Martedì 30 marzo

Settimana Autentica – Martedì

Giobbe

19, 1-27b
Lettura del libro di Giobbe

In quei giorni. Giobbe prese a dire: «Fino a quando mi tormenterete e mi opprimerete con le vostre parole? Sono dieci volte che mi insultate e mi maltrattate in modo sfacciato. È poi vero che io abbia sbagliato e che persista nel mio errore? Davvero voi pensate di prevalere su di me, rinfacciandomi la mia vergogna? Sappiate dunque che Dio mi ha schiacciato e mi ha avvolto nella sua rete. Ecco, grido: “Violenza!”, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia! Mi ha sbarrato la strada perché io non passi e sui miei sentieri ha disteso le tenebre. Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona. Mi ha distrutto da ogni parte e io sparisco, ha strappato, come un albero, la mia speranza. Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico. Insieme sono accorse le sue schiere e si sono tracciate la strada contro di me; si sono accampate intorno alla mia tenda. I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei. Sono scomparsi vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa; da estraneo mi trattano le mie ancelle, sono un forestiero ai loro occhi. Chiamo il mio servo ed egli non risponde, devo supplicarlo con la mia bocca. Il mio fiato è ripugnante per mia moglie e faccio ribrezzo ai figli del mio grembo. Anche i ragazzi mi disprezzano: se tento di alzarmi, mi coprono di insulti. Mi hanno in orrore tutti i miei confidenti: quelli che amavo si rivoltano contro di me. Alla pelle si attaccano le mie ossa e non mi resta che la pelle dei miei denti. Pietà, pietà di me, almeno voi, amici miei, perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi della mia carne? Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro».

Tobia

5, 4-6a; 6, 1-5. 10-13b
Lettura del libro di Tobia

In quei giorni. Uscì Tobia in cerca di qualcuno pratico della strada, che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. Gli disse: «Di dove sei, o giovane?». Rispose: «Sono uno dei tuoi fratelli Israeliti, e sono venuto qui a cercare lavoro». Riprese Tobia: «Conosci la strada per andare nella Media?». Gli disse: «Certo». Il giovane partì insieme con l’angelo, e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ecco un grosso pesce balzando dall’acqua tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Ma l’angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. Gli disse allora l’angelo: «Apri il pesce e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte ma getta via gli intestini. Infatti il suo fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti». Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse il fiele, il cuore e il fegato. Arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l’altra parte la mise in serbo dopo averla salata. Erano entrati nella Media e già erano vicini a Ecbàtana, quando Raffaele disse al ragazzo: «Fratello Tobia!». Gli rispose: «Eccomi». Riprese: «Questa notte dobbiamo alloggiare presso Raguele, che è tuo parente. Egli ha una figlia chiamata Sara e all’infuori di Sara non ha altro figlio o figlia. A te, come parente più stretto, spetta il diritto di sposarla più di qualunque altro uomo e di avere in eredità i beni di suo padre. È una ragazza saggia, coraggiosa, molto graziosa e suo padre è una brava persona». E aggiunse: «Tu hai il diritto di sposarla. Ascoltami, fratello: io parlerò della fanciulla al padre questa sera, per serbartela come fidanzata».

Vangelo

Mt 26, 1-5
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Terminati tutti questi discorsi, il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso». Allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire. Dicevano però: «Non durante la festa, perché non avvenga una rivolta fra il popolo».

Un invito

Anche Gesù ha avuto un suo “modo” di trascorrere il tempo ed ha insegnato a chi ha condiviso con lui la vita a saper fare tesoro del tempo e a saper vivere con sapienza il tempo che ci viene donato. Ieri abbiamo detto che la custodia del cuore ha richiesto a Gesù e ai suoi una maggiore attenzione alla preghiera. Ovviamente questo ha richiesto del tempo. Non è stato solo questo il modo con cui Gesù ha custodito il suo tempo ultimo. Il tempo della settimana autentica di Gesù è anche un tempo di ingresso e di uscita da Gerusalemme. Il tempo di Gesù è anche un tempo di condivisione della vita con gli amici: i discepoli, in primis; con le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea; con quegli uomini e quelle donne che hanno messo a disposizione del Signore case e beni per quei giorni ultimi. Gesù ha custodito il tempo di quella settimana come un ultimo dono prezioso che il Padre gli faceva prima di riportarlo a sé, prima di passare attraverso il crogiuolo della sofferenza e della morte.

