Natale – notte
Per introdurci
Carissima Santa famiglia,
ormai è una tradizione il fatto che io mi rivolga a te, Maria, a te, Giuseppe, a te, Bambino Gesù, nella notte di Natale, nella notte Santa, quasi come una riflessione, in dialogo a voce alta, nella speranza che, insieme ai miei parrocchiani, si possa trovare una luce per questa notte e una luce per il nostro tempo, per i nostri giorni.
Come sapete, Maria, Giuseppe e Gesù, siamo nel quindicesimo anno di storia della nostra comunità pastorale: una data significativa, che ho cercato di solennizzare in vari modi e di far diventare occasione di riflessione, almeno per chi ha voluto, almeno per quel “piccolo gregge” che ha voglia di riflettere sulla Chiesa, sulla sua vitalità, sul suo essere segno per il nostro tempo e per il nostro mondo. Anche in questa notte credo che sia giusto parlarne con voi, perché una comunità pastorale ha senso di essere se loda Dio, se celebra Gesù Cristo, se venera Maria, se loda San Giuseppe e, con voi, tutti i santi.
Ma c’è anche un secondo tema che, quest’anno, mi sta particolarmente a cuore. Già lo avevo detto più volte, a più riprese, in diverse occasioni che il tema dell’amore, il tema di come lo si vive, il tema di come lo si dimostra è da mettere al centro della riflessione. Da quando poi anche l’Arcivescovo ha scritto e ci ha invitato ad una riflessione ulteriore, vedo che, da più parti, si chiedono lumi, si sollecitano interventi, si chiedono riflessioni.
Così, se non vi dispiace, vorrei che questa notte santissima fosse illuminata proprio dalla riflessione su questi due temi.
La cura degli affetti e la crescita dell’amore
Caro Giuseppe, cara Maria, ma come avete fatto? Come avete fatto a vivere un amore così? Un amore che, poco dopo essere nato, non rimane più faccenda tra voi, non rimane più discorso intimo tra voi, perché Dio irrompe nella scena nella vostra coppia. Come avete fatto a continuare ad illuminare i vostri passi? Perché certo, come leggiamo, l’aspettare un bambino da parte tua, Maria, ancor prima di andare a vivere insieme, fu un problema. Come avete fatto, poi, a continuare quella vostra relazione? D’accordo la diponibilità, d’accordo la fede, d’accordo il desiderio di farsi in quattro per accogliere un bambino, ma come avete fatto a continuare la vostra relazione in castità? Come avete fatto a manifestarvi un amore maturo, cosciente, stabile, perpetuo, fecondo?
Caro Giuseppe, Cara Maria, non mi ritrovo.
Non mi ritrovo se penso ai giovani. Come sapete bene, fin d’all’estate, ho parlato con tanti di loro. Lo sapete anche voi. È molto difficile, oggi, parlare di questo argomenti, senza destare polemiche, discussioni, che, presto, degenerano in insulti, in una non sopportazione del parere dell’altro che è già un insulto a quella prima forma di amore che dovrebbe essere la carità dell’ascolto, la pazienza della comprensione, il dovere dell’accoglienza dell’idea dell’altro quasi come se fosse una cosa sacra. Su cui dissentire, magari, ma sempre dentro una cordialità di toni che dovrebbe nascere dalla carità. Carità, prima forma di amore, primo modo di manifestare la comprensione, primo modo di mettere a proprio agio l’altro, anche colui di cui non si condivide il pensiero.
Mi sento spiazzato, caro Giuseppe, di fronte ad adolescenti e, talvolta, anche a preadolescenti che hanno già completamente svilito e smarrito il valore della corporeità ancor prima di aver compreso in che cosa consista questo dono; mi sento spiazzato di fronte ai racconti di storie che non sanno certo di amore, ma, caso mai, di gioco o forse di possesso.
