Domenica 22 marzo

Quarta Domenica di Quaresima o del cieco nato

Nella confessione si apre la strada per realizzare veramente la comunione. Il peccato esige che l’uomo sia solo. Lo sottrae alla comunione. Quanto più l’uomo è solo tanto più è distruttivo il dominio del peccato su di lui; quanto più è intricata la rete del peccato, tanto più disperata è la solitudine.  Il peccato vuole rimanere sconosciuto. Ha orrore della luce. Nella confessione la luce dell’Evangelo irrompe nelle tenebre e nell’oscurità in cui il peccato si chiude. Nella confessione il peccato è costretto a venire alla luce. Il peccatore, nella confessione, si consegna a Dio e Dio rimette tutti i suoi peccati. Nella confessione il peccato perde il suo potere”. La lunga citazione di Bonhoeffer, con cui anche oggi apro la riflessione domenicale, già ci mette sulla strada giusta per commentare non solo il vangelo ma tutta la liturgia della Parola di questa domenica, quarta del tempo di quaresima, per introdurci alla riflessione sul credo.

L’ articolo del Credo:

Credo la remissione dei peccati…

Vangelo

Gv 9, 1-38b
✠ LETTURA del vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».

Come diceva Sant’Agostino certo occorrerebbe un giorno intero, o forse più, se volessimo riprendere per intero tutta la narrazione di San Giovanni. Per questo rileggo la pagina del Vangelo solamente nella direzione dell’articolo del credo che vogliamo studiare e commentare questa domenica.

Il peccato, in tutta la scrittura, è sempre stato presentato come una mancanza di luce. Qualsiasi sia la fattispecie del peccato – personale o comunitario, noto o segreto, contro Dio o contro l’uomo – esso è sempre un allontanamento dalla luce di Dio. Deve però essere altrettanto chiaro ciò che il ministero e la predicazione del Signore hanno sempre sostenuto, e cioè che Dio “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33). Come deve essere a tutti noto che non esiste alcuna correlazione tra il peccato dell’uomo e la sua condizione di salute. In nessun modo è possibile affermare che una menomazione o una malattia siano, in qualche maniera, riflesso, conseguenza del peccato. Tanto meno sua punizione. Chi pensasse così, rivelerebbe di avere ancora una mentalità pagana, che lega Dio ad un principio di retribuzione nel bene o di castigo nel male, assolutamente sconosciuti alla teologia biblica. In questo senso rileggiamo la correzione di Gesù alla domanda del discepoli: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori? Né lui né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”.

Gesù presenta ancora il peccato come una deviazione della creazione. Quell’uomo creato dalla terra, secondo la teologia del libro della Genesi, viene pure “ricreato” dal Signore. Ecco il gesto di “sputare per terra e fare del fango con la saliva”. Il peccato, che è quella tenebra che isola l’uomo da Dio e isola pure l’uomo dal fratello, non può essere tolto da altro che da un gesto del Signore, da una nuova creazione che solo a Lui compete.

Ancora il brano del Vangelo insegna che è il Battesimo a togliere ogni peccato: “và a lavarti alla piscina di Siloe”. Il cieco ritrova la vista proprio dopo essersi lavato in un luogo particolarmente significativo della città di Gerusalemme, una delle piscine che erano a disposizione di tutti e nelle quali, talvolta, avveniva qualche miracolo di Dio.

La remissione dei peccati, insegna ancora il Vangelo, consente di attingere a quella verità di vita che permette di sostenere qualsiasi prova e sfida nella fede. È per questo che vediamo l’uomo che era stato cieco, che possiamo anche pensare uomo non istruito, sostenere gli interrogatori del sinedrio e dei dottori, spiegando mirabilmente quello che essi non riescono a  comprendere. La Verità di Dio che risplende nel cuore del peccatore perdonato, concede anche questo.

La remissione dei peccati aumenta la fede. Leggiamo, infatti, che l’uomo che era stato cieco, incontrando il Signore Gesù dopo i ripetuti interrogatori subiti, riconosce in Lui la presenza di Dio e, in vero atteggiamento di fede, si inginocchia davanti a Lui. La remissione dei peccati non solo illumina il proprio cammino umano, non solo immette in una nuova comprensione della vita, ma accende anche quell’aumento di fede che diventa sempre occasione di una più approfondita conoscenza del mistero di Dio.

