Martedì 28 aprile

Settimana della terza domenica di Pasqua – Martedì

Vangelo

Gv 5, 31-47
✠ Lettura del vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Continuiamo, anzitutto, la lettura di questo capitolo 5 del Vangelo di Giovanni. Gesù, come abbiamo meditato ieri, viene per compiere l’opera del Padre, che, in sintesi, è un “dare la vita” ad ogni cosa e ad ogni uomo. Gesù dice chiaramente che tutti i fedeli possono arrivare a comprendere questa verità, semplicemente continuando a leggere le scritture. Ma c’è modo e modo di “scrutare le scritture”. C’è il modo di chi le legge come se fossero una descrizione di antiche cose del passato. Anche alcuni ebrei leggevano così la Scrittura. Erano tutti coloro che rileggevano, nei diversi passi dell’Antico testamento, l’esaltazione di Mosè e si fermavano ad essa. Non comprendevano il rimando che esse facevano al Messia, così che, quando il Signore Gesù ha predicato rendendo vive e vere quelle scritture, non è stato da loro riconosciuto. È il modo di leggere la scrittura che hanno anche molti credenti: leggono i diversi brani sacri senza comprendere che, in essi, è adombrata una forza vitale per la loro vita e non semplicemente un rimando alle grandi cose del passato, alle grandi realtà della storia della salvezza.

Chi legge la scrittura comprendendola nel suo senso sacro ma rendendola anche luce per il tempo presente è chi la legge con amore, “volendo venire a me per avere la vita”, diceva Gesù, o anche “rendendo gloria al Padre”, e non dandosi gloria gli uni gli altri. La polemica molto evidente è con coloro che conoscevano bene il testo sacro, se ne ritenevano anzi i detentori, ma non lo vivevano. Gesù propone non tanto la conoscenza intellettuale o mnemonica di un testo, ma la sua assimilazione nella vita. Chi assimila la Parola vuole “dare gloria a Dio”, e non pretendere gloria per sé stesso, o dare gloria ad altri uomini. Chi agisce in questo modo si allontana da quella Vita che è la vita del Risorto, ovvero presenza operosa di bene, adesione generosa alla salvezza da Lui rivelata, impegno di carità non fine a sé stesso, ma a gloria di Dio.

Atti

At 8, 9-17
Lettura degli Atti degli Apostoli

In quei giorni. Vi era da tempo in città un tale di nome Simone, che praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio. A lui prestavano attenzione tutti, piccoli e grandi, e dicevano: «Costui è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande». Gli prestavano attenzione, perché per molto tempo li aveva stupiti con le sue magie. Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che annunciava il vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. Anche lo stesso Simone credette e, dopo che fu battezzato, stava sempre attaccato a Filippo. Rimaneva stupito nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Così possiamo rileggere anche il brano degli Atti degli apostoli, nel confronto che ci propone tra Filippo, che predica la Parola di Dio a gloria del suo nome e suscitando in molti la fede, e Simone il Mago, di cui leggeremo anche nei prossimi giorni. Mentre Filippo predica e compie segni e prodigi nel nome del Signore e volendo donare a Lui gloria, Simone il Mago cerca gloria per sé stesso. Dapprima ha cercato di attirare l’attenzione su di sé, con le sue magie, poi, dopo essere divenuto credente e aver chiesto il Battesimo, cerca di stare vicino a Filippo non tanto per progredire in quel cammino di fede che è proposto a tutti i credenti, ma perché vuole lui stesso diventare capace di operare miracoli per poi trarne un vantaggio personale. È la differenza operata dal Vangelo tra chi vive la fede ed opera a gloria di Dio e chi cerca prestigio, onore, riconoscimenti… Il bello di questa pagina di Atti, come anche di molte altre, è che non si fa scrupolo di farci notare che la comunità antica era fatta anche di queste cose, delle quali non occorre vergognarsi ma per le quali occorre pregare e occorre rimettere tutto nelle mani di Dio.

Per noi

Così anche noi siamo invitati a riflettere sul modo con il quale anche noi cerchiamo di “dare gloria a Dio” o “cerchiamo gloria per noi stessi”. Non siamo immuni da questo pericolo e così, con la nostra professione, con le nostre capacità o anche all’interno della Chiesa con il servizio che svolgiamo, potremmo non tanto cercare la gloria di Dio, ma richiamare l’attenzione su noi stessi, legare le persone alla nostra stessa persona, operare non per il bene, ma secondo uno scopo preciso e predeterminato.

Santa Gianna Beretta Molla, la santa che onoriamo oggi e di cui tutti, almeno sommariamente, conosciamo la vita, ha fatto esattamente quello che era proposto nel Vangelo: ha cercato la gloria di Dio. Con il suo operato, con la sua dedizione generosa e solerte, con l’esercizio non solo della sua professione, ma anche in quell’appartenenza ecclesiale che ha plasmato la sua esistenza, Santa Gianna ha sempre cercato di amare Dio e di servire il prossimo.

Consacriamo questo giorno anche noi a questo servizio di lode a Dio. Non solo faremo avanzare il nostro cammino spirituale, ma sapremo dare al Padre quella gloria che è già testimonianza della sua presenza nel nostro mondo.

2020-04-25T14:51:58+02:00