Domenica 23 ottobre

1 domenica dopo la dedicazione – il mandato missionario

Per introdurci

Vite che parlano. È lo slogan di questa giornata missionaria mondiale. Proviamo ad interrogarci subito, quasi a sangue freddo:

  • Di che cosa parla la mia vita?
  • Di chi, di che cosa è testimonianza la mia vita?

Per lasciarci così meglio raggiungere dalla Parola di Dio per questo giorno che ci invita a pensare alla missione nella Chiesa.

La Parola di questa domenica

LETTURA At 13, 1-5a
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei.

SALMO Sal 95 (96)

Annunciate a tutti i popoli le opere di Dio.

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. R

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie. R

Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. R

EPISTOLA Rm 15, 15-20
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo. Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo. Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui.

VANGELO Mt 28, 16-20
 Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che il Signore Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Atti

a questo punto di vista la prima lettura è la più interessante, perché i nomi riportati nella scrittura, sono proprio vite che parlano.

Saulo. Tutti lo conosciamo. L’Ebreo, di Tarso, studente modello della scuola di Gamaliele il vecchio a Gerusalemme, di cui fu uno degli alunni più brillanti, persecutore per orgoglio, fu uno dei tanti che nel nome di Cristo hanno cambiato vita. L’evento di Damasco, del quale lui stesso ci parla più volte fu l’origine di una missione diversa. Dapprima tre anni di silenzio e di deserto per riflettere, capire, pensare. Poi l’amicizia con gli apostoli, poi la missione, prima a Tarso, poi Antiochia, poi tra i pagani, con i suoi viaggi apostolici che lo hanno condotto fino al centro dell’impero, Roma, città dove morì. La sua vita è testimonianza, i suoi scritti, che noi leggiamo quasi tutte le domeniche ne sono la riprova. Uomo di grandissima fede e di grandissimo ardore, è certamente e per eccellenza “l’apostolo delle genti”, un modello di vita che parla.

Barnaba. Il suo vero nome era Giuseppe, ma venne chiamato Barnaba che significa “figlio dell’esortazione” perché uno di quelli che ha accolto la predicazione degli apostoli ed è diventato lui stesso uno dei cardini della Chiesa di Antiochia. Emigrato a Cipro con la famiglia, vi tornò come vescovo per rendere culto a Dio con la sua vita. È il grande protettore di Paolo nel primo momento della sua conversione, quando Paolo faticò molto per accreditarsi dentro la comunità cristiana. Barnaba è colui che lo ha aiutato ad affermarsi come grande uomo di fede. Separatosi poi da Paolo, pare che seguì Pietro, venne a Roma e, secondo una linea storica, venne anche a Milano dove battezzò Anatalone nominandolo primo vescovo della città.

Simeone detto Niger. Sappiamo poco di lui, ma due dati sono certi, il primo è che era africano, come dice il suo soprannome e l’altro dato è che fu uno dei responsabili della Chiesa di Antiochia. Un uomo venuto dall’estero, probabilmente un ebreo romanizzato che si è fatto carico di una comunità cristiana dove gli è capitato di vivere.

Lucio di Cirene. I cirenei erano molto forti all’epoca, avevano anche una loro sinagoga a Gerusalemme. Anche quest’uomo è uno che viene dall’esterno, si converte e partecipa alla missione degli apostoli, rendendosi disponibile per il bisogno che hanno.

Manaen, il compagno di Infanzia di Erode tetrarca. Sappiamo bene che la dinastia degli Erodi era una dinastia di uomini assetati di potere, assolutamente non religiosi, rispettavano alcune norme dell’ebraismo solo per convenienza e solo quando era strettamente necessario per mantenere il loro potere saldo. Pare che Manaen fu “fratello di latte” di Erode Tetrarca, ovvero probabilmente la sua mamma allattò anche Erode.

Vite che parlano. Ebrei e non ebrei. Uomini colti e uomini senza cultura. Bianchi e neri. Conoscenti di politici e regnanti e uomini comuni.

Eppure, queste cinque vite ci dicono di una passione, di un ideale, di una consacrazione. La passione per Cristo, la consacrazione alla Verità, la tensione alla comprensione del mistero di Dio. Vite che hanno avuto un senso, tanto che noi siamo qui, 20 secoli dopo, a rileggere di loro, a ricordare che la loro vita, indipendentemente da ciò che fecero, fu missione.

Vangelo

Vite che hanno saputo mettere in pratica ciò che il Signore ha detto nel Vangelo. Vite che hanno saputo anzitutto vedere il manifestarsi di Dio dentro le loro storie, ma, poi, anche vite che hanno saputo donare tutto a Cristo, con fedeltà, con gioia, partecipando a quello che lo Spirito stesso indicava loro mediante i fatti, gli eventi di cui furono testimoni.

Soprattutto vite nelle quali è brillata la presenza di Cristo. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Parole di grandissima consolazione che indicano come la vita del missionario, al di là di quello che concretamente fa, è una vita dove brilla la presenza di Dio. Ogni missionario fa questo. Non solo il missionario, ma ogni credente! Le vite che parlano sono le vite in cui Cristo, accolto come dolce ospite, ha permesso di realizzare qualcosa di veramente grande. Con questa luce possiamo rileggere le vite di cui abbiamo parlato a proposito della prima lettura: sono tutte vite nelle quali è brillata, in qualche modo, la presenza del Signore. Sono tutte vite nelle quali la consolazione del Signore ha realizzato davvero moltissimo. Vite che hanno dato il massimo per la sua presenza!

