Settimana della 7 domenica dopo Pentecoste – Mercoledì
Vangelo
Lc 9, 51-56
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, il Signore Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
La “ferma decisione di salire a Gerusalemme” di cui ci parlava San Luca è uno spartiacque del Vangelo stesso. Da questo momento in avanti il Vangelo di Luca descrive l’ultima salita di Gesù alla città santa. L’ultima perché è quella che si compirà con la Pasqua del Signore, e cioè con la sua passione, morte e risurrezione, come abbiamo sentito anche nel Vangelo dell’altro giorno.
Questa “ferma decisione” dice la comprensione di Gesù del mistero legato alla sua persona. Egli sa bene cosa accadrà nella città santa. Sa bene che la sua sofferenza non sarà rimandabile. Sa bene che gli uomini metteranno definitivamente le mani sulla sua persona e che egli dovrà morire di morte violenta. Gesù abbraccia questa volontà del Padre. La Pasqua del Signore, la sua passione, non sono un “incidente di percorso”, ma sono una realtà alla quale il Signore stesso si è preparato e che ha abbracciato con ferma volontà e decisione.
In questo il Signore ci è di vero esempio, perché ci spiega che alcune realtà, anche se dolorose della vita, vanno accettate, e vanno portate con quella forza che Dio stesso dona di avere in quei particolari momenti. Gesù non ha affrettato la sua morte, ha accolto il mistero del dolore e della sofferenza quando si è presentato, quando il tempo si è per lui compiuto, accettando, in tutto e per tutto, la volontà di Dio Padre.
Giudici
Gdc 2, 18 – 3, 6
Lettura del libro dei Giudici
In quei giorni. Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano. Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata. Perciò l’ira del Signore si accese contro Israele e disse: «Poiché questa nazione ha violato l’alleanza che avevo stabilito con i loro padri e non hanno obbedito alla mia voce, anch’io non scaccerò più dinanzi a loro nessuno dei popoli che Giosuè lasciò quando morì. Così, per mezzo loro, metterò alla prova Israele, per vedere se custodiranno o no la via del Signore, camminando in essa, come la custodirono i loro padri». Il Signore lasciò sussistere quelle nazioni, senza affrettarsi a scacciarle, e non le consegnò nelle mani di Giosuè. [Queste sono le nazioni che il Signore lasciò sussistere, allo scopo di mettere alla prova per mezzo loro Israele, cioè quanti non avevano visto tutte le guerre di Canaan. Ciò avvenne soltanto per istruire le nuove generazioni degli Israeliti, per insegnare loro la guerra, perché prima non l’avevano mai conosciuta: i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, quelli di Sidone e gli Evei che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Camat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. Così gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei e ai Gebusei; ne presero in moglie le figlie, fecero sposare le proprie figlie con i loro figli e servirono i loro dèi.]
La descrizione della prima lettura è l’opposto di quello che il Vangelo ha narrato. Se in Gesù c’è la ferma decisione di salire a Gerusalemme per abbracciare la volontà del Padre, nella prima lettura abbiamo ascoltato l’indecisione di Israele, o meglio la sua instabilità. Ci sono momenti in cui Dio suscita nel popolo dei giudici, uomini santi che sanno richiamare Israele alla fede, e allora il popolo si converte. Ci sono altri momenti in cui non ci sono giudici particolari o momenti in cui Israele viene in contatto con altri popoli “senza Dio” e allora Israele perde la sua fede e non comprende più il senso della sua storia, il valore della sua presenza nel mondo, il senso del suo essere nel mondo il richiamo al bene, al vero, a Dio! È a causa di questa instabilità, ci diceva l’autore sacro, che Israele non ebbe quello splendore che, invece, Dio aveva attribuito al suo popolo. Fu a causa di questo essere continuamente sballottato tra una posizione e l’altra che Israele spense la sua vocazione. Dalla mancanza di radicalità, dalla mancanza di fedeltà, nasce questo smarrimento che riguarda, in primis, il popolo di Dio ma, poi, tutto il mondo. Spenta la luce del popolo di Dio, tutto il mondo ne rimane privo.
Per noi
- Abbiamo la capacità di esprimere la “ferma decisione” di vivere la fede come Gesù?
La domanda è centrale anche per noi, per la nostra vita, per la testimonianza che siamo chiamati a dare della nostra esperienza di fede. La risposta, purtroppo, credo che sia negativa. Tutti noi abbiamo seri momenti di slancio nella fede, tutti noi viviamo seriamente un itinerario che ci porta ad approfondire la nostra fede ma, tutti noi sperimentiamo la fatica, l’incostanza, la difficoltà del permanere nella dimensione di un costante approfondimento del nostro percorso interiore. Credo che assomigliamo proprio alla descrizione che la prima lettura ha fatto del popolo di Israele. Anche noi ci mettiamo grinta e impegno in alcuni momenti della nostra esperienza religiosa ma, poi, lasciamo spazio a momenti di cedimento, crisi, stanchezza e cadiamo nella tentazione di fare come fanno tutti, di vivere come vivono tutti, senza dimenticare che chi ha ricevuto la fede come un dono, ha anche l’impegno di coltivarla e di renderla splendente. Chiediamo al Signore questa forza. Chiediamo al Signore di non farci mancare il desiderio di prendere “decisioni ferme” che possano costituire un vero punto di svolta della nostra vita interiore e della nostra fede. Chiediamo al Signore di ricordarci che il dono della fede ci è stato dato anche perché possa essere luce ed esempio per altri. Ecco perché siamo chiamati a rendere sempre più forte il nostro itinerario interiore. Se non siamo noi a dare luce agli altri, come faranno le persone che non hanno fede a ritrovare la strada di Dio?