Martedì 22 giugno

Settimana della 4 domenica dopo Pentecoste – Martedì

Vangelo

Lc 7, 1-10
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, il Signore Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Fare quello che sembra bene. Era una frase della prima lettura che ci aiuta a rileggere il Vangelo. Il centurione, come molti uomini, come molti di noi, fatica a confrontarsi con il tema della malattia, sua e degli altri. Così egli non vorrebbe vedere nemmeno il suo sottoposto soffrire. Con molto cuore, con rara umanità, egli fa di tutto per alleviare le sofferenze di quell’uomo. Non riuscendovi, fa quanto gli sembra bene, cioè manda a dire cosa sta accadendo al Signore. Non è un ebreo, non crede in Dio, ma è uomo di fede. Sa che gli dei – il centurione è un pagano – possono aiutarlo e dopo essersi rivolto certamente ai suoi dei, tenta anche la via di rivolgersi al Signore. Ha sentito parlare di lui, ha sentito dei suoi miracoli, vuole solo che il suo servo stia meglio. Ottiene quello che desidera proprio per questa sua umanità molto bella, per questa sua carità molto forte, per questo atteggiamento di fede per il quale egli sa ringraziare il Maestro per il suo interessamento, gli basta questo. Non si ritiene degno di ricevere un uomo che compie segni tanto prodigiosi e che, per molti, è l’atteso Messia. Chiede una “guarigione a distanza”, un interessamento al caso. È quanto gli sembra bene e questo è sufficiente non solo per ottenere l’interessamento del Signore, ma, addirittura, per ottenere quel miracolo che salva quest’uomo.

La sua, poi, è una professione di fede. Egli parte dalla sua vita, parla di ciò che conosce bene. Egli ha uomini sotto di sé e sa che i suoi comandi sono eseguiti, come anche lui stesso mette in atto i comandi ricevuti dai suoi superiori. È un uomo di esercito, vive di questo. Il centurione utilizza questa metafora per dire ciò che a lui sembra bene dire: tutto è nelle mani di Dio. Egli non conosce il Dio degli ebrei ma, da uomo pio e religioso, sa che ogni cosa non è nelle mani di Dio, ma nelle mani di colui che ha creato tutto. Come può, riesce a dire questa verità e Gesù ne rimane ammirato. Gesù rimane ammirato da una comunicazione di fede semplice, essenziale, ma in grado di cogliere verità che nemmeno altri uomini e donne di fede sono stati in grado di cogliere. Questo è ciò che per Gesù è sufficiente per configurare un itinerario di fede.

Deuteronomio

Dt 12, 2-12
Lettura del libro del Deuteronomio

In quei giorni. Mosè disse a tutto Israele: «Distruggerete completamente tutti i luoghi dove le nazioni che state per scacciare servono i loro dèi: sugli alti monti, sui colli e sotto ogni albero verde. Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco le statue dei loro dèi e cancellerete il loro nome da quei luoghi. Non farete così con il Signore, vostro Dio, ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore, vostro Dio, avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per stabilirvi il suo nome: là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato, le vostre offerte votive e le vostre offerte spontanee e i primogeniti del vostro bestiame grosso e minuto; mangerete davanti al Signore, vostro Dio, e gioirete voi e le vostre famiglie per ogni opera riuscita delle vostre mani e di cui il Signore, vostro Dio, vi avrà benedetti. Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa quanto gli sembra bene, perché ancora non siete giunti al luogo del riposo e nel possesso che il Signore, vostro Dio, sta per darvi. Ma quando avrete attraversato il Giordano e abiterete nella terra che il Signore, vostro Dio, vi dà in eredità, ed egli vi avrà messo al sicuro da tutti i vostri nemici che vi circondano e abiterete tranquilli, allora porterete al luogo che il Signore, vostro Dio, avrà scelto per fissarvi la sede del suo nome quanto vi comando: i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato e tutte le offerte scelte che avrete promesso come voto al Signore. Gioirete davanti al Signore, vostro Dio, voi, i vostri figli, le vostre figlie, i vostri schiavi, le vostre schiave e il levita che abiterà le vostre città, perché non ha né parte né eredità in mezzo a voi».

Esattamente come faceva Mosè. Ancora nel deserto, Mosè istruisce il suo popolo. Sa bene ciò che avverrà nella terra. Sa bene che, nella terra, il popolo di Israele incontrerà popoli che adorano altri dei. Non si dovrà corrompere, non dovrà fare quello che fanno gli altri, per non rendere vana quella benedizione di Dio che ha ricevuto e che è parte del suo cammino. Per questo, dice Mosè, è stato scelto. Ecco perché non adorerà altri dei, non farà quello che fanno gli altri popoli, ma adorerà Dio in quel modo particolare con cui Dio si è rivelato. Non dovrà accadere che ciascuno “farà quanto gli sembra bene” perché il popolo di Israele ha il compito di custodire la rivelazione di Dio e di donarla agli altri. È esattamente quello che è accaduto nel Vangelo. Il centurione ha visto il comportamento di fede degli ebrei, ne è rimasto ammirato e ha domandato un miracolo a quel Dio che sembrava molto più vicino all’uomo di qualsiasi suo dio. Dunque Mosè chiede che ci sia la capacità di dare sempre una testimonianza di fede forte, autentica, vera. Solo questo è capace di rendere l’uomo santo. Solo questo rende ogni uomo un uomo di fede capace di far trasparire, nei propri giorni, la potenza di Dio e la bellezza, il fascino del suo mistero.

Per noi

Noi abbiamo ricevuto molto di più. Noi abbiamo ricevuto la rivelazione di Cristo, noi abbiamo la sua presenza, che rimane costante nel tempo, noi siamo qui a celebrare la stessa Eucarestia, che è la presenza del Signore in mezzo a noi ma anche il manifestarsi concreto del suo ascolto, della sua vicinanza, del suo essere presente in mezzo a noi.

  • Sappiamo fare di questi doni un invito a credere anche per altri?
  • Valorizziamo il nostro cammino di fede per farne fonte di dialogo con gli altri?

In realtà a me sembra che pochissimi facciano così. Ciascuno fa “quanto gli sembra bene”, cioè mette insieme tutti gli elementi che vuole, da qualsiasi religione provengano, e pretende che questo diventi la “normalità” del credere. Quando poi qualcuno tenta di dire qualcosa sul tema, ecco che si trasforma in un bigotto, oscurantista, uomo del passato, incapace di comprendere la novità del presente. Il Signore ci sta chiedendo altro! Il Signore ci sta chiedendo di saper valorizzare la sua rivelazione per farla diventare occasione di dialogo con altri uomini e occasione di testimonianza della fede. Cerchiamo anche noi di fare questo, cerchiamo anche noi di valorizzare tutto ciò che ci permette di parlare con Dio e di essere in comunione con Dio. Saremo così capaci di testimoniare Dio nel nostro mondo.

2021-06-17T14:56:32+02:00