Romani

Nell’Epistola abbiamo sentito la voce di Paolo, la voce di un uomo che ha fatto della missione il cuore, il centro, il perno della vita. Diceva Paolo che il suo vanto fu solo quello di annunciare il vangelo, senza pensare a sé, senza considerare ciò a cui andava incontro, senza trattenere nulla per sé. Solamente ha voluto differenziarsi rispetto a chi era apostolo prima di lui e, per questo, ha deciso di evangelizzare i pagani, secondo quello che il Signore gli ha reso disponibile. Ciò che colpisce, nella testimonianza autobiografica di Paolo, è appunto che non c’è traccia dei suoi calcoli, dei suoi pensieri, di quello che ha deciso di compiere. Calcoli che, sicuramente, Paolo ha saputo compiere. Al di là di questo, Paolo è un uomo che sa rileggere la sua vita alla luce dello Spirito di Dio e che sa di aver realizzato quello che Dio, attraverso i fatti a lui capitati, ha voluto che realizzasse. La vita di Paolo parla come trasparenza di Dio. Tutto il suo operare, il suo predicare, il suo concreto darsi da fare, sono stati, per Paolo, occasione di corrispondere a Dio che lo ha chiamato alla conversione prima e alla missione poi. Paolo parla con la sua vita più che con le sue lettere, con le bellissime e abbondantissime parole che ha scelto di comporre e di donare alla Chiesa.

Per noi

È alla luce di questi brani della Parola di Dio e anche del messaggio che papa Francesco ha scritto per questa domenica che noi possiamo comprendere come rendere sempre più la nostra vita una vita che parla.

Anzitutto il Papa ci ricorda che ci sono modi diversi di interpretare la missione. C’è chi pensa a vocazioni missionarie a vario titolo. Occasioni egregie, grandi che, però, sono per alcuni. Questo, dice il papa, significa fare missione. Noi ricordiamo tra costoro anche i missionari originari della nostra comunità e che sono partiti per evangelizzare. Ricordiamo anche alcuni laici che, periodicamente, svolgono gesti di donazione, volontariato, partecipazione alla vita di altre chiese, in contesti di missione.

Però, ci ricorda il papa, c’è qualcosa oltre queste chiamate particolari. È la vita di ciascuno che, in un momento come questo, dovrebbe parlare di Dio. Questa è una sorta di missione universale a cui tutti siamo chiamati. In questo la vita di ciascuno è chiamata ad unirsi alla grande missione della Chiesa.

Scrive il papa: “Evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto predicatore, catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo, raduna la sua piccola comunità o amministra un Sacramento, anche se si trova solo compie un atto di Chiesa, e il suo gesto è certamente collegato mediante rapporti istituzionali, ma anche mediante vincoli invisibili e radici profonde dell’ordine della grazia, all’attività evangelizzatrice di tutta la Chiesa”.

Noi abbiamo bisogno di questo in un momento che presenta grandi sfide missionarie da vincere.

La prima sfida è certamente quella del richiamo alla celebrazione domenicale, momento di incontro con il Signore, momento non solo di celebrazione, ma di inserimento nel corpo del Cristo vivo. Noi abbiamo bisogno di vite che parlino di questo. Questa è la vostra missione, la missione di voi che siete qui, normalmente, con frequenza, a celebrare la Messa. È la vostra vita che deve parlare a tutti della necessità dell’incontro con Cristo per essere santa, per dirsi cristiana, per dirsi vita dove l’esperienza di fede conta. Ecco la prima grazia da chiedere in questo giorno: chiediamo il dono di una vita che sappia davvero essere espressione della fede che viviamo.

Scrive ancora il papa: “In secondo luogo, ai discepoli è chiesto di vivere la loro vita personale in chiave di missione: sono inviati da Gesù al mondo non solo per fare la missione, ma anche e soprattutto per vivere la missione a loro affidata; non solo per dare testimonianza, ma anche e soprattutto per essere testimoni di Cristo”. Il Papa ci fa notare che chi ha una missione, ha un compito. Molti hanno un compito nella Chiesa, molti vivono questa dimensione, ma non tutti. Tutti, invece, è necessario che “siano” missione, cioè che sentano forte il richiamo a vivere una vita nella quale brillano i valori del Vangelo, questo è davvero per tutti. Avere una vita che è missione significa avere una vita cristiana, una vita dove non ci si conforma facilmente a quello che avviene per lo più nel mondo, ma si esprime un’attenzione comune a sostenere i valori di Cristo. Non in senso di sfida, come alcuni interpretano, ma in senso esistenziale. Chi vive in Cristo non vive i valori del Vangelo come se fossero una sfida da lanciare agli altri, ma per una intima personale coerenza, grazie alla quale si partecipa all’unica missione di Cristo risorto.

Oggi, non preghiamo solo per i missionari. Non preghiamo solo per la chiesa nei contesti di missione. Preghiamo per noi. Preghiamo perché la nostra vita abbia questo sapore e questo spessore. Preghiamo perché la nostra vita sia missione e parli, con i suoi gesti e con le opere che sa sostenere.

2022-10-22T09:18:58+02:00