Martedì 25 Febbraio

Settimana dell’ultima domenica dopo l’Epifania – martedì

Meditiamo insieme le Scritture.

Qoelet

Qo 3, 10-17
Lettura del libro del Qoèlet

Io, Qoèlet, ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine. Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita; e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio. Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema. Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità. Ho pensato dentro di me: «Il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione».

Ho notato che, sotto il sole, al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità”. Così era, così è e, così, viene da concludere con un poco di amarezza, anche sarà. L’iniquità e l’ingiustizia sono sempre presenti nella vita degli uomini e, da che mondo è mondo, rovinano la vita sociale, i rapporti tra gli stati, il modo di vivere delle persone. Così che, ieri come oggi, siano spesso gli iniqui e gli ingiusti coloro che hanno più fortuna nella vita, o, per lo meno, coloro che riescono ad arricchire e a vivere più facilmente di molti altri uomini loro contemporanei. Che fare? Arrendersi a questa evidenza? Alzare bandiera bianca perché è sempre stato così e sarà sempre così? Nemmeno per idea! Anzitutto l’uomo giusto, che vuol dire l’uomo di fede, l’uomo che sa onorare Dio, incomincia a gioire per il proprio lavoro, per quello che sa fare, per l’opera che compie nei suoi giorni. “Anche questo è un dono di Dio”, diceva il Quoelet. Inoltre il sapiente, l’uomo di fede, sa che “il giusto e il malvagio, Dio li giudicherà”. Il credente non fugge mai dalle responsabilità che ha nel mondo come uomo di fede, ma sa anche che tutto è nelle mani di Dio e che, alla fine dei giorni, tutto emergerà nella potenza di bene o nella potenza di male che ogni cosa ha avuto. Chi ha questa sapienza che viene dalla fede, vive con speranza: la speranza dell’incontro con Dio. Chi ha questa sapienza vive i suoi giorni con fortezza interiore: la fortezza che viene da Dio e che è suo dono. Chi ha questa sapienza nel cuore, vive con un senso di affidamento a Dio che si rinnova sempre, al di là di quello che accade e di ciò che tenta di rovinare questa sapienza di vita. Il sapiente non rimanda tutto a Dio perché è più comodo, ma, vivendo nella certezza della vita con Dio, attende fiducioso la sua piena e completa manifestazione.

Il credente viene ritratto come l’uomo dell’Esodo, l’uomo che si lascia guidare da Dio. Era molto chiaro e molto esplicito il riferimento alla colonna di fuoco che guidava l’Esodo, come pure all’ombra della nube che proteggeva Israele. Queste esperienze citate nell’Esodo diventano il paragone per dire che, dove c’è Dio, c’è tutto. Dove c’è il senso della fede, è possibile ogni cosa, perchè Dio illumina e sostiene i suoi con la sua presenza, in modo misterioso e, tuttavia, reale.

Vangelo

Mc 12, 18-27
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo. Vennero dal Signore Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Così insegna anche Gesù. Ci sono uomini solo concentrati sul presente. Ci sono uomini che non hanno speranza, né vivono alcuna attesa di futuro. Ci sono uomini che, addirittura, prendono in giro, deridono chi ha la speranza della vita eterna. È questo il senso di questa barzelletta che viene raccontata per deridere chi crede nella vita eterna. Gesù risponde con precisione anche a costoro, ricordando che, da sempre, la rivelazione di Dio, è rivelazione all’uomo che vuole vivere pienamente questa vita ma non solamente concentrato su di essa tanto da perdersi in essa. La rivelazione di Dio insegna che tutto è indirizzato all’incontro con Lui, autore di ogni bene e meta di ogni realtà vivente. Gesù insegna che è sapiente mettere sempre davanti a sé la vita eterna, come pensiero fisso da non rimuovere mai. Solo chi ha la speranza nella vita eterna, infatti, vive in modo tale da avvicinarsi ad essa ogni giorno di vita. Chi vive così impara a desiderare la vita eterna e non teme nemmeno la morte: essa non è altro che il passaggio per l’eterna comunione con Dio e, in Lui, con tutti coloro che hanno avuto la medesima speranza di vita. “Dio è il Dio dei viventi”. Sorretto da questa speranza il credente va avanti e affronta ogni cosa della vita, convinto che Dio lo aiuta in ogni momento della propria esistenza, fino a quando tutto non sarà compiuto in Lui.

Per Noi

  • Che speranza di vita eterna esprimiamo?
  • Quale gusto di vita eterna mettiamo in ciò che facciamo?

Prepararsi all’ormai imminente quaresima, significa anche questo: significa avere sempre davanti a noi la vita eterna come prospettiva, significa ricordare che non tutto è confinato nel tempo che ci viene donato, significa comprendere che nemmeno la morte può distoglierci da quell’amore di Dio che ci viene rivelato in Cristo che nasce, vive, muore, patisce e risorge per noi.

  • È questa la dimensione nella quale mi spingo per rileggere ogni cosa della mia vita?

Chiediamo al Signore i doni della sua sapienza, perché possiamo vivere con questa speranza del cuore.

2020-02-21T18:41:11+01:00