini che tutto aspettano da Dio?

Credo che oggi faremo bene a meditare su questa lezione e a fare in modo che anche la nostra vita possa essere un esercizio di questa fede, la fede di chi si abbassa continuamente perché si crede al servizio nel nome di Dio. Oggi è sempre più difficile trovare esempi di questo genere, esempi di uomini e di donne che vanno avanti a vivere con fedeltà la loro fede, che traggono dalla propria vita di fede la forza per vivere la loro testimonianza di carità; è difficile trovare qualcuno che non faccia di tutto per sembrare il più grande! Assomigliamo davvero ai discepoli! Ma, proprio per questo, non dobbiamo disperare. Se hanno capito loro ed hanno fatto della propria vita un atto di donazione a Dio, allora possiamo comprendere anche noi e anche noi possiamo fare della nostra vita un atto di donazione a Dio e agli uomini, secondo quello che la vocazione di ciascuno di noi richiede e prospetta. Sia questa la grazia che vogliamo chiedere a Dio in questa Eucarestia.

2021-07-09T09:23:08+02:00