Venerdì 29 marzo

Venerdì santo – Deposizione del Signore

Introduzione

Anche questa sera, in questa celebrazione davvero toccante che viviamo dopo la via Crucis tutta dedicata al tema della Chiesa, come avete sentito, desidero sostare sul discepolo dei preparativi che, in questa ultima celebrazione del giorno, ha un protagonista particolare: Giuseppe di Arimatea.

La Parola di questo giorno

I LETTURA Dn 3,1-24
Lettura del profeta Daniele

In quei giorni. Il re Nabucodònosor aveva fatto costruire una statua d’oro, alta sessanta cubiti e larga sei, e l’aveva fatta erigere nella pianura di Dura, nella provincia di Babilonia. Quindi il re Nabucodònosor aveva convocato i sàtrapi, i governatori, i prefetti, i consiglieri, i tesorieri, i giudici, i questori e tutte le alte autorità delle province, perché presenziassero all’inaugurazione della statua che il re Nabucodònosor aveva fatto erigere.
I sàtrapi, i governatori, i prefetti, i consiglieri, i tesorieri, i giudici, i questori e tutte le alte autorità delle province vennero all’inaugurazione della statua che aveva fatto erigere il re Nabucodònosor. Essi si disposero davanti alla statua fatta erigere da Nabucodònosor. Un banditore gridò ad alta voce: «Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpa, del salterio, della zampogna e di ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro che il re Nabucodònosor ha fatto erigere. Chiunque non si prostrerà e non adorerà, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente».
Perciò tutti i popoli, nazioni e lingue, non appena ebbero udito il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpa, del salterio e di ogni specie di strumenti musicali, si prostrarono e adorarono la statua d’oro che il re Nabucodònosor aveva fatto erigere.
Però in quel momento alcuni Caldei si fecero avanti per accusare i Giudei e andarono a dire al re Nabucodònosor: «O re, vivi per sempre! Tu hai decretato, o re, che chiunque avrà udito il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpa, del salterio, della zampogna e di ogni specie di strumenti musicali, deve prostrarsi e adorare la statua d’oro: chiunque non si prostrerà e non l’adorerà, sia gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente. Ora, ci sono alcuni Giudei, che hai fatto amministratori della provincia di Babilonia, cioè Sadrac, Mesac e Abdènego, che non ti obbediscono, o re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto erigere».
Allora Nabucodònosor, sdegnato e adirato, comandò che gli si conducessero Sadrac, Mesac e Abdènego, e questi comparvero alla presenza del re. Nabucodònosor disse loro: «È vero, Sadrac, Mesac e Abdènego, che voi non servite i miei dèi e non adorate la statua d’oro che io ho fatto erigere? Ora se voi, quando udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpa, del salterio, della zampogna e di ogni specie di strumenti musicali, sarete pronti a prostrarvi e adorare la statua che io ho fatto, bene; altrimenti, in quel medesimo istante, sarete gettati in mezzo a una fornace di fuoco ardente. Quale dio vi potrà liberare dalla mia mano?».
Ma Sadrac, Mesac e Abdènego risposero al re Nabucodònosor: «Noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto».
Allora Nabucodònosor fu pieno d’ira e il suo aspetto si alterò nei confronti di Sadrac, Mesac e Abdènego, e ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. Poi, ad alcuni uomini fra i più forti del suo esercito, comandò di legare Sadrac, Mesac e Abdènego e gettarli nella fornace di fuoco ardente. Furono infatti legati, vestiti come erano, con i mantelli, i calzari, i copricapi e tutti i loro abiti, e gettati in mezzo alla fornace di fuoco ardente. Poiché l’ordine del re urgeva e la fornace era ben accesa, la fiamma del fuoco uccise coloro che vi avevano gettato Sadrac, Mesac e Abdènego. E questi tre, Sadrac, Mesac e Abdènego, caddero legati nella fornace di fuoco ardente. Essi passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore.

