Domenica 31 ottobre

2 dopo la Dedicazione – la partecipazione delle genti alla salvezza

Per introdurci

  • Che cosa pensiamo della salvezza eterna e della partecipazione ad essa?
  • Cosa significa per noi “essere concittadini dei santi e familiari di Dio”?
  • Quali scuse sono nel profondo della mia coscienza per ritardare il pensiero della salvezza eterna?

Perché il problema è proprio questo: non credere alla salvezza eterna, non darsi da fare per essa, trovare, come gli uomini della parabola, di meglio da fare!

Isaia

Is 56, 3-7
Lettura del profeta Isaia

In quei giorni. Isaia disse: «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l’eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato. Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”».

Efesini

Ef 2, 11-22
Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano d’uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

Vangelo

Lc 14, 1a. 15-24
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Un sabato il Signore Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei. Uno dei commensali gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Isaia

Per l’Israele antico la questione su chi partecipa della salvezza eterna, non si poneva. Era già chiara la risposta. Si salvavano solo i pii ebrei. Gli altri nemmeno c’era da parlarne! Non erano figli di Dio, punto e basta. È il profeta Isaia che, con la sua fede e il suo acume, aiuta a ragionare, aiuta a pensare e, di fatto, provoca la cultura del suo tempo. Provocazione che si esprime con immagini.

L’immagine dello “straniero che ha aderito al Signore”, il quale non deve dire: “certo mi escluderà il Signore dal suo popolo”. Lo straniero non deve nemmeno pensare una cosa del genere perché la vera appartenenza al popolo di chi è fedele a Dio non è data dalla carne, dalla discendenza, dall’appartenenza fisica ad Israele, ma è data piuttosto dalla conversione dell’anima, dal desiderio di piacere al Signore. Concetti sui quali Gesù stesso predicherà molto e che, come abbiamo anche sentito, riprenderà l’apostolo Paolo.

L’immagine dell’eunuco, colui che non può generare e che non deve dire: “sono un legno secco”, perché il Signore concederà a chi ha fede “un nome più prezioso che figli e figlie”. Come sappiamo, nella cultura di Israele, è l’avere figli che corrisponde ad una benedizione, mentre il non averne è la prova certa della maledizione da parte di Dio. Isaia sovverte questo modo di pensare. Se uno è retto di cuore, se uno cerca Dio, il suo nome, proprio a causa di questa ricerca di fede, sarà considerato più importante e più degno di misericordia che non quello di chi ha avuto anche numerosi figli e figlie.

Forse queste immagini non sono poi tanto eloquenti per noi, ma al tempo di Isaia erano una provocazione inaccettabile. Come si fa a dire che uno straniero è degno della salvezza eterna? Come si fa a dire che uno che non genera, un uomo che non ha discendenza è benedetto da Dio? Costoro sono gli esclusi dalla salvezza per definizione! Il profeta dice: no, è il contrario. Forse sono più degni della benedizione di Dio che non i pii ebrei. Costoro sono più parte del suo popolo di chi appartiene solo di nome, ma non di fatto, alla genealogia dei credenti. Risposta chiara del profeta a chi pretendeva che fossero solo gli ebrei i salvati. Risposta che dice chiaramente che tutti possono salvarsi, tutti sono destinati ad accogliere la salvezza di Dio, purché mossi da buona fede e da retta intenzione.

Efesini

Pensate, poi, al cambiamento radicale di San Paolo. Paolo era nato in questa cultura. Aveva respirato l’odio per gli stranieri, aveva maledetto coloro che erano come gli eunuchi. Eppure San Paolo, alla luce della sua conversione e del suo inserimento nella Chiesa, comprende che tutto ciò che ha imparato non corrisponde al vero. San Paolo sa benissimo che il segno per eccellenza di appartenenza al popolo ebraico è la circoncisione. Lui stesso ne andava fiero. Eppure, alla luce della rivelazione di Cristo, comprende che anche quel segno non conta nulla. Ciò che conta è il desiderio di conoscere Dio, ciò che conta è l’incontro con la rivelazione di Gesù Cristo, ciò che conta è la conversione del cuore alla legge dello Spirito. Chi crede, poi, diventa come un familiare dei santi, come un concittadino di Dio. Ecco cosa conta! conta un’esperienza vera, intima di fede! Quando si è raggiunti, quando si è toccati da questa grazia, allora si termina di fare le cose per tradizione e si incomincia a farle per rispondere ad una grazia: la grazia dell’incontro con Cristo, la grazia della fede.

