Martedì 30 giugno

Settimana della quarta domenica dopo Pentecoste – Martedì

Vangelo

Lc 7, 1-10
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, il Signore Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

A proposito di merito…

Intitolerei così la riflessione di oggi. Questa meditazione ci è suggerita dalle parole del Vangelo: “egli merita che tu gli conceda quello che chiede”. Così dicono gli anziani di Israele rispetto al centurione che ha il suo servo malato. È spiegato in breve anche il motivo: “è stato lui a farci costruire la sinagoga”. C’è, dunque, un motivo di riconoscenza che spinge gli anziani di Israele ad intercedere presso Gesù perché quest’uomo straniero possa essere aiutato per il suo servo malato. Di fronte ad un’opera così grande – la costruzione di una sinagoga – bisognerà pure mostrare riconoscenza! È quanto pensiamo più o meno tutti quando siamo di fronte a casi del genere, per non dire di quando noi stessi crediamo che qualche nostra opera meriti una certa riconoscenza da parte di Dio! La visibilità, la generosità, se non proprio la grandiosità di alcune opere, è il criterio che ci spinge a dire che occorre qualche riconoscimento grande!

Prospettiva inversa a quella del centurione, che non desidera alcuna visibilità, non chiede nessun riconoscimento per l’opera fatta. Da uomo, invece, si interessa e si preoccupa per i suoi uomini e, vedendo uno dei propri uomini soffrire molto, si interroga su cosa possa mai fare lui per alleviare la sofferenza di un uomo. Un uomo umile, schivo, riservato, pronto ad agire solo per la bontà che sovrabbonda al suo cuore, pur essendo un uomo di esercito e, quindi, un uomo abituato alla ruvidezza della vita militare. Un uomo che, di fronte a ciò che sta per accadere, si dice indegno di ricevere il Signore Gesù. Egli sa della sua fama: chi è mai lui, un militare straniero, per riceverlo nella propria casa? Ecco il motivo per cui gli basta un gesto a distanza, una parola pronunciata senza scendere nella sua casa: il centurione sa che quella parola sarà efficace! Un modo di operare davvero umile, discreto, nascosto e, per questo, gradito a Dio. Dio gradisce sempre il desiderio di bene che c’è nel cuore dell’uomo e che rimane riservato nella coscienza dei credenti.

È questo il vero “merito” del centurione. Non la sua generosità, non il suo desiderio di essere conciliante con un popolo che non è il suo, ma la sua umiltà, la sua discrezione, la sua riservatezza, il suo desiderio di bene per gli altri.

Deuteronomio

Dt 9, 1-6
Lettura del libro del Deuteronomio

In quei giorni. Mosè disse: «Ascolta, Israele! Oggi tu stai per attraversare il Giordano per andare a conquistare nazioni più grandi e più potenti di te, città grandi e fortificate fino al cielo, un popolo grande e alto di statura, i figli degli Anakiti, che tu conosci e dei quali hai sentito dire: “Chi mai può resistere ai figli di Anak?”. Sappi dunque oggi che il Signore, tuo Dio, passerà davanti a te come fuoco divoratore, li distruggerà e li abbatterà davanti a te. Tu li scaccerai e li distruggerai rapidamente, come il Signore ti ha detto. Quando il Signore, tuo Dio, li avrà scacciati davanti a te, non pensare: “A causa della mia giustizia, il Signore mi ha fatto entrare in possesso di questa terra”. È invece per la malvagità di queste nazioni che il Signore le scaccia davanti a te. No, tu non entri in possesso della loro terra a causa della tua giustizia, né a causa della rettitudine del tuo cuore; ma il Signore, tuo Dio, scaccia quelle nazioni davanti a te per la loro malvagità e per mantenere la parola che il Signore ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che non a causa della tua giustizia il Signore, tuo Dio, ti dà il possesso di questa buona terra; anzi, tu sei un popolo di dura cervice».

Ben differente è la prima lettura. Israele, che ha ricevuto l’elezione di Dio, come abbiamo sentito dalla Scrittura commentata nelle scorse settimane, si fa forte di questa sua elezione, la ritiene un merito.. così Israele interpreta le sue vittorie militari sugli altri popoli a lui vicini: sono il prodotto della sua forza, della sua intelligenza, sono un chiaro segno che Dio stesso vuole che gli altri popoli si pieghino a Israele, perché tutto il popolo “merita” questo! È Mosè che deve, ancora una volta, correggere il suo popolo: non è per i meriti di Israele che accadono tutte queste cose! Non è per la sua bravura, per la sua intelligenza o per la sua forza che accade tutto questo, ma solamente per la benevolenza di Dio! Israele, come ogni altro uomo, non si può e non si deve vantare di nulla! Solo Dio dona forza e coraggio per continuare la “sua” opera, ovvero quella storia della salvezza di cui Israele è il rivelatore. Ma, appunto, senza merito, solo per la gratuita e benevola azione di Dio. Solo quando Israele saprà vivere con questa umiltà, allora potrà essere capace di vedere la mano di Dio all’opera nella sua vita

Per noi

  • Che meriti penso di avere?
  • Cosa significa, per me, avere dei meriti?
  • Di quali opere mi vanto?

Credo che tutti pensiamo di saper fare cose belle, buone, forse anche grandi quindi tutti abbiamo dei meriti, in un certo senso. Ma è proprio così? È vero, molto dipende da noi e da come usiamo la nostra libertà e i nostri talenti, ma stiamo attenti a ritenerci sempre e comunque gli artefici di tutto! L’unica cosa di cui c’è bisogno è rimettere tutto nelle mani di Dio e cercare sempre di compiere la sua volontà, quella volontà di bene che è dentro ciascuno di noi e che deve essere sempre esplicitata e corrisposta. Chiediamo al Signore l’umiltà del centurione per non attribuirci mai una stima troppo grande di noi stessi. Chiediamo al Signore di andare oltre la categoria del “merito”, per incominciare a capire che, senza la grazia di Dio, non possiamo davvero fare nulla! Chiediamo al Signore la grazia di sentirci sempre sotto la sua protezione e tutela. Diciamo anche noi: “Signore io non sono degno che tu mi faccia questo!”, eppure lo riceviamo come dono della tua benevolenza. Impariamo a pregare così e vedremo crescere in noi le grandi opere di Dio.

2020-06-26T14:18:42+02:00