Sabato 16 maggio

Settimana della quinta domenica di Pasqua – Sabato

Anche il tema di questo sabato, molto visibile nelle prime due letture, ci spinge ad una riflessione sul tema della carità.

Corinti

1Cor 13, 1-13
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Il tema è immediatamente percepibile dalla seconda lettura, uno dei testi non solo più noti ma anche più belli dell’intera Sacra Scrittura. San Paolo ci ricorda che qualsiasi capacità dell’uomo e qualsiasi attività della vita deve sempre essere riferita alla carità, altrimenti si rischia di non avere quell’amore di Cristo con cui Cristo stesso ci ha raccomandato di compiere ogni cosa. La carità è il cuore che deve brillare in ogni pensiero del cristiano e in ogni azione del credente. Senza la carità tutto diventa muto, povero, incapace di brillare, privo di quell’orizzonte di bene nel quale Cristo ha pensato ogni singola realtà della vita.

Vangelo

Gv 13, 12a. 16-20
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Quando ebbe lavato i piedi ai discepoli, il Signore Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Il Vangelo ci ha mostrato quale sia la sorgente della carità perfetta: l’Eucarestia. Gesù ha chiamato tutti i suoi discepoli, nessuno escluso, ad avere parte di quel mirabile sacramento nel quale Egli ha racchiuso tutto il segreto della sua esistenza. Vivere il Sacramento, mangiare del suo pane e bere il suo sangue, significa rinnovare in noi quella sorgente di carità perfetta che il Padre ha predisposto per ogni uomo. Non solo nella comprensione, nella meditazione della vita di Cristo, ma soprattutto nell’assunzione di quel pane di vita che rende lieto il cuore di ogni uomo si opera quella trasformazione che Dio stesso vuole operare nel cuore di ciascuno, perché tutti arrivino a vivere quella carità che è la realtà che governa anche la stessa Trinità. Se è vero che l’Eucarestia è offerta a tutti, è però anche vero che occorre che ciascuno sia responsabile verso il Sacramento. Altrimenti si rischia di fare la fine di Giuda, ovvero di partecipare al Sacramento ma senza poterne poi cogliere l’effetto.

Atti

At 27, 1-11. 14-15. 21-26. 35-39. 41-44
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa. Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola». Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare. Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra

Anche San Paolo, nella lettura degli Atti, ci ha mostrato il valore dell’Eucarestia e della carità. Anzitutto dell’Eucarestia, che Paolo celebra sulla nave poco prima che la nave stessa si areni in una secca. Eucarestia concessa agli uomini che si trovano con lui sulla nave e che diventa occasione perché anch’essi trovino la salvezza in quel viaggio disastroso che hanno intrapreso contro il parere di Paolo stesso.

Carità, perché Paolo parla al cuore di tutti e dice chiaramente che, anche se perderanno la nave tutti avranno salva la vita, perché Dio ha riguardo di lui, che deve giungere a Roma per testimoniare la sua fede.

Eucarestia e carità si intrecciano mirabilmente anche in questo brano e ricordano a ciascuno di noi che senza questa sorgente, qualsiasi cosa diventa vana. Solo rimotivando la vita nella sorgente di amore che è Dio, si cresce nella dimensione della carità più vera e sincera.

Ad Jesum per Mariam:

Come già abbiamo fatto nei giorni scorsi, credo che sia bello pregare con qualche litania. Ripensando alle scritture direi di approfondire e di pregare con queste litanie:

  • Foederis arca: noi vogliamo guardare il mistero di Maria che viene giustamente chiamata arca della fede. Però possiamo dire la stessa cosa di San Paolo e di tutti coloro che tengono fede alla S. Eucarestia.
  • Regina Pacis: Maria è chiamata così, regina della pace, perché genera il re della pace, Cristo Signore. Quella pace che è anche il prodotto della carità, sulla quale abbiamo meditato oggi.

Oggi possiamo poi invocare con fede autentica San Luigi Orione, che fu presente in questa nostra città con una sua comunità di suore. Egli è invocato come un grande santo della carità. Anche noi, sul suo esempio, cerchiamo di consacrare questa giornata a vivere la carità, più che a parlare di essa! Rinnoveremo così quell’esperienza di presenza tra noi di Cristo risorto che stiamo celebrando insieme in questo tempo santo.

2020-05-08T16:59:09+02:00