Lunedì 14 luglio

Settimana della 5 domenica dopo Pentecoste – Lunedì

La spiritualità di questo giorno

Ci disponiamo ad iniziare una nuova settimana liturgica. Questa settimana prevede la memoria di San Bonaventura, la memoria della Madonna del Monte Carmelo, la festa di Santa Marcellina. Queste memorie non ci faranno interrompere il lezionario feriale proprio di questo tempo. Oggi direi che possiamo riassumere le due Scritture intorno al tema dell’identità.

La Parola di questo giorno

LETTURA Dt 26, 1-11
Lettura del libro del Deuteronomio

In quei giorni. Mosè disse a tutto Israele: «Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio ti dà in eredità e la possederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: “Io dichiaro oggi al Signore, tuo Dio, che sono entrato nella terra che il Signore ha giurato ai nostri padri di dare a noi”. Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio. Gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore, tuo Dio, avrà dato a te e alla tua famiglia».

SALMO Sal 43 (44)

Vivano sicuri quelli che ti amano, Signore.

Dio, con i nostri orecchi abbiamo udito,
i nostri padri ci hanno raccontato
l’opera che hai compiuto ai loro giorni,
nei tempi antichi.
Tu, per piantarli, con la tua mano hai sradicato le genti,
per farli prosperare hai distrutto i popoli. R

Non con la spada, infatti, conquistarono la terra,
né fu il loro braccio a salvarli;
ma la tua destra e il tuo braccio e la luce del tuo volto,
perché tu li amavi.
Sei tu il mio re, Dio mio,
che decidi vittorie per Giacobbe. R

Per te abbiamo respinto i nostri avversari,
nel tuo nome abbiamo annientato i nostri aggressori.
Nel mio arco infatti non ho confidato,
la mia spada non mi ha salvato,
ma tu ci hai salvati dai nostri avversari,
hai confuso i nostri nemici. R

VANGELO Lc 8, 4-15
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, il Signore Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché “vedendo non vedano e ascoltando non comprendano”. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza».

Deuteronomio

Il tema dell’identità è molto forte ed importante per Israele. Lo vediamo ancora oggi, anche solo a livello civile. Ancor più lo è dal punto di vista spirituale. Mosè insegna a custodire la memoria delle proprie origini per non perdere il segreto della propria identità. Lo abbiamo sentito molto bene nella lettura, quando Mosè insegnava a ripetere “Mio padre era un Arameo errante…”. È l’inizio della storia della salvezza, ma è anche l’inizio della storia del popolo degli ebrei. Mosè vuole che questa memoria sia custodita, non sia mai trascurata, sia sempre onorata, perché ripetere la storia delle proprie origini è già capire la propria identità. L’identità del popolo di Israele è l’identità di figli di Dio che, per grazia, vengono costituiti popolo del Signore e, per grazia, sono chiamati a camminare nella storia fino all’incontro con Dio. Questa è la consapevolezza che ha Mosè, ma questa è anche la consapevolezza che Mosè chiede di avere ai suoi. Senza percezione di questa consapevolezza, senza conoscenza di questa identità non può crescere la speranza. La speranza di incontrare Dio, la speranza di essere da lui sorretti e accompagnati nella storia, la speranza di essere sempre protetti dalla sua bontà. Poiché la conoscenza di questa identità è assolutamente prioritaria, ecco che questo testo diventa una preghiera da ripetere con frequenza, per non perdere il senso del proprio essere figli di Dio. È nella consapevolezza di essere figli di Dio che nascono, poi, tutte le altre grazie.

Vangelo

Nel Vangelo abbiamo letto una delle parabole più note ma anche più facili del Signore. L’idea che è sottesa a questo testo è proprio quella di spiegare ai discepoli il segreto, o se vogliamo il cuore della loro identità. Chi è il discepolo? È un uomo a cui, per grazia, è dato di conoscere “i segreti del regno”. È un uomo a cui, per grazia, è dato di stare in compagnia del Signore. È un uomo a cui, per grazia, è dato di formare un corpo, un collegio: il collegio dei dodici. L’identità del discepolo non è mai esclusiva. Se egli comprende i segreti del regno è non solo per la sua crescita personale, ma per coinvolgere altri uomini e donne nella dinamica della fede. Se egli è parte di un collegio, non è in senso esclusivo, ma è in ordine ad un servizio. Tutto il collegio degli apostoli è invitato a vivere questo servizio di amore all’umanità, che è anche servizio di amore a Dio e alla sua Chiesa. Ecco, quindi, il cuore, il “segreto”, cioè la radice profonda dell’identità del discepolo e, in senso più ampio, dell’identità del cristiano.

Per noi e per il nostro cammino di fede

  • Chi è il cristiano oggi?
  • Conosco il segreto della mia identità di credente?

Credo che il tema che ci assegnano le Scritture in questo giorno sia davvero bellissimo. Anche noi dobbiamo essere molto consapevoli della nostra identità, se vogliamo essere poi consapevoli anche del compito o della missione che ci aspetta. La domanda è diretta: chi è il cristiano, oggi? Potremmo rispondere con le stesse coordinate che la Scrittura, nelle due letture, ci ha lasciato.

Il cristiano è uno a cui è stata fatta grazia. La fede non è un merito, ma è un dono. Noi tutti abbiamo ricevuto la fede come dono. La nostra identità cristiana nasce dal dono di chi ha voluto e saputo trasmetterci la fede. Credo che poi ci sia anche il senso della nostra responsabilità, il dono di una libertà che accoglie questa grazia e la porta a frutto. Certamente tutto questo è importante, ma se non ci fosse stato il dono della fede, che è previo a qualsiasi responsabilità, noi non saremmo affatto credenti.

Il cristiano è un uomo che è chiamato a custodire i segreti del regno. Non nel senso di possedere una verità esclusiva, a differenza di altri uomini, ma nel senso di coltivare con responsabilità l’amore e la custodia di quella Parola che ha generato in lui la fede. Dono che diventa anche una responsabilità. Il cristiano è chiamato a conoscere bene la sua identità e a mostrarla agli altri in senso missionario, come se fosse un invito. L’invito a credere, l’invito a fidarsi di Dio, l’invito ad aderire alla proposta cristiana.

Anche il cristiano è membro di un corpo, il corpo della Chiesa. Ne è membro fin dal giorno del S. Battesimo. Anche qui non in senso esclusivo, non in senso elitario. Il cristiano è parte della Chiesa perché ha ricevuto un dono. Conscio di questa verità il cristiano invita altri a farsi cristiani, a divenire credenti o suscita in altri cristiani che possono avere perso il senso della propria appartenenza ecclesiale, il dono perché questa appartenenza sia risvegliata e sia centrale anche nelle loro vite.

Chiediamo oggi, insieme, mentre celebriamo questa S. Messa, il dono di riscoprire, rinnovare, custodire il segreto della nostra identità. Ne va dell’intero nostro cammino.

2025-07-11T15:25:52+02:00