Sabato 23 maggio

Settimana della sesta domenica di Pasqua – Sabato

Anche oggi continuiamo il nostro percorso di cammino spirituale verso la Pentecoste.

Vangelo

Gv 15, 1-8
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il tema propostoci dal Vangelo è quello classico della predicazione di Gesù: “rimanete in me e io in voi”, trattato con l’immagine della vigna. Il tralcio che non rimane ben unito alla vigna è destinato a morire. Senza la linfa vitale che gli viene dalla vigna, come potrebbe sopravvivere? Ovviamente il paragone proposto da questa immagine è rivolto alla vita di ogni fedele. Ogni anima che si stacca da Cristo, diventa infruttuosa. Ogni anima che rimane unita a Cristo attraverso la Chiesa, porta invece quel frutto di vita eterna per il quale è stata creata. Il frutto che Gesù chiede a tutti, infatti, è “diventare discepoli”, è la sequela. Chi segue Cristo e la sua parola si incammina verso quella vita eterna promessa a tutti e realizzata per tutti nella sua Pasqua.

Cantico dei cantici

Ct 5, 9-14. 15c-d. 16c-d
Lettura del Cantico dei Cantici

Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, tu che sei bellissima tra le donne? Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, perché così ci scongiuri? L’amato mio è bianco e vermiglio, riconoscibile fra una miriade. Il suo capo è oro, oro puro, i suoi riccioli sono grappoli di palma, neri come il corvo. I suoi occhi sono come colombe su ruscelli d’acqua; i suoi denti si bagnano nel latte, si posano sui bordi. Le sue guance sono come aiuole di balsamo dove crescono piante aromatiche, le sue labbra sono gigli che stillano fluida mirra. Le sue mani sono anelli d’oro, incastonati di gemme di Tarsis. Il suo ventre è tutto d’avorio, tempestato di zaffiri. Il suo aspetto è quello del Libano, magnifico come i cedri. Questo è l’amato mio, questo l’amico mio, o figlie di Gerusalemme.

Il Cantico non cessa di stupirci, anche se nella sua permanente difficoltà. Il brano che leggiamo oggi parla della singolarità dell’amato di cui, con i ben noti criteri della narrazione orientale, viene proposta una descrizione. Noi non utilizzeremmo mai queste immagini e queste parole, ma esse servono per dire l’unicità dell’amato. Noi le applichiamo a Cristo, lo sposo della chiesa. La lettura ci dice con forza che Cristo è unico, non c’è altri che come Lui possa garantire all’uomo quella parola di salvezza che diviene vita eterna. Come si vede, allora, anche le parole difficili del cantico sono complementari a quelle del Vangelo e alla lettera ai Corinti e ci continuano a dire che in nessun altro c’è esperienza o promessa di vita eterna se non nella Parola di rivelazione che ha raggiunto tutti noi grazie alla predicazione della chiesa che ci ha riportato la parola di Cristo.

Corinzi

1Cor 15, 53-58
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, è necessario che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Il brano più bello della liturgia di oggi è certamente quello della lettera ai Corinzi. Evidentemente anche in quella comunità facevano molte domande a San Paolo sul tema della vita eterna, il cuore della predicazione dell’Apostolo. Paolo rispondeva alle domande, in una sorta di catechesi. Anzitutto San Paolo sa bene che la vita intera è segnata dalla corruttibilità, dalla mortalità. Tutti noi abbiamo ricevuto un corpo mortale e siamo segnati dalla precarietà. È per questo che la nostra vita conosce la morte fisica verso la quale andiamo tutti incontro. Tuttavia il nostro non è un “essere per la morte”, ma un incontrare la morte in vista della risurrezione, come il seme che, dando la vita, fa nascere una vita nuova. Così sarà la vita eterna, non un proseguimento dell’attuale esperienza di vita, ma una radicale trasformazione in Cristo. La novità della vita da risorti sarà l’assenza di peccato, perché tutto sarà completamente redento in Cristo, a differenza dell’attuale situazione che è segnata dal peccato. Per giungere a questa meta, occorre però “rimanere saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera di Cristo Signore”, parole con le quali San Paolo traduce quel rimanere nella vita di cui ci ha parlato l’immagine evangelica.

Ad Jesum per Mariam:

Come già abbiamo fatto ieri, anche oggi ci rivolgiamo a Maria per chiedere il dono dello Spirito Santo che ci aiuti a camminare verso la Pentecoste. Oggi chiediamo insieme il dono dell’intelletto, per arrivare a capire quello che rimane, per tutti, un po’ uno scoglio. Pensare alla morte e guardare alla vita eterna è un esercizio di fede incredibilmente bello ma, al tempo stesso, anche molto difficile. Chiediamo quindi il dono di saper vedere dentro le cose della vita  (intelletto) per arrivare a comprendere che “la fine” di tutto non è la morte e che “il fine” della vita è l’incontro con Cristo, Signore della storia, principio della vita nuova di coloro che risorgono dai morti

2020-05-17T17:30:29+02:00