Domenica 21 maggio 2023

7 di Pasqua – dopo l’Ascensione

Per introdurci

Oggi concludiamo il nostro percorso sulla gioia pasquale. È la domenica dopo l’Ascensione e siamo in attesa della Pentecoste, mentre ci troviamo nella novena. Vale la pena che ci interroghiamo sulla gioia del servire, tema che le scritture mettono bene in luce.

  • Siamo capaci di servire con gioia?
  • Sperimentiamo spesso e volentieri la gioia del servizio?
  • Come viviamo concretamente la gioia del servire?

La Parola di Dio 

LETTURA At 1, 9a. 12-14
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Mentre gli apostoli lo guardavano, il Signore Gesù fu elevato in alto. Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

SALMO Sal 132 (133)

Dove la carità è vera, abita il Signore.
Oppure: Alleluia, alleluia, alleluia.

Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme! R

È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste. R

È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre. R

EPISTOLA 2Cor 4, 1-6
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo. Al contrario, abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio. E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio. Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.

VANGELO Lc 24, 13-35
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quello stesso giorno due discepoli del Signore Gesù erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Corinzi

Credo che un buon punto di partenza per la nostra riflessione sia proprio l’Epistola, dove San Paolo affermava: “Fratelli, noi non annunciamo noi stessi ma Cristo Signore: quanto a noi siamo servitori a causa di Gesù!”. Paolo dimostra così di essere assai conscio della luce che abita in lui: è la luce della fede, la luce della conoscenza di Cristo. Questa luce lo spinge a farsi servitore degli altri, di tutti gli uomini, ai quali vuole portare la luce del Vangelo. In questo si realizza sia la sua gioia, la gioia di apostolo che annuncia il vangelo, ma anche la gioia di una comunità, perché Paolo è intimamente convinto che dove la luce del Vangelo raggiunge gli uomini, lì si realizza la loro stessa gioia. Il “vero splendore di Cristo risorto” è, dunque, lo splendore che giunge nel cuore degli uomini quando viene annunciato loro il Vangelo. In questa ottica di fede prende poi senso ogni altro esempio di testimonianza della carità. Tutto ciò che si può fare di concreto per sovvenire gli uomini, se è fatto alla luce del Vangelo, diventa partecipe della sua stessa luce. Paolo, con molta forza e anche con orgoglio, annunciava: “io non porto me stesso”, ovvero io non annuncio nulla di mio e tutto ciò che faccio lo faccio in nome della fede. Questo è lo splendore della carità e l’essenza del servire del cristiano: nel nome del Signore si porta il Vangelo e qualsiasi dono concreto a testimonianza che la fede è davvero un servizio all’uomo.

Atti

Così anche gli Atti. La chiesa degli apostoli è una chiesa assolutamente dedita alla carità. Lo abbiamo sentito anche qualche settimana fa nella lettura che ci ricordava l’istituzione del diaconato come forma stabile di amministrazione della carità. Oggi la lettura insisteva molto, invece, sul tema della comunione. È la comunione tra i discepoli e Maria, è il continuo stare insieme nel nome del Signore, è lo splendore del Vangelo che porta tutti ad assumere quella gioia del servire nel nome del Signore che è stato il primo vero motore della comunità cristiana. Dalla lettura del Vangelo, potremmo dire, la prima comunità ricava l’invito ad essere unita, solidale, in preghiera fervente e, per questo, dedita alla carità. Le due scritture insieme ci dicono che non c’è azione di carità che non nasca dalla preghiera. Il cristiano serve con gioia per questo motivo, perché trova in Cristo la forza per predicare il Vangelo e per portare ogni altro bene. Non c’è mai attività che non sia fortemente ancorata alla preghiera. Nessun attivismo, ma una testimonianza concreta che deriva dalla fede.

Vangelo

Sulla scorta di queste letture, rileggiamo insieme il Vangelo, che è a tutti noto. La tenerezza di questa pagina di San Luca consiste proprio nel farci vedere, ancora una volta, la carità di Cristo. È il giorno di Pasqua, è il giorno della risurrezione. Due discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme, forse temendo per la loro situazione. Ed ecco che è il Signore che, con infinita carità, si mette al loro fianco, li ascolta, li interroga, di nuovo, con pazienza, torna a spiegare le scritture che si riferiscono a Lui. Non solo. Gesù, fermandosi con loro ad Emmaus, celebra, per così dire, il Sacramento dell’Eucarestia, quello che aveva consegnato loro solo due giorni prima nell’intimità del cenacolo. Il Sacramento della carità, il Sacramento della donazione, il Sacramento di Colui che non solo aveva detto ma che aveva anche dimostrato che non c’è amore più grande di chi dona la vita per i suoi. Ora che i discepoli hanno visto la sua concreta donazione, ora che i discepoli hanno partecipato all’ora del Calvario, mentre ancora sono attoniti per l’annuncio della risurrezione, quel gesto, accompagnato dalla sua stessa presenza e dalla sua parola, diventa spiegazione esaustiva. Essi tornano dagli altri, ovvero ricompongono quella comunione del cenacolo di cui ci ha parlato anche la prima lettura; di nuovo, con gli altri condividono la Parola, come anche le altre due scritture ci hanno detto; insieme, nella memoria dell’Eucarestia, decidono di riprendere quella donazione generosa che diventa carità concreta. Carità sostenuta dall’esempio di tenerezza di Cristo che si fa viandante, compagno dell’uomo, pronto a ridonare gioia a tutti, partendo dalla sua parola e dal suo gesto di donazione. Quando accade questo, quando accade che la Parola trattenuta nel cuore diventa annuncio gioioso e fonte della testimonianza della carità, allora gli occhi degli uomini si aprono, esattamente come accadde ai discepoli e sia la predicazione sia la testimonianza della carità diventano fonte di gioia per tutti.

