Sabato 27 giugno

Settimana della terza domenica dopo Pentecoste – Sabato

Il tema del sabato che celebriamo non è né scontato né facilmente rintracciabile. Occorre che tutti ci sappiamo soffermare un poco sulle scritture per comprendere, in sintesi, che Dio chiede attenzione all’altro come segno della propria fede.

Vangelo

Lc 11, 37-42
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Mentre il Signore Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle».

Partiamo dal vangelo. Un invito importante, quello che il Signore riceve! Una casa di stretta osservanza ebraica, una casa nobile. Si esige un comportamento all’altezza. Poiché è fondamentale che prima del pranzo si viva il rituale delle “abluzioni”, cioè un lavaggio molto accurato delle mani fino al gomito per scrollarsi di dosso le impurità della giornata, tutti si aspettano che gli invitati si sottopongano ad un gesto ritenuto normale e da compiere con attenzione. Gesù salta completamente il gesto, il che meraviglia profondamente il fariseo che lo ha invitato. È Gesù che riprende il discorso per spiegare con le parole quello che il suo gesto ha introdotto: non sono le abluzioni a purificare il cuore dell’uomo, ma la carità. “Date in elemosina ed ecco, tutto per voi sarà mondo”. È l’apertura all’altro che rende puro! Non l’osservanza dei rituali! Anche se questi sono cosa preziosa e non vanno gettati, perché l’insegnamento che essi trasmettono è da tenere, sempre!

Levitico

Lv 23, 9. 15-22
Lettura del libro del Levitico

In quei giorni. Il Signore parlò a Mosè e disse: «Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno in cui avrete portato il covone per il rito di elevazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani, per offerta con rito di elevazione: saranno di due decimi di efa di fior di farina, e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore. Oltre quei pani, offrirete sette agnelli dell’anno, senza difetto, un giovenco e due arieti: saranno un olocausto per il Signore, insieme con la loro oblazione e le loro libagioni; sarà un sacrificio di profumo gradito, consumato dal fuoco in onore del Signore. Offrirete un capro in sacrificio per il peccato e due agnelli dell’anno in sacrificio di comunione. Il sacerdote presenterà gli agnelli insieme al pane delle primizie con il rito di elevazione davanti al Signore; tanto i pani quanto i due agnelli consacrati al Signore saranno riservati al sacerdote. Proclamerete in quello stesso giorno una festa e convocherete una riunione sacra. Non farete alcun lavoro servile. Sarà per voi una legge perenne, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Quando mieterai la messe della vostra terra, non mieterai fino al margine del campo e non raccoglierai ciò che resta da spigolare del tuo raccolto; lo lascerai per il povero e per il forestiero. Io sono il Signore, vostro Dio».

È lo stesso insegnamento che troviamo nel Levitico. Infatti bisogna notare che tutte le prescrizioni per la lode di Dio – prescrizioni che noi riteniamo superate e che, ovviamente, appartengono ad una società agricola che non c’è più – culminano nel lasciare quello che rimane ai bordi dei campi, “per il forestiero, per l’orfano e per la vedova”. Oltre alla “decima” che deve essere data a Dio come ringraziamento per quello che si è ricevuto, occorre riservare per i poveri quello che sopravanza. Non la logica del massimo sfruttamento, non la logica del massimo accaparramento, ma la logica della vicinanza e della condivisione, sono quelle che si addicono all’uomo di Dio.

Romani

Rm 14, 13 – 15, 2
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, d’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello. Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! Non divenga motivo di rimprovero il bene di cui godete! Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole. Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutte le cose sono pure; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. Perciò è bene non mangiare carne né bere vino né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi. La convinzione che tu hai, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non condanna se stesso a causa di ciò che approva. Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce secondo coscienza; tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza è peccato. Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo.

Come anche l’insegnamento di San Paolo: “cerchiamo ciò che porta alla pace e alla condivisione”. È la logica della carità sulla quale Paolo spesso interviene, per insegnare a tutti che, al di là delle singole situazioni o dei singoli campi su cui ci si può soffermare, deve essere chiaro il principio ultimo a cui tutto si deve sottomettere: la carità.  Quella carità che è in grado di sopportare le infermità dei più piccoli, di chi rimane indietro nel cammino, di chi non sa davvero come orientarsi nelle cose della vita. Questa è la logica che il cristiano sposa, nel nome di Dio che tutto sopporta, tutto tollera, tutto perdona.

Per noi

Credo che si siano due preziosi insegnamento per noi oggi.

  1. Il primo. Prendiamo dal Levitico l’idea che le diverse opere della giornata portano delle “incrostazioni sul nostro cuore”. Credo che questo insegnamento sia molto prezioso. È giusto operare nel mondo, è giusto darsi da fare in tutti i modi possibili, ma bisogna anche ricordare che tutto ciò che facciamo porta un peso nel cuore. Il confronto con le tante realtà dell’esistenza, non permette di essere sempre perfettamente a posto su tutto! Un po’ di “polvere” si depositerà anche su di noi. Insomma, è difficile “mettere le mani in pasta”, qualsiasi sia la pasta, e non sporcarsi!
  2. Se abbiamo questa umiltà per ammettere che effettivamente è così, allora capiamo bene che solo la carità, solo il rispetto per gli altri, solo l’attenzione per gli altri ci permetterà di rimediare a quello che non siamo riusciti a compiere in altro modo!

Prepariamoci così alla nostra domenica: rivedendo la nostra settimana, cercando quelle difficoltà, quelle “polveri” che in qualche modo si sono depositate sul nostro cuore, e offrendo quello che possiamo in elemosina per dire a noi stessi che vogliamo liberarci da qualsiasi incrostazione del cuore e rinnovare il nostro desiderio e la nostra capacità di donarci agli altri.

2020-06-19T10:55:05+02:00