Esodo

Es 34, 27 – 35, 1
Lettura del libro dell’Esodo

In quei giorni. Il Signore disse a Mosè: «Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un’alleanza con te e con Israele». Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole. Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando non fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore. Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: «Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare».

Come, del resto, ci viene dato di comprendere anche dalla splendida lettura del libro dell’Esodo. Mosè è l’uomo che vive alla presenza di Dio, è l’uomo che vive di Dio, è il profeta che dialoga con lui a viso aperto. Dio riconcilia a sé Mosè, che pure non aveva certo avuto una vita immacolata, e ne fa un suo strumento particolarmente eletto.  Il dialogo con Dio è così intenso che, proprio per questo accostamento alla Verità, Mosè stesso è trasfigurato. Senza che egli se ne accorga, lo splendore del suo volto diviene così raggiante tanto che la sua vista è insostenibile dal popolo di Israele. Si dovrà ricorrere ad un velo, da collocare sul suo volto, per non lasciare che alcuno rimanga abbagliato da quella sua presenza radiosa di luce. È per questo che la sua parola diventa “presenza radiosa di luce”, che illumina tutti sul senso del peccato e sul cammino di libertà da compiere. È da questa rivelazione sul monte, infatti, che nascono quelle “10 parole”, quei “comandamenti” che diventano guida ed anche occasione di revisione per tutto il popolo di Israele, così come lo sono per molti di noi.

Corinti

2Cor 3, 7-18
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. Anzi, ciò che fu glorioso sotto quell’aspetto, non lo è più, a causa di questa gloria incomparabile. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo. Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli d’Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; «ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto». Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

Ancora più bella e difficile è la seconda lettura. San Paolo si lascia richiamare dalla lettura dell’Esodo che abbiamo appena commentato, per spiegare a tutti che lo splendore del volto di Mosè era solo uno splendore effimero. Quanto più splendente sarà il volto di ogni peccatore perdonato che entrerà in comunione con Dio! Non manca, però, una riflessione ulteriore. Ciò che rivelò Mosè era perché il popolo di Israele comprendesse l’urgenza di una chiamata alla conversione, che non si realizzò. Ecco allora l’opera di Gesù che non solo chiama il peccatore alla conversione – potremmo così rileggere moltissime pagine del Vangelo – ma realizza in sé stesso quell’opera di salvezza impossibile a qualsiasi uomo, anche allo stesso Mosè. È Gesù Cristo che nella sua Pasqua, ovvero nella sua passione, morte e risurrezione toglie ogni velo che ci nega la vera conoscenza di Dio e ci dona quello Spirito che è Spirito di libertà. Ecco perché il peccatore che si lascia perdonare da Dio, mentre cammina nel tempo, giunge a quella progressiva maturazione del cammino di fede che gli permetterà, un giorno che è già nelle mani di Dio, di contemplare il mistero della verità in piena luce. È Gesù Cristo che toglie dalla potenza del peccato per immetterci nell’economia della grazia.

Per  noi

Carissimi fedeli che, anche oggi, siete lontani ma che avete il desiderio di vivere questa quaresima con frutto e con sincera dedizione al vostro cammino, possiamo allora sistematizzare tutto ciò che la scrittura ci ha detto.

La remissione dei peccati inizia con il Battesimo che toglie ogni traccia di peccato ma non libera da quella debolezza che è connaturale all’uomo e che si esprimerà in quell’attrazione al male che produce peccato attraverso i peccati personali che, anche dopo il Battesimo, verranno Commessi (Catechismo della Chiesa Cattolica 978).

La remissione dei peccati continua in quell’opera di continua “ri-creazione” della coscienza che si attua in ogni S. Confessione, vissuta con fede. In essa continuamente veniamo immersi in una più profonda conoscenza del mistero di Dio che permette all’anima di camminare incontro a colui che è Luce e guida della vita.

Il Signore risorto ha affidato la remissione dei peccati alla sua Chiesa e ha fatto di essa la “ministra della misericordia” donandole quel “potere di legare e di sciogliere” di cui ha investito l’autorità di Pietro e degli apostoli e dei loro successori missionari del Vangelo. In questo senso dovremmo rileggere le parole del catechismo, che ricordano che “i sacerdoti hanno quel potere che non è dato nemmeno agli Angeli e agli Arcangeli”.

