Domenica 19 Gennaio

II dopo l’Epifania

Quali sono le gioie della nostra vita? Quali di esse sono anche gioie secondo l’ordine della fede?

Vangelo

Gv 2, 1-11
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il vangelo parte proprio da qui: da un evento umano, molto umano come lo è solo il matrimonio. Un evento che mette sullo stesso piano tutte le culture e tutte le fedi, un evento presente in ogni società, in ogni cultura, in ogni tradizione. Un simbolo per eccellenza di gioia: il banchetto di nozze. Simbolo di novità di vita, segno di speranza e di futuro, simbolo di gioia, che ci si augura non solo momentanea, non solo temporanea, ma capace di andare al di là degli alti e bassi della vita.

In Israele, poi, dove il banchetto durava da 3 a 7 giorni e coinvolgeva un intero paese, come poteva essere il piccolo villaggio di Cana di Galilea, il simbolo era particolarmente chiaro, evidente, comprensibile a tutti. Dev’essere stato per questo che Maria, invitata alle nozze, deve aver capito subito la tragedia imminente: rimanere senza vino! Un dramma. Non solo la figuraccia di non saper organizzare una festa, ma, ben oltre, simbolo dell’incapacità di provvedere alle cose ben più importanti della vita. In un popolo, poi, abbastanza superstizioso, simbolo di sventura futura. Un dramma nel dramma. Ecco perché Maria, con garbo, con attenzione, con senso di prontezza, mirando alla gioia di quegli sposi, dice, semplicemente: “qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Non sa cosa farà Gesù, non sa come agirà in quel contesto difficile. Sa solamente una cosa: Dio si prenderà cura anche di quegli sposi; sa che Gesù, presenza certa della vicinanza di Dio per ogni uomo, interverrà nella loro vita, nella loro storia, in quella loro imminente tragedia. Ecco il cuore del racconto: Maria sa che Dio farà qualcosa per la felicità di quella coppia di sposi.

Ecco il segno di Gesù, epifania, cioè rivelazione della sua grandezza e della sua vicinanza ad ogni uomo: il mutare l’acqua in vino. Non solo, ma stando alle parole del Vangelo, mutarla in modo assolutamente sovrabbondante, da 480 a 720 litri di vino! E, come se questo non bastasse, secondo il giudizio del maestro di tavola, vino ottimo, molto più buono di quello già bevuto in precedenza. Segno che la gioia che Dio introduce nel cuore dell’uomo è davvero sovrabbondante, unica, vera, profonda, inimitabile, piena. La “gioia del Vangelo” è il cuore di questa pagina. Gioia che nasce in chi si sa abbandonare a Dio. Gioia che nasce in chi sa riconoscere la sua presenza e il suo amore. Gioia che si manifesta anche in segni concreti, che dirigono verso un incontro unificante e rappacificante l’intera esistenza di un uomo.

Numeri

Nm 20, 2. 6-13
Lettura del libro dei Numeri

In quei giorni. Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Allora Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro. Il Signore parlò a Mosè dicendo: «Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame». Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato.
Mosè e Aronne radunarono l’assemblea davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?». Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e il bestiame.
Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete creduto in me, in modo che manifestassi la mia santità agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete quest’assemblea nella terra che io le do». Queste sono le acque di Merìba, dove gli Israeliti litigarono con il Signore e dove egli si dimostrò santo in mezzo a loro.

Ne sapevano qualcosa anche Mosè e Aronne, i grandi padri guida dell’Esodo. In un momento difficile dell’uscita dall’Egitto, in un momento particolarmente complicato e difficile, Mosè e Aronne devono gestire la ribellione di Israele, che non trova acqua nel deserto. È la morte. È la fine della vita. Israele si perde d’animo. Non si chiede come Dio avrebbe potuto abbandonarlo, non si chiede quali saranno i segni della sua presenza, dimentica la gioia che aveva provato per la liberazione dalla schiavitù di Egitto e si scaglia contro Dio. Un popolo ribelle e ostinato critica Dio perché non vede i segni che vorrebbe vedere. Non si domanda nulla, pretende solamente. Dio interviene anche in questa storia: dona un segno preciso, l’acqua che scaturisce dalla roccia. Quest’acqua, bevuta con avidità e non riconosciuta come miracolo, non porterà alla gioia. Essa viene data come segno, ma questo segno non viene riconosciuto da tutti. Uomini ostinati e ribelli a Dio non scopriranno la gioia di credere: vivranno questo evento di vita come uno dei tanti eventi della storia di un uomo, lontani da quella presenza di Dio che rende piena la vita.

