Mercoledì 31 marzo

Settimana Autentica – Mercoledì

Giobbe

42, 10-17
Lettura del libro di Giobbe

In quei giorni. Il Signore ristabilì la sorte di Giobbe, dopo che egli ebbe pregato per i suoi amici. Infatti il Signore raddoppiò quanto Giobbe aveva posseduto. Tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo; banchettarono con lui in casa sua, condivisero il suo dolore e lo consolarono di tutto il male che il Signore aveva mandato su di lui, e ognuno gli regalò una somma di denaro e un anello d’oro. Il Signore benedisse il futuro di Giobbe più del suo passato. Così possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie. Alla prima mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Argentea. In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell’eredità insieme con i loro fratelli. Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti per quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.

Tobia

7, 1a-b. 13 – 8, 8
Lettura del libro di Tobia

In quei giorni. Quando fu entrato in Ecbàtana, Tobia disse: «Fratello Azaria, conducimi diritto dal nostro fratello Raguele». Egli lo condusse alla casa di Raguele, che trovarono seduto presso la porta del cortile. Raguele chiamò sua figlia Sara e, quando venne, la prese per mano e l’affidò a Tobia con queste parole: «Prendila; secondo la legge e il decreto scritto nel libro di Mosè lei ti viene concessa in moglie. Tienila e, sana e salva, conducila da tuo padre. Il Dio del cielo vi conceda un buon viaggio e pace». Chiamò poi la madre di lei e le disse di portare un foglio e stese l’atto di matrimonio, secondo il quale concedeva in moglie a Tobia la propria figlia, in base al decreto della legge di Mosè. Dopo di ciò cominciarono a mangiare e a bere. Poi Raguele chiamò sua moglie Edna e le disse: «Sorella mia, prepara l’altra camera e conducila dentro». Quella andò a preparare il letto della camera, come le aveva ordinato, e vi condusse la figlia. Pianse per lei, poi si asciugò le lacrime e le disse: «Coraggio, figlia, il Signore del cielo cambi in gioia il tuo dolore. Coraggio, figlia!». E uscì. Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso. L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì verso le regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza». Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!».

Vangelo

Mt 26, 14-16
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Un invito

Anche Gesù – è innegabile – ha avuto un suo rapporto con le cose ed ha insegnato ai discepoli a usare delle “cose del mondo come se non ne usassero”. La proposta è, di per sé, chiara. Non sono le cose ad avere una bontà o una cattiveria in sé stesse. È l’uso che ne fa l’uomo o l’intenzione con la quale l’uomo si accosta alle cose a dire la bontà o la cattiveria di una cosa. Come sempre è il cuore che decide. Ed è al cuore che bisogna guardare. Anche in questi giorni santi.

Il cuore di Giuda

Cosa c’è nel cuore di Giuda? Questa è la domanda che l’evangelista vuole che anche noi ci facciamo, non per giudicare ma per comprendere e, soprattutto, per applicare a noi. Giuda ha il cuore ferito. Egli aveva creduto al Signore, ma, pian piano, aveva compreso che la sua proposta era decisamente troppo alta per lui. Soprattutto Gesù non corrispondeva al Messia che egli attendeva: forte, liberatore, capace di scuotere Israele dal dominio nemico. Quando Giuda si accorge di tutto questo il suo cuore muta e, benché rimanga nella “compagnia di Gesù”, decide di trarre un profitto personale dalla sua permanenza. Di lui il Vangelo stesso dice che “teneva la cassa”, non per amministrare per i poveri, come sarebbe stato il suo compito, ma per prendere “quello che mettevano dentro!”. Nel cuore di Giuda c’è spazio per l’avidità. Nel cuore di Giuda c’è spazio solo per il guadagno. Nel cuore di Giuda non c’è più spazio per i poveri, per ciò che raccomanda il Signore, ma solo per il tornaconto personale.

Ecco perché, nei giorni ultimi della vita del Signore, il suo cuore ferito per aver compreso che Gesù non è il Messia che si aspettava e avendo il cuore indurito dall’avidità tanto a lungo vissuta, Giuda decide di trarre profitto anche da quel suo “tradire” il Maestro. Giuda non si aspetta la fine che Gesù effettivamente fa. Non si sarebbe altrimenti impiccato vedendo ciò che era successo dopo il suo tradimento. Egli voleva solo arricchirsi con un gesto che riteneva una “giusta punizione” per non aver avuto quello che avrebbe sperato di ottenere da Gesù. Un cuore abituato all’egoismo, un cuore chiuso in sé stesso, un cuore incapace di comprendere la legge della gratuità di Gesù, vende, “a sacrilego prezzo”, come ci dice la liturgia, “il sole alle tenebre”.

Nel cuore di Giuda non c’è spazio per pensare al valore delle cose. Nel cuore di Giuda non c’è spazio per pensare alle cose della vita. C’è solo spazio per l’odio, la distanza, la chiusura, il tradimento. Giuda, avido di cose, chiude il suo cuore a qualsiasi risvolto della relazione e non trova più un punto di orientamento al quale aggrapparsi per vincere quel suo male che diventa, alla fine, anche il male di vivere.

L’invito per noi

L’invito è anche per noi. Anche noi abbiamo un nostro rapporto con le cose. Anche noi abbiamo già riflettuto molte volte su questo tema. Ci siamo fatti le nostre convinzioni, abbiamo agito in conformità a quello che crediamo giusto. Eppure, credo che il Vangelo, ancora una volta, ci ponga di fronte ad una domanda fondamentale: che rapporto hai tu con le cose in questo momento della tua vita? Di fronte al Signore che muore, che rapporto hai con le cose?

Certo gli insegnamenti di questi prossimi giorni, specie quelli di domani nel cenacolo, sono tutti insegnamenti sulla gratuità, sulla condivisione, sulla capacità di mettere i propri beni a diposizione di coloro che sono nel bisogno. I discepoli, le donne, i “grandi” della Passione, ci dicono immediatamente questo. Ci dicono che ciascuno è stato capace prima di partecipare alla festa, poi di partecipare alla morte del Signore, collaborando, condividendo, mettendo in comune.

Anche l’insegnamento che riceveremo dalle letture degli Atti degli Apostoli che contraddistinguono il tempo di Pasqua: leggeremo tutti insegnamenti che vanno in questa medesima direzione.

Domandiamoci:

  • Che rapporto ho con le cose?
  • In che cosa potrò essere di aiuto e di sostegno in questa prossima Pasqua?
  • Con chi condividerò le cose della mia vita?

Anche noi entriamo nel Triduo Santo sorretti solo dal desiderio di vivere bene questi prossimi giorni, cercando solo di piacere al Signore e offrendo al Cristo che muore e risorge la nostra compagnia e il nostro affetto.

2021-03-25T22:16:09+01:00