Martedì 19 ottobre

Settimana dopo la Dedicazione – Martedì 

Vangelo

Mc 3, 13-19
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo. Il Signore Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Ci sono due forti richiami tra il Vangelo che accompagna questo giorno e la prima lettura.

Il Vangelo, che ci ripropone la chiamata dei dodici, ci spiega il motivo per cui il Signore li ha scelti: “perché rimanessero sempre con lui”. Certamente il riferimento principale è all’educazione che il Signore vuole donare loro, quell’educazione che spinge il Signore Gesù a stare il più tempo possibile con i discepoli per istruirli circa le cose del regno.

Per altro verso il Signore ci fa comprendere che nella vocazione dei dodici ci fu un giorno di grazia: il giorno della vocazione di ciascuno di loro. Giorno che il Vangelo ricorda in modo differente. Ci fu chi venne chiamato dal lago, ci fu chi era preso in altro lavoro. Ci fu chi ricordò precisamente l’ora della chiamata, ci fu chi fu chiamato grazie al consiglio di altri… Insomma, ciascuno ebbe un modo di essere chiamato diverso dall’altro, ma unica è la grazia. Quella grazia del tutto singolare che costituì il gruppo dei dodici discepoli.

Apocalisse

Ap 1, 10; 2, 1-7
Lettura del libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Nel giorno del Signore udii una voce potente che diceva: «All’angelo della Chiesa che è a Èfeso scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro. Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, convèrtiti e compi le opere di prima. Se invece non ti convertirai, verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto. Tuttavia hai questo di buono: tu detesti le opere dei nicolaìti, che anch’io detesto. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”».

Queste due realtà sono anche quelle che ritroviamo nel libro dell’Apocalisse. Provate a pensare al rimprovero dell’Angelo alla Chiesa di Efeso. Nel ricordare che questa Chiesa non compie più “le opere di un tempo”, è adombrata proprio la grazia dell’inizio di un cammino, quella grazia che accompagna un ardore unico e singolare, che, poi, difficilmente ritorna in altre stagioni della vita. Non solamente questo. Anche nel libro dell’Apocalisse si richiamava che lo scopo della vita cristiana è stare per sempre con il Signore. Non più inteso, in questo caso, come un tempo di formazione ma come vita eterna. L’Angelo ricorda ad una Chiesa che il Battesimo che i credenti hanno ricevuto, è proprio in ordine a questo stare per sempre con il Signore, per l’eternità. Seguendo il Signore nel tempo, si costruisce quella storia di fedeltà che accompagna l’uomo verso la vita eterna.

Per noi

Anche per noi è così e sarebbe bene che ci pensassimo oggi.

  • Quale fu l’ardore originario della mia fede?

Certo anche noi lo abbiamo avuto. Anche noi, magari da giovani nella vita della pastorale giovanile, oppure nel momento in cui abbiamo deciso di aderire con più forza alla fede e alla Chiesa, abbiamo avuto un momento di originario splendore che ci è servito per iniziare un cammino diverso e singolare. Poi, tutti lo constatiamo, qualcosa si perde. Quello che all’inizio è ardore, poi diventa abitudine. Quello che all’inizio è ricerca, poi diventa assuefazione. Tutti perdiamo qualcosa dello splendore originario della fede che ci attira. Anche a noi sono dette le parole dell’Angelo: occorre riprendersi. Perché una fede che si trascina, alla fine, è una non fede!

  • Anche io mi sento attratto dall’ideale di una vita eternamente beata?

Anche a noi è data la promessa di rimanere per sempre con il Signore, nella vita eterna. Concetto del quale ci occupiamo poco e, quando ci pensiamo, è qualcosa che ci sconvolge così tanto che tutti cerchiamo di chiudere il pensiero il prima possibile. Forse le parole dell’Angelo alla Chiesa di Efeso ci spronano davvero e ci permettono di capire che tocca ciascuno di noi soffermarsi a pensare più spesso alla vita eterna, come esito “normale” di questa vita, come fine verso il quale siamo attratti. Poiché l’Apocalisse vuol essere un libro di consolazione, il pensiero della vita eterna dovrebbe proprio consolare ciascuno di noi. Noi sappiamo che la nostra vita non finisce nel nulla, ma attende quell’abbraccio e quella benedizione di Dio che tutti siamo chiamati a ricevere e a respirare.

Offriamo al Signore questa giornata perché, memori della benedizione originaria che accompagna il nostro cammino, sappiamo tutti attendere la vita eterna.

2021-10-09T10:25:33+02:00