Ulteriore colpo. Paolo insegna che il ministero di Gesù e la grazia che proviene dalla sua risurrezione hanno tolto ogni divisione che poteva sembrare legittima tra gli uomini. Dio, in Cristo, viene a realizzare non solo un popolo nuovo, ma, soprattutto, un popolo solo. Un popolo unico che dia lode al suo nome e che sia segno, in mezzo agli uomini, dell’importanza della fede e dei richiami ad essa che Dio dona.

Posizione sconvolgente, che non avrebbe mai potuto essere accettata da un pio ebreo. Posizione che ci ha lasciato in eredità e che diventa, per noi, un’acquisizione “normale”, che non mettiamo più in discussione.

Vangelo

Così possiamo anche capire la parabola insegnata dal Signore.. parabola che nasce da una affermazione che, un giorno, fece un commensale del Signore: “beato chi prenderà cibo nel regno di Dio”. Anche Gesù parla per immagini. Molto spesso insegna proprio rifacendosi a quell’immaginario che lui stesso suscita. L’immagine è quella di un banchetto importante, dove molti vorrebbero andare e dove, invece, i veri invitati, non vanno. Sembra quasi che sia una fatica partecipare a quel banchetto, ecco perché tutti, dal primo all’ultimo, trovano scuse per dire della loro non partecipazione. È su questo che punta Gesù. Quelle scuse, di fatto, hanno fatto naufragare quel sentirsi chiamati alla familiarità con i santi, o quell’essere concittadini dei figli di Dio che Gesù esplicitamente richiamava. L’appartenenza a queste categorie non è data da quello che si fa, non è ricavata da quello che si può pensare di offrire. È semplicemente data da un’appartenenza, da una azione che Cristo fa per noi. Il desiderio di Dio è quello che “la sala si riempia”, ovvero, detto fuor di metafora, che tutti arrivino alla salvezza eterna. Sono, con il linguaggio del Signore, gli stessi temi su cui predicava Isaia, che aveva già intuito come sarebbe arrivata la salvezza eterna in Israele. Dunque è la partecipazione alla fede che salva, è il desiderio di Dio che salva, è il concreto darsi da fare per la salvezza che rende figli di Dio. L’appartenenza al popolo dei credenti, da sola, non salva. Così come non salvano i buoni propositi, o il ritenersi, in ogni età della vita, già al sicuro per qualche cosa che si ritiene meritorio compiuto nel passato. Ecco, dunque, chi partecipa alla salvezza eterna, chi accoglie come un dono e quindi, anche come una responsabilità, la chiamata alla fede. Non certamente chi pensa di arrivare a salvarsi con la propria forza o per la pura e semplice appartenenza al popolo dei figli di Dio.

Per noi

C’è, dunque, da riprendere sul serio la provocazione iniziale: noi cosa pensiamo della salvezza eterna? Perché, credo, in molti pensano che basti un sentimentalismo vagamente religioso unito a qualche opera buona per la salvezza dell’anima! Gesù è molto chiaro in proposito: Dio salverà tutti coloro che si arrenderanno al suo amore, non quelli che vogliono essere autosufficienti. Dio salverà tutti coloro che non avranno data per assodata, per scontato la salvezza eterna, ma avranno avuto a cuore l’idea della salvezza dell’anima. Dio, soprattutto, salverà tutti coloro che, mossi da buona e retta intenzione, non hanno fatto nulla per essere contro l’uomo o contro Dio. Non si salva chi non si interessa della propria anima. Non si salva chi pensa di salvarsi per automatismo, senza utilizzare della propria libertà per la salvezza eterna. Tutti, purché mossi da retta intenzione, possono salvarsi. Tutti coloro che ricercano il volto di Dio e si interrogano, continuamente, sulla propria fede.

D’altronde “disperare della salvezza eterna”, è anche uno di quei peccati che chiamiamo “contro lo spirito santo”. Pensare di non salvarsi o pensare che Dio non possa salvare un’anima, è come porre un limite alla sua onnipotenza e alla sua bontà. Ecco perché mai nessuno può dire che Dio non potrà salvare la propria anima, non mai caratterizzare un’esperienza, per quanto possa essere lontana dal proprio sentire o dal criterio comune, come un’esperienza di senza Dio!.

La salvezza eterna è per tutti, la salvezza eterna non conosce limiti, la salvezza eterna è universale. Ecco perché è proprio con questo pensiero che la sapienza della Chiesa ci fa concludere il mese di ottobre. Salvezza eterna alla quale parteciperemo anche noi se saremo figli di Dio, concittadini dei santi, familiari di Dio perché ascoltiamo ogni giorno l’invito ad aggrapparci a Cristo, la pietra angolare della storia, ma anche la pietra angolare della nostra vita.

2021-10-29T11:56:16+02:00