Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Per introdurci
“I vizi che i genitori trasmettono ai figli sono numerosissimi! I cattivi esempi che vengono dalla famiglia, corrompono più in fretta e più a fondo, perché entrano nell’animo attraverso modelli autorevoli” (Giovenale).
La citazione del poeta latino mi spinge ad una catechesi sul quarto comandamento, che è il cuore dell’epistola di oggi, ma anche il cuore di questa giornata della famiglia alla quale ci siamo preparati da molto tempo e, soprattutto, in questo anno particolare di riflessione sulla famiglia in vista dell’incontro mondiale del prossimo giugno.
Siracide
Sir 44, 23 – 45, 1a. 2-5
Lettura del libro del Siracide
In quei giorni. La benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza Dio fece posare sul capo di Giacobbe; lo confermò nelle sue benedizioni, gli diede il paese in eredità: lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù. Da lui fece sorgere un uomo mite, che incontrò favore agli occhi di tutti, amato da Dio e dagli uomini. Gli diede gloria pari a quella dei santi e lo rese grande fra i terrori dei nemici. Per le sue parole fece cessare i prodigi e lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul suo popolo e gli mostrò parte della sua gloria. Lo santificò nella fedeltà e nella mitezza, lo scelse fra tutti gli uomini. Gli fece udire la sua voce, lo fece entrare nella nube oscura e gli diede faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e d’intelligenza, perché insegnasse a Giacobbe l’alleanza, i suoi decreti a Israele.
Efesini
Ef 5, 33 – 6, 4
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. «Onora tuo padre e tua madre!». Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: «perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra». E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore.
Vangelo
Ef 5, 33 – 6, 4
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. «Onora tuo padre e tua madre!». Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: «perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra». E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore.
Onora tuo padre e tua madre…
Il quarto comandamento, a differenza di tutti gli altri della seconda tavola e al pari solo del terzo comandamento, non è dato in forma negativa ma in forma positiva. Non si dice cioè di non fare qualcosa, ma di mettere in pratica un determinato comportamento. È interessante notare che, in ebraico, onorare si dice “kabbad” che ha la stessa radice di quella “kavod” che, tradotto, indica la gloria di Dio. Non per altro il terzo comandamento, quello che prescrive di onorare le feste, utilizza proprio lo stesso verbo. Dunque il comandamento ci mette subito in uno stato di attenzione: la famiglia è qualcosa di particolare – sembra dirci immediatamente – la famiglia è una realtà sacra, come Dio stesso. La Famiglia va rispettata con onore, come si addice a Dio.
In secondo luogo notiamo un’altra cosa strana. Non solo è un comandamento detto in positivo, ma mette sullo stesso piano padre e madre. Nel diritto del tempo, in una società prevalentemente maschilista, non era così. Pochi e rari erano i diritti delle donne. Poco rispettato il diritto delle donne. Eppure il comandamento mette sullo stesso piano padre e madre, in controtendenza con il sentire del tempo. Come uomo e donna, nell’ordine della creazione, erano già sullo stesso piano di onore, così è anche nel comandamento.
In terzo luogo sottolineiamo che esso non è il comandamento dei bambini. Ecco la “falsità” a cui tutti siamo stati educati fin da piccoli, facendo del 4 comandamento il cuore delle confessioni dei ragazzi. Il comandamento è per adulti! E prescrive, di per sé, di non abbandonare il genitore diventato anziano. In un momento storico senza tutele sociali e senza sostegni, molti figli abbandonavano i genitori al loro destino quando ormai erano anziani o malati. Il rispetto per la sacralità della famiglia, da cui muove il comandamento, intende proporre l’ideale del prendersi cura di genitori vecchi e malati, di provvedere al loro sostentamento, di “ridare” per così dire, quanto si è ricevuto proprio da loro nei giorni della giovinezza.
In quarta istanza viene sottointeso il perché occorre fare questo ed anche questa è una peculiarità del comandamento. C’è una promessa legata al rispetto della norma: “perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra”. Al rispetto per la famiglia il comandamento lega la felicità da raggiungere e anche la longevità. Chi rispetta la famiglia vive felice, dice il comandamento. Chi rispetta la famiglia, vive a lungo. Il riferimento non è solo agli anni della vita di ciascuno, che sono quello che sono. Ovviamente l’autore biblico si riferisce a quel far vivere la propria famiglia nei posteri, nelle generazioni che seguono, nel perpetuare la propria discendenza.
Il comandamento, in sintesi, è tutto a favore della famiglia, realtà sacra perché proviene da Dio, con una speciale attenzione alla cura di anziani e malati, in un contesto di dedizione che nasce non solo dalla riconoscenza ma dalla fede.
Come si vede un contesto deferentissimo e lontanissimo da quell’obbedienza a cui siamo stati spesso educati e richiamati. Un comandamento per adulti, perché è da essi che nasce e che si trasmette quell’amore e quel rispetto per la famiglia che deve caratterizzare il credente e la società dei credenti, il popolo di Dio e la società formata dal popolo di Dio.
Per noi
A che punto siamo? Se ci confrontiamo con il comandamento, a che punto siamo?