II LETTURA Dn 3,91-100
Continuazione del profeta Daniele 

Allora il re Nabucodònosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: «Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». «Certo, o re», risposero. Egli soggiunse: «Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dèi». Allora Nabucodònosor si accostò alla bocca della fornace di fuoco ardente e prese a dire: «Sadrac, Mesac, Abdènego, servi del Dio altissimo, uscite, venite fuori». Allora Sadrac, Mesac e Abdènego uscirono dal fuoco. Quindi i sàtrapi, i governatori, i prefetti e i ministri del re si radunarono e, guardando quegli uomini, videro che sopra i loro corpi il fuoco non aveva avuto nessun potere, che neppure un capello del loro capo era stato bruciato e i loro mantelli non erano stati toccati e neppure l’odore del fuoco era penetrato in essi.
Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio. Perciò io decreto che chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, proferirà offesa contro il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, sia fatto a pezzi e la sua casa sia ridotta a letamaio, poiché non c’è nessun altro dio che possa liberare allo stesso modo».
Da allora il re diede autorità a Sadrac, Mesac e Abdènego nella provincia di Babilonia.
Il re Nabucodònosor a tutti i popoli, nazioni e lingue, che abitano in tutta la terra: «Abbondi la vostra pace! Mi è parso opportuno rendervi noti i prodigi e le meraviglie che il Dio altissimo ha fatto per me. / Quanto sono grandi i suoi prodigi / e quanto potenti le sue meraviglie! / Il suo regno è un regno eterno / e il suo dominio di generazione in generazione».

PASSIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO SECONDO MATTEO Mt 27,57-61
Continuazione del Vangelo secondo Matteo

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

I preparativi di Giuseppe

Giuseppe, lo sappiamo, era un uomo molto ricco, forse un mercante, uno che ci sapeva fare con gli affari. Un uomo del suo rango, come è ben capibile, aveva già fatto preparativi per la sua morte. Anche il suo sepolcro avrebbe dovuto, in qualche modo, celebrare la sua potenza. Anzitutto un sepolcro nuovo, non uno di recupero, non uno di riutilizzo, ma una nuova tomba che, per primo, avrebbe dovuto essere “abitata” da Lui. Non una tomba nella terra, ma una tomba nella roccia, simbolo del potere, simbolo della ricchezza, simbolo anche di una corruzione più lenta che avrebbe subito il corpo. Un uomo del calcolo, un uomo dei preparativi che, però, divenuto discepolo del Signore, vista la sua morte, decide di donare quel sepolcro nuovo. È la generosità che parla. Come non dare una tomba a colui che si è riconosciuto come Maestro? Come non aiutare Maria, quella povera donna che, sotto la Croce aveva visto il Figlio morire? Giuseppe, uomo dei preparativi, non pensa più a sé. Pensa a Cristo morto. Pensa a Maria. Non ha paura nemmeno di andare a chiedere il corpo di Cristo morto. Nulla lo ferma più. Giuseppe non rinuncia, ma solo cambia i preparativi.

I preparativi nuovi

Ecco, allora, i preparativi nuovi. La compera di un lenzuolo, lino finissimo, pulito, mai utilizzato, per avvolgere il corpo del Signore: è il simbolo della finezza di quest’uomo che non bada a spese, non si trattiene. Vede solo il suo maestro morto e agisce, quasi di impulso, senza fare calcoli, senza temere nulla, senza parlare con nessuno. Nuovi preparativi immediati, celeri. Sta arrivando l’ora del vespero, sta per iniziare la solenne festa di Pasqua. Nulla sarà più possibile dopo il tramonto e, quindi, occorre agire alla svelta. Ecco perché Giuseppe non si ferma, non si dà pace, compie tutto quello che deve compiere nel giro di pochissimo tempo.

