Domenica 29 agosto

DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Per introdurci

  • Che impressione suscitano in noi queste scritture?
  • Come reagiamo al loro insegnamento?

Maccabei

Lettura del secondo libro dei Maccabei

In quei giorni. Ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi ». Antìoco, credendosi disprezzato e sospettando che quel linguaggio fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo; e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l’avrebbe fatto ricco e molto felice, se avesse abbandonato le tradizioni dei padri, e che l’avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato alti incarichi. Ma poiché il giovane non badava per nulla a queste parole, il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. Esortata a lungo, ella accettò di persuadere il figlio; chinatasi su di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua dei padri: «Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia». Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. Noi, in realtà, soffriamo per i nostri peccati. Se ora per nostro castigo e correzione il Signore vivente per breve tempo si è adirato con noi, di nuovo si riconcilierà con i suoi servi. Ma tu, o sacrilego e il più scellerato di tutti gli uomini, non esaltarti invano, alimentando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo, perché non sei ancora al sicuro dal giudizio del Dio onnipotente che vede tutto. Già ora i nostri fratelli, che hanno sopportato un breve tormento, per una vita eterna sono entrati in alleanza con Dio. Tu invece subirai nel giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. Anch’io, come già i miei fratelli, offro il corpo e la vita per le leggi dei padri, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu, fra dure prove e flagelli, debba confessare che egli solo è Dio; con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l’ira dell’Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe». Il re, divenuto furibondo, si sfogò su di lui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. Così anche costui passò all’altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte.

Corinzi

2Cor 4, 7-14
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.

Vangelo

M10, 28-42
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare “l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera”; e “nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Maccabei

Anzitutto questa bellissima pagina, piena di pathos, dei Maccabei. Una madre che ha educato alla fede i suoi figli, vede tutti loro impegnati nella lotta contro l’invasore che vorrebbe cancellare i segni della fede presso il popolo di Dio. Tutti e 7 i suoi figli sono catturati, torturati, uccisi. È uno spettacolo terribile. Questa donna lo vede, lo osserva con i suoi occhi, mentre si ripete per 6 volte. Giunto il turno del settimo figlio ecco che la donna viene invitata a persuadere il figlio perché desista dal suo proposito e si salvi. Anzi, il ragazzo ha in mano la promessa di onori, di gloria, di ricompense. La madre stessa è invitata ad intervenire per mettere quell’ultimo figlio sulla strada che lo porterebbe ad una vita sicura. Ebbene, questa donna, al culmine del suo dolore, non viene meno alla sua fede nemmeno di fronte a quell’ultimo figlio che vorrebbe salvo. Salvo non di fronte agli uomini, ma di fronte a Dio. Ecco perché, con le parole più forti che ella riesce ad esprimere e con una fede incrollabile, ella lo invita a rimanere saldo nel suo proposito. Certa della vita eterna, certa della ricompensa di Dio, ella non teme di perderlo al mondo. Piuttosto si premura di averlo ancora con sé nella vita eterna. È lei stessa che, prima della sua stessa morte, lo mette sulla strada che lo condurrà al martirio. Una scena così forte che noi tutti rimaniamo ammutoliti o con un desiderio di vivo silenzio, per ripensare a ciò che è lontano anni luce dal nostro modo di sentire, di vedere le cose, di interpretare la fede. Scena che pure, io credo, attragga tutti noi, nonostante la difficoltà e la lontananza culturale che sperimentiamo rispetto a questo testo.

Vangelo

Queste parole della prima lettura sono anche il commento più bello al Vangelo: “chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”. Parola che ci lascia perplessi. È davvero possibile amare Dio più degli affetti della famiglia? È possibile amare Dio sopra ogni cosa e, quindi, arrivare a mettere in secondo piano gli affetti principali della famiglia stessa?

Gesù prende posizione proprio su questo tema, invitando a capire che Dio è quel Padre che si preoccupa dei suoi figli, il Dio che ama la sua creazione anche nelle cose minime, o, forse, proprio a partire da esse. Il Dio che, amando ogni cosa del “suo” creato, non si dimentica mai di accompagnare con quell’amore che chiamiamo “provvidenza”, tutto ciò che è nato dal suo amore. È chiaro l’invito di Gesù, invito da comprendere bene. Ogni cosa deve essere subordinata all’amore di Dio nel senso che l’amore di Dio permette di illuminare ogni cosa come conviene e di dare il giusto peso ad ogni realtà della vita. Ecco il senso del Vangelo: la fede, che è e rimarrà un dono per ogni persona, chiederà ad ogni libertà di mettersi in gioco. Ciascuno sarà chiamato ad amare Dio padre sopra ogni cosa. Questo sarà il compito di chi crederà, questo sarà il “pozzo di luce” al quale attingere, al quale abbeverarsi, al quale ricorrere per illuminare e dare il giusto peso ad ogni cosa della vita. Lezione sempre difficile e mai conclusa. Lezione che occorrerà imparare passando attraverso tutte le realtà della vita.

Corinzi

È questo il tesoro di creta che abbiamo nelle nostre mani. La fede è un tesoro, eppure questo tesoro è depositato dento il cuore di ogni uomo e di ogni donna che rimane, pur sempre un mistero di fragilità, come un vaso di creta. La fede è un tesoro che deve illuminare il tempo che ci viene donato, perché sia chiara la direzione che deve prendere la vita dell’uomo: tutti siamo indirizzati verso la vita eterna e compito di ogni esistenza, compito di ogni libertà è giungere a quella vetta, a quella meta, a quel “premio” che attende ciascuno di noi, se avremo corrisposto all’amore di Dio. È la fede nella vita eterna che illumina ogni passo della vita dell’uomo. Non certo gli interessi, più o meno pratici, presenti, con il loro richiamo, in ogni condizione di vita.

Per noi

Siamo, ormai, alla fine dell’estate e alla vigilia di un nuovo anno pastorale. Anno, come abbiamo già detto, dedicato alla famiglia. Credo che sia giusto, oggi, considerare quale immagine di famiglia esce da questi testi. Il riferimento è, soprattutto, alla prima lettura. A noi che siamo molto rispettosi di ogni posizione e di ogni libertà, a noi che abbiamo lasciato perdere il richiamo a dare prima di tutto i valori e poi le altre cose, a noi che viviamo in un mondo così secolarizzato da essere quasi senza Dio, questi testi chiedono di riflettere. Alla fine della nostra esistenza, cosa conterà? Quale eredità sarà utile aver lasciato a chi viene dopo di noi? i testi sacri ci hanno detto con chiarezza, al di là dell’epoca in cui sono nati e delle condizioni storiche che li hanno fatti nascere, che sempre, in ogni tempo, in ogni epoca, in ogni momento della storia, è più che mai necessario far nascere la fede in chi viene dopo di noi: senza la fede tutto diventa senza senso. Senza la luce della fede, nulla viene messo al posto giusto e nulla ottiene quella luce di verità che è necessario avere per capire il senso della cose.

Sia questa la grazia che chiediamo oggi per noi, per le nostre famiglie, alla luce delle scritture e per vivere bene questo inizio di anno pastorale che deve vederci attenti a illuminare le nostre famiglie con tutta la nostra fede.

2021-08-26T17:46:31+02:00