Ottava del Natale -4 giorno
La sapienza dei Santi Innocenti
Vangelo
Mt 2, 13b-18
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo. Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».
C’è una sapienza anche nei bambini. È la sapienza dell’innocenza, è la sapienza di chi ama, di chi si fida, di chi, spontaneamente, regala sorrisi, feste, piccoli versetti o già parole, gesti… a seconda dell’età e del grado di sviluppo. Così sono tutti i bambini. C’è una sapienza anche degli infanti, che testimoniano così come possono ciò che sentono, ciò che vivono, ciò che sperimentano. È quanto viene espresso nel Vangelo di oggi e nella sua tragica verità. È quella sapienza che si esprime anche con il pianto, che non possiamo che immaginare: il pianto dei bambini da tre anni in giù, che vennero barbaramente uccisi da un sovrano senza scrupoli e ossessionato dal pensiero che qualcuno avrebbe potuto prendere il suo posto, togliere il suo potere, rovesciare il suo regno.
Geremia
Ger 31, 15-18. 20
Lettura del profeta Geremia
Così dice il Signore: «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più». Dice il Signore: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza – oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra. Ho udito Èfraim che si lamentava: “Mi hai castigato e io ho subito il castigo come un torello non domato. Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore, mio Dio”. Non è un figlio carissimo per me Èfraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza». Oracolo del Signore.
A questa sapienza del pianto dei bambini rispondeva anche la sapienza del pianto delle madri. Quelle madri che cercarono di opporsi all’editto del re, quelle madri che cercarono, come è ovvio immaginare, di proteggere la vita che avevano generato in ogni modo e ad ogni costo, quelle madri che cercarono di proteggere, in un ultimo estremo gesto, i loro bambini e alle quali non rimase poi che piangere sui loro piccoli così prematuramente tolti di mezzo. È la sapienza di ogni madre, anche delle madri antiche che, proprio da Betlemme, vedendo i loro figli partire per l’esilio, piangevano su quei figli che non avrebbero più rivisto e dei quali non avrebbero avuto più notizie. Così, nella logica del profeta, quel pianto antico fu assimilato al pianto di Rachele, una delle donne forti del popolo eletto, una delle fondatrici della casa di Israele che diventa, sapientemente, la madre di tutti.
È la sapienza della madre che “si commuove e sente profonda tenerezza”. È una sapienza indescrivibile, indecifrabile, è la sapienza di coloro che, avendo generato quelle vite, le portano sempre dentro di loro. È la sapienza di coloro che avvertono, con il moto dell’anima e con il coinvolgimento dei sensi, tutto ciò che riguarda i loro figli. Accanto alla sapienza che si può descrivere, accanto alla sapienza che si può approfondire con lo studio, con l’esperienza, con il tempo, c’è anche questa esperienza che non si acquisisce, non si studia, non si apprende ma, semplicemente, c’è. È la sapienza delle madri che piangono. C’era ai tempi di Giacobbe, c’era ai tempi di Gesù, c’è ai tempi nostri. C’è, c’è sempre stata, sempre ci sarà.
Romani
Rm 8, 14-21
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
E’ la sapienza di cui ci parlava anche San Paolo, la sapienza di chi si sente figlio di Dio, prima di tutto e soprattutto. È la sapienza di coloro che mettono al primo posto delle loro esperienze l’essere in comunione con Dio, come abbiamo sentito anche solo ieri nella lettera dell’Apostolo Giovanni. Quelle donne che piangevano sulla strage dei loro figli, quelle a loro precedenti che piangevano su coloro che erano stati deportati, quelle che avrebbero pianto per motivi molto simili e che avrebbero popolato ogni epoca della storia, sono tutte madri che sapevano che i loro figli erano anche figli di Dio e, per questo, a lui li affidavano, come fa sempre la sapienza di una madre quando le cose si mettono male, quando non rimane molto da fare per la salvezza di un figlio.
C’è una sapienza dei figli, anche piccoli, anche lattanti, anche innocenti, e c’è anche la sapienza delle madri, la sapienza di chi accompagna, si prende cura, vigila, condivide, vive.
La Sapienza ci invita a:
Credo che oggi il primo invito della sapienza sia quello di una preghiera forte, vigilante, coraggiosa, perché impariamo tutti a capire, a sperimentare, a difendere la sapienza dei bambini della quale sempre ci dobbiamo mettere in ascolto.
Il secondo invito credo sia quello di saper ascoltare anche la sapienza delle madri e dei loro racconti, anche se, spesso, sono racconti bagnati dalle lacrime.
È questa la duplice forma di sapienza che questa festa porta con sé ed è questo il duplice richiamo che la sapienza ci chiede di accogliere, per non essere sordi agli inviti che Dio rivolge a ciascuno di noi.
Provocazioni di sapienza
- Lascio che la sapienza dei bambini mi parli?
- Lascio che la sapienza delle madri in pianto mi provochi?
- Per chi potrei pregare oggi? Quale pianto di madre o di figlio potrei consolare?