I preparativi di comunione

Non da solo. Giuseppe è uomo di comunione. Impensabile spostare il corpo morto del Signore da solo. Certamente avrà convocato qualcuno. Forse Giovanni, che era già lì sulla scena, forse altri discepoli ricomparsi, forse i suoi servi. Certamente le donne, che Giuseppe accompagna con il suo silenzio. Maria, la Madre, alla quale dona un ultimo abbraccio, quella pietà nella quale la Vergine viene ritratta dopo la deposizione del Figlio; poi anche la Maddalena, le altre Marie, anche loro pronte per altri preparativi.

I preparativi delle donne

I preparativi dell’unzione. Anch’essa rapida, veloce, appunto, non c’è tempo, con l’intento, poi, di riprendere il primo giorno dopo il sabato, il primo giorno dopo la festa. Portare a compimento le unzioni di un morto è cosa sacrosanta, doverosa, non si più lasciare un corpo in balia della morte da solo. Occorre la veglia, occorre la preghiera, occorre l’unzione. Preparativi, questi ultimi, che non verranno messi in pratica. La risurrezione giungerà prima di quei gesti di amore preventivati ma non compiuti.

Noi e i preparativi ultimi

Carissimi, anche noi, questa sera, dovremmo pensare ancora ai preparativi.

  1. Davanti alla morte del Signore, non possiamo non pensare, anzitutto, alla nostra morte. È il pensiero che vogliamo evitare. È il pensiero che non vorremmo mai fare. Eppure, anch’esso, che ci è stato richiesto da tutta la quaresima, ha un suo perché, ha un suo senso. Di fronte alla morte del Signore, anche noi dovremmo chiederci come vorremmo morire. Non per scegliere il modo, o il tempo secondo noi più adatto, ma per rinnovare quella richiesta di morire in grazia di Dio che dovrebbe essere ciò che tutti desideriamo con fede. Davanti alla Croce del Signore cerchiamo di chiedere questa grazia, che deve essere anche una cura da avere per tutti i giorni della nostra vita. È la prima grazia da chiedere a Gesù deposto dalla Croce.
  2. In secondo luogo, anche per preparaci a questo evento finale dell’esistenza, anche per ottenere questa grazia, tutti dovremmo chiedere al Signore di farci essere come Giuseppe di Arimatea, pronti a passare dal pensiero delle nostre cose al pensiero dell’eternità. Per fare questo abbiamo bisogno tutti di crescere, di maturare nella carità, come Giuseppe. Anche Lui pensava a sé, anche lui pensava alla sua morte, anche lui aveva predisposto le cose secondo il suo sentimento ma le ha cambiate vista la morte del Signore. Quando uno sa contemplare il Cristo Crocifisso e deposto cambia il modo di ragionare e di vivere. Così anche noi, dobbiamo ragionare. Siamo troppo egoisti, pensiamo solo a noi stessi e anche la nostra carità è fatta non per toccarci nel vivo ma per tranquillizzare la coscienza donando del superfluo. Il vangelo di questa sera ci aiuta a capire. Abbiamo a disposizione dei beni? Cerchiamo di essere più generosi con chi è privo del necessario? Abbiamo a disposizione delle ricchezze? Cerchiamo di rendere, in qualche modo, partecipi chi può essere nel bisogno, vicino o lontano che sia? Scrive Sant’Ambrogio nel trattato su “Elia e il digiuno”: “hai a disposizione del denaro: serviti di esso per scioglierti dai peccati. Il Signore non è venale, mentre tu sei attaccato ai soldi. Ti sei venduto con i tuoi peccati, riscattati con le tue opere, redimiti anche con il tuo denaro. Il denaro è cosa vile, mentre è preziosa la misericordia. Con un veleno si vince la morte e si conserva la vita. Così anche tu, come accorto amministratore, trasforma lo strumento dell’avarizia in mezzo di misericordia. Rendi ciò che è causa di corruzione principio di grazia e di salvezza”.

Facciamo i nostri preparativi, per non sperimentare la corruzione della vita e attendere la vita eterna. Ci aiuti Giuseppe di Arimatea ad essere più generosi, più solleciti, più scaltri nella nostra amministrazione.

2024-03-25T22:58:21+01:00