La remissione dei peccati si esprime nella Santa Confessione che potremmo definire un “Battesimo laborioso”. Battesimo laborioso perché implica il finalizzare la libertà ad una sempre più profonda conoscenza di Cristo. Questo “battesimo laborioso” sarebbe impossibile da attuare con la forza della sola libertà. È lo Spirito del Risorto che permette ogni genere di conversione e che introduce l’anima del credente in quella dimensione di progressiva illuminazione di cui ci ha parlato il vangelo stesso. (CCC 974)

La remissione dei peccati è affidata ai sacerdoti che, raccogliendo il proposito di emendazione di vita e la contrizione della coscienza di ogni singolo fedele, permettono a questa dimensione di conversione interiore di accedere a quel frutto di grazia che è stato predisposto da Dio e voluto dalla sua infinita misericordia.

Scriveva San Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica, la Redemptor Hominis: “l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane, per sé stesso, un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta, se non lo fa proprio, se non vi partecipa pienamente” (n. 10). La vera sperimentazione di questo amore che salva e che immette in una luce di verità o che apre alla comunione con altri uomini, è quello che viene dato unicamente nella confessione. È il sacramento della riconciliazione che apre a questa dimensione di vita e di fede.

Aggiungeva Benedetto XVI: “l’amore di Dio è iniziato, per noi, con la creazione, si è fatto visibile nel mistero della Croce, in quella Kenosi, in quello svuotamento ed umiliante abbassamento del Figlio di Dio che fu la sua Pasqua”. Per questo, continua il papa emerito: “nella confessione ci è donato il perdono dei peccati, la riconciliazione con la Chiesa, la remissione della pena eterna e, almeno in parte, la remissione delle pene temporali che sono la conseguenza del peccato”.

Ricordiamo e impariamo, infine che, sempre come disse Benedetto XVI: “perdonare non è ignorare ma trasformare. Dio entra in questo mondo e oppone all’oceano dell’ingiustizia un oceano ancora più grande di bene e di amore”.

Così come è accaduto all’uomo cieco dalla nascita. Gesù non ha ignorato la sua condizione, ma l’ha trasformata. “E’ così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”. L’opera di Dio è la misericordia. Quella misericordia che, se lo vogliamo, è data a ciascuno di noi nella confessione perché sia sempre attuale e vera la remissione dei peccati.

Per una lettura spirituale.

il nostro cammino penitenziale, di Carlo Maria Martini

Due categorie di penitenti

Che cosa aggiungere, direi a modo di consiglio, per l’esperienza personale nostra? Io distinguerei la nostra esperienza, o meglio l’esperienza della penitenza in due categorie.

Vi sono alcuni per i quali la penitenza intesa nel modo antico, cioè come una confessione breve, frequente, nella quale si costituiscono come una serie di pietre miliari che ci aiutano a essere purificati da tutte le colpe quotidiane e a tenere vivo in noi il senso della gratuità della salvezza, ha ancora un preciso significato. Per chi trova facile questa via, per chi vi è abituato e la porta avanti senza problemi, è una grazia; vuol dire che il Signore lo guida e lo guiderà su questa strada.

Ci sono però, talora, persone che, avendo vissuto l’esperienza del cambio di regime penitenziale, hanno trovato assai più difficile continuare la pratica della confessione regolare; la trovano faticosa, un po’ formale, poco utile, poco stimolante. Vorrei parlare soprattutto per questi: avendo anch’io sperimentato un po’ questo tipo di travaglio, ho cercato di vedere come se ne può uscire.

Mi ha aiutato una considerazione semplice e che sembra paradossale. Mi sono detto: se mi è così faticoso fare la confessione breve, perché non provare a farla più lunga? Un po’ un rovesciamento delle situazioni. Ed è nata l’esperienza (che ho poi confrontato con altre esperienze di gruppi, persone, situazioni, anche in diverse parti del mondo) del colloquio penitenziale che vuole salvare i valori della confessione tradizionale, ma inserendoli in un quadro un po’ più personale. 

