3 dopo Pentecoste
Per introdurci
- Ma, alla fine, che cosa è questo peccato originale?
Perché , vedete, io credo che le idee siano un po’ confuse proprio fin dalle origini. Forse ci portiamo un po’ dentro questa domanda, forse siamo un po’ curiosi anche di sapere, ma, al tempo stesso, forse siamo anche un po’ tutti distratti e vaghiamo lontano da tutte queste cose, lasciandole un po’ come in sospeso. Credo che questa terza domenica dopo Pentecoste, invece, ci aiuti a capire bene, a fare il punto della situazione, a cercare di comprendere le cose, perché cresca in noi il desiderio di un cammino di fede sempre più forte, sempre più autentico.
La Parola di Dio
LETTURA Gen 2, 4b-17
Lettura del libro della Genesi
Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».
SALMO Sal 103 (104)
Benedetto il Signore che dona la vita.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature. R
Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni. R
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra. R
EPISTOLA Rm 5, 12-17
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
VANGELO Gv 3, 16-21
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Genesi
Ovviamente, in primo piano non può che esserci il racconto della genesi. Racconto, ovvero narrazione che intende dirci le verità più profonde e di sempre, le verità che non cambiano mai, le verità che rimangono per l’eternità. Così il testo biblico intende dirci che gli uomini vennero creati da Dio in uno stato di santità e di giustizia, perché immagine di Dio. Il dono più grande di questo stato di santità e giustizia è la libertà. Libertà che, per essere vera, deve potersi esprimere in ogni direzione quindi e paradossalmente, anche contro il creatore. Il peccato originale dice che, fin dalle origini, fin da quando l’uomo è uomo, egli si è determinato in modo da andare contro il suo creatore. Il peccato originale altro non è che questo: quella determinazione della libertà che, andando contro Dio, porta l’uomo lontano dal suo creatore e Padre, facendo così perdere quello stato di santità e giustizia originari nei quali, invece, l’uomo era stato creato. Questo peccato, questa determinazione della libertà coinvolge tutti gli uomini, perché tutti gli uomini, da sempre, si determinano contro Dio. Poiché in Adamo è adombrata tutta l’umanità, ne viene che il peccato originale riguarda necessariamente tutti. Come dirà poi il Concilio di Trento, questo peccato non si trasmette “per imitazione”, ma “per propagazione”. La conseguenza della perdita di questo stato di grazia e di santità originari, comporta il fatto che la natura umana sia indebolita nelle sue forze, sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte e, soprattutto, a quello del peccato, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 417. È la cosiddetta “concupiscenza”. Il fiorire dei peccati personali, indica esattamente la presenza della concupiscenza dentro ciascuno di noi.
Vangelo
Cosa libera dal potere del peccato? Sarebbe meglio dire “chi” ci libera da esso, come troviamo scritto nella pagina del Vangelo di oggi. Ci libera da ogni male Gesù Cristo, nella sua passione, morte e risurrezione. È la Pasqua di Cristo che perdona ogni peccato e che ci immette nella condizione di figli rivelata da Dio attraverso l’opera di Cristo. San Giovanni ci riproponeva un brano del colloquio tra Gesù e Nicodemo, pagina che insegna che i doni di grazia che Cristo merita con la sua morte e risurrezione, sono per tutti. Essi non possono entrare nell’anima di coloro che si ribellano a questa verità, nell’anima di chi, comunque, si mantiene distante dalla grazia di Dio, rimanendo così volontariamente lontano da quella sorgente di amore, di pace, di grazia che rende vero il possibile ritorno a Dio di chiunque invece accetti questa grazia. Con il ben noto paragone della luce e delle tenebre, San Giovanni ci ricorda che chi non si apre alla grazia di Dio rimane come immerso nelle tenebre e lontano da quella gioia e da quella pace che, invece, Dio vorrebbe dare a chiunque.