Per il nostro cammino

Questi elementi della scrittura ci aiutano a concludere questo percorso sulla gioia e ci invitano a riflettere sul senso della donazione nostra negli atti di carità che compiamo.

In primo luogo, direi che emerge con chiarezza che il “farsi prossimo” di ogni cristiano non è mai solo attenzione all’uomo, non è mai solo risposta ad un’emergenza, non è mai solo decisione umana di intervenire su un problema che si crea, ma è sempre attestazione di fede. Il cristiano è, prima di tutto, un uomo che prega, un uomo che riconosce Cristo nell’Eucarestia, un uomo che, celebrando il Sacramento della donazione del Signore a tutti, vive, nel concreto della sua storia e nelle forme a lui possibili, il medesimo atto di donazione. Facciamo anche noi così? Vedo, per così dire, due esiti molto differenti tra noi: l’esito maggioritario, ovvero quello di persone che celebrano l’Eucarestia, ma non vivono atti di donazione generosa nella carità. Ci sono moltissimi battezzati che fanno questo, forse anche noi, moltissimi ai quali basta la celebrazione del Sacramento per essere cristiani, senza avere atti di attenzione, di donazione, di carità concreti. Il Sacramento non è mai chiuso nella celebrazione. Lo spazio celebrativo si dilata. Quell’ “andate in pace” che conclude il Sacramento, la sua celebrazione, è come dire: finisce il tempo della convocazione, finisce il tempo della riunione ecclesiale. Ora inizia il tempo della testimonianza della carità. Inizia il tempo della attuazione, nel concreto della vita di ciascuno, di quel Sacramento di amore che è stato celebrato per tutti e che è anche fisicamente entrato nel cuore di coloro che lo hanno ricevuto. Credo sia molto forte questa verità che celebriamo e deve essere fonte di grandissima riflessione per noi tutti. Una Messa che non porta ad una testimonianza della carità è una Messa a metà.

L’altro esito che vedo è il suo contrario. Abbiamo anche noi, nelle nostre associazioni cattoliche di carità, moltissimi che si dedicano ad una carità spiccia, ad una carità concreta, senza che ci sia un annuncio del Vangelo, senza che ci sia una condivisione del pane della vita, senza che ci sia una preghiera forte, costante, che unisce e che abilita all’annuncio della vicinanza di Cristo negli atti concreti che si pongono in essere. Atteggiamento molto pericoloso, perché mette di fatto le differenti associazioni in stato di uguaglianza alle ong e a tutte le forme di associazionismo caritativo. Associazioni che fanno certamente del bene, che vivono espressioni di filantropia e di vicinanza all’uomo che non devono essere trascurate, anzi, che devono essere opportunamente valutate, ma che non devono assolutamente essere lo stile con cui la Chiesa svolge le sue opere di carità. La chiesa e, quindi, i cristiani, fanno nascere la propria testimonianza di carità dalla preghiera, dalla celebrazione, dal continuo incontro con il Signore Risorto. Questo è l’atteggiamento che dà gioia e che apre gli occhi, sia ai credenti che praticano questo gesto, sia ai non credenti che ricevono questa attestazione della carità.

In secondo luogo, direi che le scritture insistono tutte sul tema della comunione tra i discepoli con il Signore, che è la prima e vera forma di carità. Credo che anche questo tema meriterebbe qualche riflessione, noi non saremo mai abbastanza pronti a vivere la carità se non partiremo da questa comunione comunitaria. È qui, nel luogo e nella celebrazione che ci portano alla condivisione della gioia per la risurrezione di Cristo che nasce qualsiasi spinta per vivere bene e nel tempo presente la nostra testimonianza di fede.

Così concludiamo questo percorso sulla gioia: la gioia del dubbio, la gioia della alleanza con Dio che si vive nell’Eucarestia, la gioia della propria vocazione, la gioia per uno stile di vita realmente cristiano, la gioia della pace del cuore e, infine, la gioia di servire, sono stati gli atteggiamenti che la Scrittura ci ha suggerito. Spero vivamente che questa riflessione sulla gioia del credere e sula gioia del cristiano abbia illuminato la nostra fede e la nostra comunità, per essere, come diceva oggi San Paolo, non annunciatori di noi stessi, ma annunciatori di Cristo, fonte di gioia per ogni uomo che si accosta a Lui. A Maria, che continuiamo ad invocare in questo mese di maggio, chiediamo la forza di essere sempre testimoni della gioia del Signore risorto.

2023-05-19T16:01:29+02:00