Il colloquio penitenziale

Cosa intendo per colloquio penitenziale? Intendo un dialogo fatto con una persona che mi rappresenta la Chiesa, concretamente un sacerdote, nel quale cerco di vivere il momento della riconciliazione in una maniera che sia più ampia di quello che è la confessione breve, che elenca semplicemente le mancanze.

Cerco di descrivervi come questo avviene – il nuovo Ordo paenitentiae ammette questo allargamento:

  • se si può, come suggerisce l’ordo paenitentiae, è meglio ­ cominciare il colloquio con la lettura di una pagina biblica, ad esempio un Salmo, che uno ha cercato perché corrispondente al suo stato d’animo; si recita poi una preghiera, magari spontanea, che mette subito in un’atmosfera di verità. Segue un triplice momento che sinteticamente chiamo: 
  • confessio laudis, 
  • confessio vitae,
  • confessio fidei.

 

Confessio laudis: ripete proprio l’esperienza di Pietro in Luca 5. Pietro, per prima cosa, sperimenta che il Signore è grande, che ha fatto per lui una cosa immensa e lo ha riempito di doni inaspettati. 

Confessio laudis è cominciare questo colloquio penitenziale rispondendo alla domanda: dall’ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio? Quelle cose nelle quali sento che Dio mi è stato particolarmente vicino, in cui ho sentito il suo aiuto, la sua presenza? Fare emergere queste cose, cominciare con questa espressione di ringraziamento, di lode, che mette la nostra vita nel giusto quadro.

Segue poi quella che è la confessio vitae. Evidentemente trovo molto giusto quello che si insegnava nella pratica della confessione, di confessarsi cioè secondo i dieci comandamenti o secondo un altro schema, ma per questa confessio vitae io suggerirei – per coloro che hanno una possibilità maggiore di tempo – questa domanda: a partire dall’ultima confessione che cosa è che, soprattutto davanti a Dio, non vorrei che fosse stato? Che cosa mi pesa?

Quindi più che preoccuparsi di far emergere una lista di peccati – che ci potrà anche essere quando sono cose molto gravi e precise perché, allora, emergono da sé – si tratta di vedere le situazioni che abbiamo vissuto e che ci pesano, che non vorremmo che fossero e che proprio per questo mettiamo davanti a Dio per esserne sgravati, per esserne purificati.

Qui la áfesis amartión ha il suo senso proprio: toglierci un peso e un peso potrebbe essere, per esempio, che abbiamo vissuto una certa antipatia senza riuscire a liberarcene e non sappiamo vedere esattamente se ci sia stata colpa o no, ma ha pesato sul nostro animo; oppure abbiamo vissuto una certa fatica nel compiere il bene, una certa pesantezza nell’amare, nel servire che magari è stata poi causa di altri difetti, perché è una radice di fondo. Così mettiamo in luce veramente noi stessi, come ci sentiamo.

  • Che cosa avrei voluto che non fosse avvenuto?
  • Che cosa mi pesa particolarmente ora davanti a Dio?
  • Che cosa vorrei che Dio togliesse da me?

In questo modo è più facile far emergere davvero la persona con le sue situazioni sempre mutevoli, con la sua realtà di peccato spesso non documentabile e che gli altri riconoscono e vedono più di noi, magari criticano e noi non riusciamo a individuare se non in questo modo.

Chiediamo di essere liberati perché la potenza di Dio è per liberare noi, non per liberarci da un punto di vista contabile o moralistico; è per darci spazio, per darci animo, per farci riprendere una nuova spontaneità.

Infine la confessio fidei che è la preparazione immediata a ricevere il suo perdono. È la proclamazione davanti a Dio: Signore, io conosco la mia debolezza, ma so che Tu sei più forte. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità a salvarmi così come sono adesso. Affido la mia peccaminosità a Te, rischiando tutto, la metto nelle tue, mani e non ne ho più paura.

È necessario, cioè, cercare di vivere l’esperienza di salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui Dio entra nella nostra vita e ci dà la Buona Notizia: «va’ in pace», mi sono preso io carico dei tuoi peccati, della tua peccaminosità, del tuo peso, della tua fatica, della tua poca fede, delle tue interiori sofferenze, dei tuoi crucci. Li ho presi tutti su di me, me li sono caricati perché tu ne sia libero.

2020-03-20T15:06:12+02:00