Martedì 23 febbraio

Settimana della prima domenica di Quaresima – Martedì

Genesi

3, 9-21
Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà». All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!». L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi. Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì.

Una fame non dominata”. Spesso la liturgia, riferendosi a quello che chiamiamo “peccato originale”, si esprime in questi termini. Il peccato è frutto di una fame non dominata. Ovviamente la Genesi ci aiuta a capire le verità di sempre ricorrendo ai simboli. L’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero della vita, i due alberi “proibiti” che già ieri ci sono stati presentati, generano nell’uomo una “fame”. La fame, come dicevamo ieri, di essere il punto di riferimento ultimo per distinguere il bene dal male, o la fame di poter mettere le mani sulla vita per decidere come, se, quando venire al mondo, oppure come vivere, o ancora quando uscire dalla scena di questo mondo. È questa la fame spesso non dominata, ieri e oggi. Gli esempi sono diversi, le modalità e le tecniche cambiano e si evolvono con le mutazioni della cultura del tempo, ma le cose rimangono le stesse. L’uomo fa fatica a dominare la sua “fame” e stende le mani lì dove non dovrebbe, non rispettando più né la vita né la morale. È il relativismo etico di cui ci ha parlato molto spesso papa Benedetto XVI nel corso del suo ministero, o anche Papa Francesco con i suoi gesti e con le sue provocazioni di sapienza.

Fame che non sazia. Dopo aver mangiato dell’albero, i protagonisti della scena, “Adamo ed Eva”, per intenderci, non acquisiscono le conoscenze a cui volevano giungere, anzi, conoscono ancora maggiormente la loro fragilità e la loro debolezza. La nudità, simbolo della loro precarietà, dice anche la loro stoltezza. Precarietà che non potrà essere riparata se non da un digiuno. Quel “digiuno del giusto” che, volendo riunirsi a Dio, troverà nella pratica penitenziale quella forza che serve per rinvigorire il proprio animo e per dirigersi a Dio con maggiore decisione.

Proverbi

2, 1-10
Lettura del libro dei Proverbi

Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza. Egli riserva ai giusti il successo, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e proteggendo le vie dei suoi fedeli. Allora comprenderai l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene, perché la sapienza entrerà nel tuo cuore e la scienza delizierà il tuo animo.

Posizione, poi, riaffermata dai Proverbi. La ricerca della verità, la rettitudine del cuore e delle intenzioni, la pratica della giustizia: sono queste le realtà a cui l’uomo deve tendere, cercando, con tutto il proprio impegno, di far brillare la propria conoscenza di Dio e della Sua Parola liberatoria. Senza digiuno, cioè senza astinenza dalle altre cose della vita, l’uomo non arriverà mai a questa conoscenza e a questa verità. Ecco perché l’uomo deve cercare, sopra ogni cosa, ciò che è “delizia dell’animo”. Chi si ferma alla delizia del palato, limita la propria ricerca di Dio e, quindi, quella della propria felicità.

Vangelo

Mt 5, 13-16
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

“Sale” e “luce” sono due ingredienti della vita dei quali non si può fare a meno. Non si gusta un cibo insipido e nemmeno si può vivere senza luce. Chi non ha cibo a sufficienza e pieno di sapore, come del resto chi non ha sufficiente luce, vive male, non è felice e, come vediamo anche nel nostro mondo, si rifugia in quei piaceri della vita che non sono sempre onesti e che spingono l’uomo a cercare quel po’ di felicità lì dove non c’è che illusione. Gesù, riferendosi a questi due ingredienti della vita, non fa altro che ricordarci che la nostra esistenza è chiamata alla verità, alla bellezza, alla gioia, alla sapienza. Togli sapienza alla vita e non avrai che tristezza. Togli luce ai giorni dell’uomo e non avrai altro che limite. Il Vangelo, insieme alla lettura della Genesi, non vuole limitare l’esperienza dell’uomo, non vuole togliere nulla all’esperienza che si può compiere. Vuole donare un senso alle esperienze. Come la “fame” non dominata porta lontano da Dio, così solo la ricerca di luce e di sapore dei giorni soddisfa pienamente una vita. È questa la sapienza che ci viene rivelata. Per raggiungere questi obiettivi vale anche la pena di digiunare, di lasciare alcune cose, di non praticare alcune esperienze, altrimenti si perde quella luce della vita e quel sale dell’esistenza che rendono vera e bella la vita dell’uomo. Eppure tutti consideriamo quei “digiuni” che le “regole morali” impongono qualcosa di pesante, difficile da sopportare, o, forse, addirittura qualcosa di inutile. Se è così è perché non abbiamo ancora la forza di provare gusto nel dare sapore alla vita. Molti cristiani vivono, oggi, una vita priva di sapore. Nel loro cristianesimo c’è un notevole spazio di tolleranza verso quel modo di vivere che cristiano non è e che si impone, con le sue regole, i suoi riti e le sue liturgie. L’arte di dare sapore ai propri giorni è solo propria del sapiente. Senza quest’arte tutto diventa privo di senso e di spessore. Eppure facciamo molta fatica a vivere con questo pensiero e a indirizzare in questa direzione i nostri sforzi.

Esercizio per la revisione di vita quaresimale

  • Che idea ho delle “norme morali”?
  • Quali “digiuni”, quali rinunce mi pare pongano queste norme?
  • Cerco quella “delizia dei giorni” che è la sapienza o mi butto nelle esperienze che mi vengono proposte senza riflettere bene?
  • Mi dedico all’arte di dare sapore alla mia vita? E a quella degli altri?

Impegno per suscitare la sapienza in noi

Credo che sia sotto gli occhi di tutti come, sempre più spesso, nel nostro mondo, nella nostra società, si sovverta il criterio per distinguere il bene dal male e ci sia un inganno che induce molti nell’errore. Molti sono portati a ritenere un bene ciò che è un male e viceversa. Credo che un “digiuno” dall’atteggiamento perverso che è anche in noi e in base al quale pretendiamo di decidere noi cosa è bene e cosa è male, potrà essere per tutti noi un invito ad essere più sapienti e per chi vive con noi una testimonianza utile di esercizio di sapienza.

È questo l’esercizio di sapienza che desideriamo vivere oggi.

2021-02-22T01:29:18+01:00