Romani
Ancora in questa domenica, come già nelle precedenti, la vera luce per noi credenti è quella dell’Epistola, la lettera ai Romani. Questo testo, anzitutto, mette insieme e fonde i due pilastri delle precedenti letture: San Paolo insegna che c’è una inclinazione naturale dell’uomo al male, l’uomo, sfruttando male la sua libertà, deliberatamente va contro il creatore, evitando di riconoscere che il bene e il male non sono concetti su cui ci si autodetermina, ma vengono dalla rivelazione di Dio, così come ricorda che è la Pasqua di Cristo a toglierci da questa sottomissione al male che va di pari passo con la nostra libertà. Riprecisato tutto questo, San Paolo ci ricorda che, però, il dono della speranza dato da Cristo nella sua opera di redenzione, non ha la stessa portata, non ha lo stesso peso del peccato originale. La salvezza operata da Cristo è infinitamente superiore a tutto questo, non è calcolabile. Anche se tutti gli uomini dovessero commettere la fattispecie più ignominiosa di peccati, la redenzione di Cristo li avrebbe già tutti compresi e vinti, tanta è la sua potenza, tanta è la sua forza, tanta è la sua gloria. “Il dono di grazia viene da molte cadute ed è per la giustificazione”, diceva la scrittura. Dove giustificazione non ha il valore che noi, comunemente, diamo a questa parola. Dio non ci “giustifica” dai peccati nel senso che si commuove per la nostra finitezza e limitatezza. Piuttosto Dio dà alla nostra vita la possibilità di tornare ad essere una vita giusta, una vita che cerca di essere senza più macchie nuove, appunto infondendo in noi la forza dello Spirito Santo che ci aiuta a vivere come Cristo. Il dono di grazia che si ottiene con il battesimo, se poi viene sostenuto da una vita dove la preghiera è abbondante, dove il silenzio e la meditazione non sono estranei, dove c’è una vita di fede che cerca di essere autentica, immette in un fiume di grazia che è più forte di qualsiasi peccato e dona, alle anime che desiderano fare questo percorso, quella forza che serve per continuare a desumere dalla fede quale sia il criterio per distinguere il bene dal male.
Per il nostro cammino
Così le scritture ci hanno detto, con forza, che è dentro una vita di fede, è dentro una vita di preghiera, è in una vita dove il silenzio, la meditazione, l’atteggiamento di orazione al Padre sono reali, che nasce quella capacità di perseverare e di continuare il cammino in quello stato di grazia che ci avvicina sempre più a quella santità e giustizia che riceveremo, di nuovo, nella vita eterna.
Con grande forza i tre testi biblici ci hanno detto una serie di verità che noi facciamo molto fatica a comprendere.
- Non siamo noi a determinare il bene e il male. Noi possiamo riconoscere ciò che è bene e ciò che è male, ma non dobbiamo crearci da noi i criteri per dire cosa è l’uno e cosa è l’altro. È questa sostituzione a Dio nel voler decidere cosa è bene e cosa è male che genera confusione e disorientamento. Opera, anch’essi, del demonio, che, disorientando gli uomini, li distoglie da quel compimento del bene che, invece, è l’orizzonte di vita nel quale si colloca chi cerca di seguire il Signore. Fino a quando l’uomo vorrà determinare da solo cosa è il bene e cosa è il male, egli andrà incontro sempre più ad un fraintendimento delle cose che lo porterà sempre più lontano da Dio, il che porta subito tutti noi ad applicare a noi stessi questa verità di fede: noi viviamo così? Almeno noi che siamo qui in chiesa, sappiamo rinnovare i nostri criteri di discernimento alla luce del Vangelo? lo sappiamo bene: tante volte non è così nemmeno per noi! tante volte anche noi cerchiamo altri criteri per distinguere il bene dal male, portando così la coscienza sempre più lontano da Dio.
- Solo in una vita di preghiera intensa ed autentica si impara a distinguere il bene dal male, a rigettare l’uno e ad abbracciare l’altro. Avere la forza di fare le scelte giuste, avere la luce per determinare ciò che è giusto e distinguerlo da ciò che non lo è, è sempre stato difficile. Nel clima di confusione generale nel quale ci troviamo, la Parola di Dio osa ricordarci che questo criterio si può attingere solo dalla fede. Vivere fuori da questo schema, da questa rivelazione biblica, significa determinarsi per il male. Alla fine di questo anno dedicato alla preghiera, credo che tutti possiamo vedere che, dove c’è stata una vita di preghiera intensa e viva, ci sono anche stati risultati che hanno permesso di distinguere con più facilità il bene dal male.
- Per arginare il male che comunque è in noi, altra via non c’è se non quella di un cammino di santità che miri a farci riprendere quello stato di grazia che è promesso anche a noi.
- Il tutto in uno stato di permanente fiducia. Quella fiducia che ci ha ben espresso l’apostolo, ricordandoci che il fiume di grazia che viene da Cristo è infinitamente più importante di qualsiasi realtà di peccato che cerchi di falsificarlo.
All’inizio del tempo estivo credo che questa lezione sia davvero unica ed efficace. Sia Cristo e ricordarci che, se il peccato originale vuole deve essere tacitato, altra via non c’è se non quella dell’umile cammino con Dio alla luce della sua Parola. È questo il faro da accendere se vogliamo che noi come persone ma anche la società di cui siamo parte, recuperino quella dignità originaria nella quale siamo stati creati e che il peccato ha occultato e distorto.