Gesù ha invitato anche i discepoli a custodire il tempo. “Voi sapete che tra due giorni è Pasqua” non è solo una misura per dire quanto rimaneva da vivere. È un invito a custodire bene il tempo della vita. Non solo, Gesù educa anche ad attendere “tre giorni” prima della sua risurrezione. Molte volte nel ministero, quando Gesù ha parlato espressamente della Pasqua, ha dato questa indicazione, educando il discepolo a quella sapienza che è il “contare i giorni della vita” per giungere alla “sapienza del cuore”.

Dissipazioni

In realtà non è che il discorso del Signore sia capito da tutti. Non dai discepoli, che si lasciano comunque prendere la mano da quegli atteggiamenti di preparazione della festa di cui abbiamo parlato ieri. Nemmeno i suoi “nemici”, che pure conoscevano bene la sapienza di Israele, sembrano custodire il tempo della Pasqua, se è vero, come ci dice il Vangelo, che passarono molto tempo di quella settimana riuniti nel sinedrio o nella casa del Sommo Sacerdote, per cercare il modo di togliere di mezzo una volta per tutte quella presenza diventata così difficile da sopportare e così scomoda da gestire. Certo non sapevano come agire, ma così facendo dimostrano di non rispettare quella “legge di Mosè” che dicevano non solo di conoscere, ma anche di avere nel cuore. La legge di Mosè aveva prescrizioni precise sul tempo, anche sul modo di gestire i giorni della Pasqua, importanti per gli Ebrei e segnati da minuziosi rituali che non potevano essere disattesi. Invece questi uomini contravvengono questa legge. Il loro scopo di togliere di mezzo il Signore passa sopra a qualsiasi raccomandazione loro impartita.

L’invito per noi

L’invito è anche per noi, noi che abbiamo un modo di percepire e di contare il tempo assolutamente diverso da quello degli antichi Ebrei.

Come viviamo il tempo?

Percepiamo il tempo come il fluire dei minuti, delle ore, dei secondi… In effetti penso che tutti abbiamo fatto l’esperienza del non avere abbastanza tempo, o di riempire il tempo con tutte le cose possibili per non avere tempo vuoto. Anche quest’anno di pandemia ci ha fatto riflettere e penso che a tutti sia capitata l’angoscia di avere del tempo non pieno, del tempo lasciato vuoto da relazioni saltate, appuntamenti sospesi, visite, uscite che, tutto d’un tratto, sono diventate impossibili. Tanto che non abbiamo perso tempo a recuperare tutto appena è stato possibile, per poi dover risospendere tutto a causa delle regole. Ma è questo il modo cristiano di vivere il tempo?

Per Gesù c’è qualcosa che va oltre. Il suo tempo è un continuo rimando al Padre e, quindi, all’eternità. Il suo richiamo è a vivere gesti che dilatano il tempo e lo rendono immortale. L’amore è in grado di far fare questo passaggio al tempo. Il tempo: un insieme di istanti che sono impossibili da spezzare. Solo l’amore che mettiamo nelle cose del tempo, rende il tempo stesso segno dell’amore di Dio, dilata il cuore nell’amore di Dio, rende questi istanti del tempo partecipi di quell’eternità beata che è il tempo di Dio. È per questo che chi vive il comandamento dell’amore, partecipa dell’immortalità di Dio. È per questo che saremo giudicati sull’amore. È per questo che ogni atto di amore del tempo rimane impresso indelebilmente nel cuore di Dio.

Che amore viviamo in questi giorni? Che azioni di carità, cioè di donazione agli altri vogliamo sostenere?

In questi giorni santi siamo anche noi invitati a rendere immortale il nostro tempo. Chiediamo questa grazia, ma, soprattutto, cerchiamo davvero di rendere immortale il nostro tempo tramite quella partecipazione al comandamento dell’amore che “tutto comprende, tutto sopporta, tutto vince”.

2021-03-25T22:11:42+01:00