Anzitutto occorre sottolineare la fine della cristianità nel modo di intendere, vivere, proporre la famiglia. Lo vediamo bene, lo sperimentiamo tutti i giorni che un popolo non più cristiano è un popolo dove i riferimenti non sono più quelli dei valori del Vangelo, ci sono moltissimi modelli di famiglia e moltissime richieste per questi modelli diversi di famiglia. Forse l’uomo di oggi non sa tanto bene cosa vuole. Sa solo che occorre assecondare la libertà di tutti. Nel rispetto delle opinioni e del modo di vivere di ciascuno, che è cosa sacrosanta, manca però un’idea forte di confronto e quella forza che deve nascere dal manifestare la propria fede e le sue conseguenze pratiche. Per noi, per i cristiani, la famiglia è quella formata da un uomo e da una donna, in un contesto di sacralità dell’amore che diventa accoglienza e dedizione per la vita. Questo amore che può anche diventare fecondo, genera una comunità stabile che diviene riferimento per la società, per l’educazione, per la stessa trasmissione della fede. Forse faremo bene a confrontarci con i più giovani perché quello che era un dato mai messo in discussione, oggi non è più un dato condiviso. Quello che, per chi ha una certa età, è ovvio e pacifico, non è detto che lo sia per chi viene dopo di noi. Il primo nostro compito è quello di un confronto aperto, accogliente, simpatico con le idee di tutti, senza però rinnegare le proprie ed anzi dando testimonianza di cosa la fede dice sul Vangelo della famiglia.
In secondo luogo sottolineerei la fragilità del contesto presente. È la famiglia la prima realtà ad essere fragile perché viene da decenni di progressivo svuotamento e, forse, addirittura marginalizzazione. Se l’idea di famiglia cristiana non è più quella egemone, se l’idea di famiglia non è più quella tradizionale, ecco che nasce una fragilità intra-famigliare che, poi, non può che riversarsi sui giovani. Credo che occorre anche prendere coscienza di questa verità e di questa fragilità del nostro tempo.
Cosa fare per vivere in un tempo così? Cosa fare per vivere da cristiano in un tempo in cui la cristianità non è più la realtà di riferimento né quella più ascoltata né quella più accolta?
Tornare al quarto comandamento. Tornare a scoprire, per esempio che la vita in famiglia è in vista della felicità di ciascuno ed è in vista di quei lunghi giorni che sono promessi a chi vive questa dimensione. Cos’è la felicità di una famiglia? Credo che il Papa ce lo indichi spesso e bene:
- È una serie di relazioni vere, per cui si impara fin da piccoli a stare insieme agli altri, anche nelle diverse generazioni. Una relazione profonda, dove si custodiscono le radici dei vecchi, con le loro esperienze, e dove si continua a spandersi nel tempo e nello spazio esplorabile, come vogliono i giovani. Relazioni che sanno far gustare la bellezza della coabitazione, dell’incontro, del confronto intergenerazionale. È questa la prima realtà da difendere o da recuperare che ci deve appartenere.
- È una serie di condivisioni, di pregi e difetti, di ricchezze e di limiti, di visioni e forme doverose di rispetto. La famiglia cristiana fa questo. Condivide la vita. Condivide pensieri, aspirazioni, visioni, difficoltà, limiti, povertà. È in famiglia che si può superare, proprio per questo motivo, anche quella fragilità a cui già abbiamo accennato. La famiglia è l’unico luogo dove un giovane può formarsi, crescere per quello che è, senza paure, senza doversi sempre giustificare, senza temere nulla.
- Implica un rispetto grande di ogni persona, che, appunto, come dice il comandamento, deve essere onorata, cioè trattata con quel rispetto con il quale si tratta Dio stesso. Forse se manca tanto rispetto e tanto onore viene tolto alle famiglie, è perché abbiamo tolto la fede, non abbiamo educato alla fede. Mancando il rispetto per Dio è venuto meno il rispetto per l’uomo. Forse, bisogna proprio ripartire da qui.
- Per una vera felicità occorre poi saper custodire ciascuno, anche chi pensa diversamente, anche chi ormai, proprio nelle nostre famiglie, non ha più il contesto di riferimento che gli è stato insegnato. Così credo che bisogna guardare a tutti quei ragazzi e ragazze che hanno perso la fede e il senso di Dio; a tutti quei fidanzati che non hanno il senso di famiglia e che, semplicemente, si accompagnano l’uno all’altro, senza accedere a quel sacramento dell’amore che è ciò che rende sacro il loro amore e la loro famiglia. Un accompagnamento pieno di rispetto per chi ha proprio un’idea diversa di famiglia, pur provenendo da famiglie cristiane.
Perché si possa essere felici, raccomando ai genitori che ora vivono questa dimensione di educazione e soprattutto ai nonni, di avere a cuore che le loro famiglie siano ancora contesti formativi, luoghi dove si formano persone che hanno a cuore valori. Non mirate solo al plauso dei vostri figli e nipoti, non mirate solo alla tranquillità della vita in famiglia. Mirate a qualcosa di più alto e vero che sprona il cuore dell’uomo.
Perché possiate essere felici, lo dico ai figli più giovani, occorre saper attingere anche a questo dialogo intergenerazionale, cosa che và ben oltre quel piccolo confronto che vi proponete per lo più via social.
Per essere felici occorre guardare alla comunità che educa al bene comune senza il quale ogni famiglia diventa un’isola. Il tempo presente ci sta dicendo con forza che nessuno ce la può fare da sé. Nessuno può essere perfetto da solo. Nessuno può pensare di cavarsela con le proprie forze. Tutti abbiamo bisogno di riscoprire quella dimensione di unione e collaborazione che è la vita in comunità, altrimenti ogni esperienza matrimoniale e di famiglia si affievolisce e soccombe sotto il peso della stanchezza e della solitudine.
“Onora il padre e la madre perché tu possa essere felice e goda di una vita lunga”. Viviamo il 4° comandamento per essere noi per primi modelli di vita in famiglia.