Romani

Rm 8, 22-27
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio

La riflessione più bella è, però, quella della lettera ai Romani. “Fratelli, noi sappiamo che la creazione geme fino ad oggi”. La vita dell’uomo è così: è fatta di momenti di gioia ma anche di momenti difficili; è fatta di ansie, di difficoltà, di tristezze di vario genere e tipo. L’uomo di fede che è San Paolo ma che può anche essere ogni credente, non dispera. “Noi che possediamo le primizie dello spirito gemiamo interiormente, aspettando la redenzione del corpo”. Anche il credente soffre per molte cose della vita, ma non se ne dispera. Anche il credente soffre per alcune difficoltà della propria esistenza, ma rimette ogni cosa a Dio. Egli attende la redenzione del corpo, ovvero attende quella condizione di grazia nella quale nulla può più turbare e rendere infelice la propria esistenza. “Nella speranza siamo stati salvati”. Il credente non fugge nel futuro, accetta il presente così come è, con quello che esso contiene. Il credente rimette ogni cosa a Dio, fine, meta di ogni esistenza. “Se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”, dice San Paolo. Una delle condizioni per avere la gioia del Vangelo, una delle condizioni per avere la gioia della fede è proprio quella di perseverare nelle cose dell’esistenza, costi quel che costi. Poiché da soli non potremmo nulla il credente chiede il dono dello Spirito Santo, dal momento che è lo Spirito che “intercede per noi con gemiti inesprimibili”. Il dono della gioia del Vangelo, il dono  della gioia della fede, non è mera conquista, sforzo dell’intelligenza o della volontà, ma è certamente frutto di una coscienza che si lascia illuminare dallo Spirito e che diventa principio di fortezza, di perseveranza, di attesa.

Per Noi

Anche noi abbiamo diverse gioie della vita. Molte sono legate a fatti dell’esistenza, come quello emblematicamente proposto dal Vangelo nel simbolo del matrimonio. Anche noi abbiamo giorni di gioia, momenti di felicità che nascono da quello che viviamo, da quello che sperimentiamo, da quello a cui assistiamo. Abbiamo anche momenti difficili, momenti in cui emerge la nostra fragilità e il nostro limite, momenti, come diceva San Paolo, in cui gemiamo, cioè momenti nei quali emerge tutta la nostra creaturalità. Dipendono da molte cose della vita, ma tutti ne abbiamo. Il credente, però, non si limita a registrare le cose della vita, non si limita a fare un bilancio di cosa prevale, non si limita a pensare a quale aspetto prevalga nella propria esistenza. Il credente attende con perseveranza la gioia della vita eterna. Il credente non fugge in avanti nel tempo e, per questo, accoglie la gioia del Vangelo, quella gioia che viene dal condividere i valori del Vangelo che sono come una benedizione che trasforma le cose della vita in cose già celesti, appunto come l’acqua che si muta in vino. Il credente spera nella gioia eterna e, per questo, non si lascia sfuggire le gioie della terra, da vivere e da illuminare secondo il Vangelo, perfino da orientare secondo il Vangelo, per non perdersi in cose transitorie e passeggere che, poi, possono far perdere l’orizzonte della vita stessa. Il credente non è “avido” di cose, come gli uomini ritratti nel libro dei numeri, ma rimane aperto alla rivelazione di gioie più grandi.

La gioia che viene dal Vangelo è, insieme, perseveranza ed attesa. Attesa di ciò che deve ancora venire, perseveranza nella fedeltà.

  • Ho questa gioia in me?
  • Vivo con perseveranza le difficoltà della mia vita e le mie lotte, certo che la gioia è in Dio?
  • Di che cosa sono avido, cosa non riesco a gustare?
  • Cosa mi fa essere perennemente concentrato sul presente senza alcuno sguardo al futuro?

Solo una gioia che nasce da un cuore rappacificato, solo una gioia che lascia sereni nel cuore e non produce nessuno scarto, è la gioia del Vangelo.

Simo disposti a cercarla, nella pazienza e nella perseveranza, o ci limiteremo a tante piccole cose, gioie, che però non dicono il senso di una vita e non custodiscono un’anima?

2020-01-18T09:33:07+01:00