Giovedì 28 maggio

Settimana della settima domenica di Pasqua – Giovedì

Vangelo

Gv 15, 18-21
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

San Giovanni, che scrive ormai molto tempo dopo la passione, morte e risurrezione del Signore, ha tempo per riflettere sulla condizione della chiesa nei primi decenni della sua esistenza. La prima comunità cristiana è una chiesa perseguitata. Giovanni, partendo da questa constatazione, rilegge le parole del Maestro e scopre la verità della predicazione di Gesù che aveva predetto non solo per sé ma anche per i suoi discepoli persecuzione e odio. Rileggendo le parole del Maestro, il discepolo ne fa un invito alla preghiera, perché sappia sempre guardare alla Croce di Cristo come fondamento della propria speranza e della propria resistenza nelle prove. San Giovanni dice addirittura che il tempo della prova dovrebbe diventare normale per il discepolo: sapendo che ogni “discepolo non è di più del maestro”, il credente che vede la furia della persecuzione abbattersi contro di lui, non se ne dà peso più di tanto. Egli rilegge tutto alla luce del mistero pasquale di Cristo e offre la propria testimonianza come coerenza alla chiamata del Signore. È l’esatto contrario di quello che pensiamo noi che, quando vediamo la chiesa perseguitata in qualche parte del mondo o quando avvertiamo che la nostra stessa esperienza ecclesiale è, in qualche modo, minoritaria, subito ce ne lamentiamo e ne facciamo oggetto di critiche e improprie deduzioni.

Romani

Rm 5, 1-5
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Lo sapeva molto bene anche San Paolo, che ha vissuto una vita e un ministero di grande persecuzione. Quando scrive questo brano della lettera ai Romani, San Paolo è quasi giunto al termine della propria esistenza. Egli sa di essere stato fedele e di avere superato ogni prova per amore del Signore. È per questo che scrive quelle parole così piene di fede e di speranza: “noi ci vantiamo anche della tribolazione, sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza”. San Paolo, anche nel tempo della persecuzione, non perde mai la sua speranza. Egli sa che la sua vita finirà per mano di altri e finirà in modo violento e, tuttavia, non si piange addosso, né critica gli altri. Accetta quello che viene da Dio, sapendo che tutto è nelle sue mani e che nulla sfugge alla sua volontà. Certo che “la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori”. Il discepolo, anche nel momento della persecuzione, si sente sempre sorretto dall’amore di Dio e fa, proprio del momento della persecuzione, anche un tempo nel quale percepisce l’amore di Dio per lui. Parole che possono nascere solo dalla fede grande di chi ha accettato tutto per amore del Signore.

Cantico dei Cantici

Ct 6, 1-2; 8, 13
Lettura del Cantico dei Cantici

Dov’è andato il tuo amato, tu che sei bellissima tra le donne? Dove ha diretto i suoi passi il tuo amato, perché lo cerchiamo con te? L’amato mio è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, a pascolare nei giardini e a cogliere gigli. Tu che abiti nei giardini, i compagni ascoltano la tua voce: fammela sentire.

Lo stesso pensiero che viene dal cantico così il discepolo, anche nel tempo della persecuzione, non desidera altro che ascoltare la voce del suo amato, la voce di Cristo.  È questa voce che lo sostiene e che gli dona la forza di andare avanti, nonostante tutto e anche nella lotta contro il persecutore. Il fedele perseguitato, reagisce a chi lo perseguita non con la violenza, non con le parole, ma desiderando ascoltare ancora di più quella voce che è l’origine stessa della sua persecuzione: la voce di Cristo senza la quale non si può stare.

Veni Sancte Spiritus!

Invochiamo la presenza di Dio su di noi e sulla nostra chiesa perché anche noi impariamo a riconoscere che quando le cose non vanno bene, quando siamo in esperienza di scacco, quando siamo in qualche maniera “perseguitati”, non dobbiamo subito lamentarci e pensare di essere stati abbandonati da Dio.

Invochiamo la presenza di Dio su di noi e sulla nostra chiesa perché ci ricordiamo che anche noi siamo stati salvati nella speranza. È la speranza di vedere un giorno il volto di Dio che ci deve sempre sostenere e che ci deve sempre guidare. È la speranza della vita eterna che ci deve sempre attirare a sé e ci deve permettere di compiere quel cammino che il Signore ha predisposto per noi.

Invochiamo la presenza di Dio su di noi e sulla nostra chiesa perché impariamo ad ascoltare quella voce che è l’origine e il sostegno della nostra vocazione. Senza questa voce, infatti, non saremmo altro che poveri uomini! Solo ascoltando la voce di Dio riusciremo ad essere discepoli che, anche nella fatica, nella lotta, nella persecuzione, sanno ricorrere al Padre, fondamento di ogni speranza.

Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam!

2020-05-22T10:27:07+02:00