Mercoledì 28 luglio

Settimana della 9 domenica dopo Pentecoste – Mercoledì

Vangelo

Lc 11, 9-13
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù aggiunse: «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Chiedete e vi sarà dato, bussate e troverete”. Chissà quante volte abbiamo sentito queste parole e chissà quante volte noi stessi le abbiamo già vissute. Abbiamo chiesto proprio nella consapevolezza che il Signore ci risponderà, abbiamo bussato alla porta di Dio, certi che Egli ci avrebbe aperto. Così il Signore ci invita a confidare non solo nella sua benevolenza e nel suo ascolto, ma anche nell’efficacia della nostra preghiera. La preghiera fatta con fede e con insistenza, la preghiera nella quale chiediamo le cose di cui abbiamo maggiormente bisogno diventa una preghiera gradita dal Signore, una preghiera che, nella sua forza, può tutto.

Il Vangelo, però, ci rimanda anche a diventare simili al Padre, quindi ad essere noi, per primi, coloro che sanno aprire la porta del cuore a coloro che sono nel bisogno o che chiedono qualcosa a noi, esattamente come la breve parabola di ieri ci ha insegnato. Ad imitazione di Dio che “apre la porta” alle nostre richieste, anche noi dobbiamo aprire la porta del cuore alle richieste che altri fanno a noi. È la “legge” evangelica, quella regola d’oro alla quale il Signore spesso ha richiamato: se vuoi che anche per te si aprano le porte a cui bussi, devi per primo aprire le porte del tuo cuore a chi bussa alle tue.

Fiducia nella preghiera ed imitazione di Dio, ecco i due concetti cardine che il Vangelo ci dona.

2 Samuele

2Sam 11, 2-17. 26-27; 12, 13-14
Lettura del secondo libro di Samuele

In quei giorni. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d’aspetto. Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: «È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Ittita». Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla sua impurità. Poi ella tornò a casa. La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: «Sono incinta». Allora Davide mandò a dire a Ioab: «Mandami Uria l’Ittita». Ioab mandò Uria da Davide. Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. Poi Davide disse a Uria: «Scendi a casa tua e làvati i piedi». Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La cosa fu riferita a Davide: «Uria non è sceso a casa sua». Allora Davide disse a Uria: «Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?». Uria rispose a Davide: «L’arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e i servi del mio signore sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per giacere con mia moglie? Per la tua vita, per la vita della tua persona, non farò mai cosa simile!». Davide disse a Uria: «Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire». Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua. La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. Nella lettera aveva scritto così: «Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia». Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che c’erano uomini valorosi. Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l’Ittita. La moglie di Uria, saputo che Uria, suo marito, era morto, fece il lamento per il suo signore. Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l’aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore. Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore! ». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire».

Queste due realtà sono anche quelle che sono nel cuore di Davide, il grande re e il grande peccatore. Egli sa bene che i peccati che ha commesso sono molti e molto gravi: ha tradito la fiducia di Dio, ha infranto il suo vincolo coniugale, ha svilito l’amicizia ed è perfino diventato il mandante dell’omicidio del fidato amico Uria l’Hittita. Eppure, nonostante questi peccati gravissimi, Davide non perde la fiducia nella misericordia e nel perdono di Dio. Di fronte al profeta che gli rimprovera tutti questi peccati – parte del brano che noi non abbiamo letto poiché la liturgia lo ha tagliato – Davide si consegna a Dio, sa rimettere nelle mani del Signore il suo peccato, supplica la misericordia di Dio con una delle più belle preghiere che la Bibbia contenga: il salmo 50, il Miserere. Davide, grande peccatore, rimane comunque la figura di un grande credente che sa invocare Dio con la sua preghiera. Nella preghiera del grande Re è contenuto anche il suo impegno ad imitare Dio, cosa che Davide farà per tutta la vita. Tutto il regno di Davide sarà sempre un continuo domandarsi cosa il Signore chiede a lui e un infinito consegnarsi nelle sue mani, rimettendo nelle sue mani tutto ciò che è capitato, in bene e in male, nella sua vita.

Ecco perché Davide, nonostante questi gravi peccati, rimane comunque un esempio da seguire e un modello da imitare.

Per noi

  • Abbiamo la stessa fiducia in Dio che Davide ha espresso?
  • Sappiamo confidare nella forza della preghiera?

Molto spesso no! Preghiamo ma non abbiamo fiducia nell’efficacia della nostra preghiera; supplichiamo Dio per qualcosa che ci sta a cuore, ma facciamo realmente fatica a dire a Dio che confidiamo totalmente nella forza di quella preghiera che rimettiamo nelle mani di Dio. Molte volte, poi, non abbiamo nemmeno fiducia in Dio e, talvolta, la preghiera assume più il tono della scaramanzia che quello della consegna nelle mani di Dio.

Le Scritture di oggi vogliono, quindi, educarci a questo: il valore della preghiera. Noi diamo troppo poco valore alla preghiera e, difatti, molto spesso la nostra preghiera è veloce, distratta, incostante… non sappiamo nemmeno bene cosa dire molte volte. La Scrittura ci dice, invece, che non dovremmo mai sottovalutare la forza della preghiera. Essa può ogni cosa e riesce a scuotere ogni situazione. Bisogna però crederci.

Crediamo di più nell’efficacia della preghiera: ne vedremo presto i benefici aspetti.

2021-07-23T10:48:07+02:00