Giovedì 26 marzo

Settimana della quarta domenica di Quaresima – giovedì

Vangelo

 Mt 7, 21-29

Lettura del vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Anche oggi non manca il riferimento a qualche peccato particolare.

Anzitutto l’onorare il Signore solo con le labbra. Il riferimento è a coloro che andavano nel tempio e si prodigavano in continue preghiere fatte di parole e parole. Una preghiera molto dilungata, molto visibile, molto prolissa. Anche oggi è così per taluni fedeli e, a volte, una preghiera eccessivamente prolissa si accompagna a segni molto “coreografici”. Senza giudizio, come abbiamo meditato l’altro giorno, ma ci sono persone che vivono così il loro rapporto con Dio e con la preghiera.

In secondo luogo Gesù menziona un peccato molto ricorrente e assai poco confessato da ciascuno di noi: il cercare e il fare la volontà di Dio. Tutti noi siamo abbastanza tranquilli quando tutte le cose vanno bene, ma, appena capita qualcosa che non è secondo le nostre intenzioni e secondo le nostre sensibilità, apriti cielo! Subito siamo scoraggiati, ce la prendiamo con la volontà di Dio che ci sembra sempre essere qualcosa che turba o che disturba la nostra vita! Molto spesso, poi, viviamo quella sorta di rassegnazione di fronte ad eventi ineluttabili, come una malattia, un lutto, che sono ben altra cosa dall’accettazione o dalla ricerca della volontà di Dio, ma assumono solamente il tono di una consegna finale quando non è più possibile fare nient’altro. Cercare la volontà di Dio, invece, è cercare ogni giorno di corrispondere a quella vocazione battesimale che tutti abbiamo ricevuto. Cercare la volontà di Dio è impiegare la libertà perché ogni giorno possiamo costruire quella ricerca del regno di Dio che ci deve impegnare per tutta la vita. La ricerca della volontà di Dio passa per il discernimento, che è un dono dello Spirito. Quando non si opera un vero discernimento sulle situazione, nasce quel peccato che Gesù identifica come un “operare iniquità”. L’iniquità non è solo il male deliberatamente fatto, cosa che un battezzato dovrebbe sempre evitare, ma anche il non interrogarsi sul bene possibile e, soprattutto, sul senso della vita.

Infine Gesù ci ricorda che sarebbe una mancanza grave non realizzare quella “casa sulla roccia” che deve essere la vita di ciascuno di noi, ovvero una vita fondata su quei valori grandi e veri che rendono bella la vita dell’uomo. Anche questo è un peccato per il quale chiedere perdono a Dio!

Genesi

Lettura del libro della Genesi

In quei giorni. Dio apparve un’altra volta a Giacobbe durante il ritorno da Paddan-Aram e lo benedisse. Dio gli disse: «Il tuo nome è Giacobbe. Ma non ti chiamerai più Giacobbe: Israele sarà il tuo nome». Così lo si chiamò Israele. Dio gli disse: «Io sono Dio l’Onnipotente. Sii fecondo e diventa numeroso; deriveranno da te una nazione e un insieme di nazioni, e re usciranno dai tuoi fianchi. Darò a te la terra che ho concesso ad Abramo e a Isacco e, dopo di te, la darò alla tua stirpe». Dio disparve da lui, dal luogo dove gli aveva parlato. Allora Giacobbe eresse una stele dove gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libagione e versò olio. Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato. Quindi partirono da Betel. Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare a Èfrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: «Non temere: anche questa volta avrai un figlio!». Ormai moribonda, quando stava per esalare l’ultimo respiro, lei lo chiamò Ben-Onì, ma suo padre lo chiamò Beniamino. Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Èfrata, cioè Betlemme. Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele. È la stele della tomba di Rachele, che esiste ancora oggi. I figli di Giacobbe furono dodici. Figli di Lia: Ruben, il primogenito di Giacobbe, poi Simeone, Levi, Giuda, Ìssacar e Zàbulon; figli di Rachele: Giuseppe e Beniamino; figli di Bila, schiava di Rachele: Dan e Nèftali; figli di Zilpa, schiava di Lia: Gad e Aser. Questi sono i figli di Giacobbe, che gli nacquero in Paddan-Aram.

Casa sulla roccia è quella costruita da Giacobbe. Anche il padre di Israele ha avuto una vita complessa, che non lo ha risparmiato dai grandi dolori della vita, come la morte della moglie che ci è stata raccontata dalla scrittura. Giacobbe, come abbiamo visto anche nei giorni scorsi, è proprio la figura di un credente, un uomo che si è interrogato sulla volontà di Dio e sull’utilizzo della libertà. Anche con la sua storia di peccato, egli ci insegna a confidare nella grazia di Dio e ci invita continuamente a costruire quella casa sulla roccia che deve essere la nostra esistenza.

Proverbi

25, 1; 27, 9-11a
Lettura del libro dei Proverbi

Anche questi sono proverbi di Salomone, raccolti dagli uomini di Ezechia, re di Giuda. Profumo e incenso allietano il cuore e il consiglio dell’amico addolcisce l’animo. Non abbandonare il tuo amico né quello di tuo padre, non entrare nella casa di tuo fratello nel giorno della tua disgrazia. Meglio un amico vicino che un fratello lontano. Sii saggio, figlio mio, e allieterai il mio cuore.

Anche la riflessione sapienziale ci mostra alcune dimensioni di peccato che sono attualissime. Dicendoci che è meglio un “amico vicino che un fratello lontano”, la sapienza di Israele ci invita a riflettere sui nostri legami parentali. Molto spesso, anche con parenti strettissimi, viviamo situazioni di incomprensione, di intolleranza, quando non sono proprio di lontananza o di chiusura dei rapporti. Il sapiente ci invita, quindi a valutare bene quale dimensione di peccato si può inserire nelle nostre relazioni fino a rovinarle. Anche di questo occorre chiedere perdono e anche su questa realtà occorre sempre vigilare.

In preghiera

Dio, Padre di misericordia, liberaci da una preghiera che sia solo formale, che sia spreco di parole, che non sia anche ricerca della tua santa volontà e disposizione alla sua attuazione. Liberaci dall’odio fraterno e dalla divisione e concedici di avere una vita fondata solamente su di Te, autore di ogni bene. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen

Esame di coscienza

  • Nella mia preghiera spreco solo parole?
  • Quali sono i cardini della mia vita?
  • All’interno delle mie relazioni parentali, cosa dovrei rivedere?
  • Cosa significa, per me, in questo momento, cercare la volontà di Dio?
2020-03-20T16:53:27+02:00