Mi sento spiazzato di fronte ad idee così confuse su questo tema dove vale solo il principio che non si può dire nulla, perché pare che questo sia ciò che esige il rispetto di tutti: il silenzio!
Mi sento anche offeso, caro Giuseppe e cara Maria, perché ogni volta che parla un cattolico sembra che parli un retrogrado, uno che non sta al passo coi tempi, uno che non comprende la realtà, uno che vuole svilire il progresso, uno che non crede nella scienza. E potrei andare avanti.
Di più, caro Giuseppe e cara Maria, quando poi di queste questioni parla un prete, allora si raggiunge il massimo: cosa vuoi capire tu? Cosa pretendi di sapere sugli affetti, sulla sessualità, sul matrimonio, sui figli? Per non dire poi, dei commenti beceri, pieni di livore e di acredine per qualcuno che ha certo sbagliato, ha rovinato la vita di qualche ragazzo o ragazza – cosa gravissima -, ha offeso tutti gli uomini, ha offeso la chiesa stessa, nei quali ci si rifugia quando non si ha altro da dire. Certo è facile scadere in luoghi comuni, in parole che ripetono, distorcono, amplificano, portano lontano dal vero…
Non mi ritrovo se penso ai troppi fatti di cronaca a cui abbiamo dovuto assistere, che hanno magari infiammato l’animo di tutti, che hanno tenuto in piedi per giorni, per mesi, discussioni che non si capisce mai dove vogliano portare e che sono, certamente, poco edificanti.
Caro Giuseppe, Cara Maria, ma voi, come avete fatto? Qual è la luce di speranza che ci date? Qual è il calore del cuore che volete comunicarci in questa notte santa?
La luce gentile di Giuseppe
Certo, Giuseppe, se ci penso bene capisco la risposta. Capisco che tu ci parli di sogni. Dei tuoi sogni: i sogni di un uomo che ha dato senso alla sua vita, che ha cercato un lavoro, che si è diretto a vivere in un’altra città, lontano dal suo luogo natale, lontano dalla sua famiglia. Storia modernissima la tua! Per noi, per i nostri ragazzi, sognatori e giustamente, viaggiatori, cittadini di questo mondo bellissimo e da amare. Come certo, sebbene in forma diversa, lo fu il tuo! Poi i sogni voluti da Dio, quelli che ti hanno fatto percepire un’altra strada, quelli che ti hanno portato verso un’altra consapevolezza di te, della tua storia, del tuo modo di amare, del tuo modo di vivere e di intendere la famiglia, gli affetti, la generatività… Tu, Giuseppe, ci dici anzitutto che i sogni degli uomini diventano reali solo quando incontrano e si sposano con i sogni di Dio. È quel mistero che noi chiamiamo vocazione e che, purtroppo, non nominiamo mai. Parlando di progetti, ci rinchiudiamo in quello che sappiamo progettare da soli. Progetti a volte grandi, bellissimi, che mettono ben in luce i talenti di ciascuno, eppure sempre piccoli di fronte al progetto di Dio. Ecco la tua luce, Giuseppe!
Donaci, Giuseppe, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che è tuo figlio, per capire che la vita di ciascuno è sogno dell’uomo che deve incontrare il sogno di Dio, vocazione che, sempre, deve essere scoperta, amata, curata, costruita, realizzata.
La luce gentile di Maria
Certo, Maria, mi pare di percepire la tua risposta. Tu ci dici che, un amore, per essere tale, per essere vero, deve prima essere detto a Dio e, poi, all’uomo. È così che tu e Giuseppe avete scoperto di volervi amare senza volervi possedere. Giuseppe, per questo, avrebbe voluto uscire di scena e non tanto lasciarti, ma lasciare che Dio compisse in te la Sua opera, tanto non si sentiva degno di prendere parte alla Rivelazione. Maria, tu ci ricordi che l’amore senza possesso è la verginità. Non solo del corpo, ma, come più conta, del cuore. Ama senza possedere chi non destabilizza le emozioni dell’altro. Ama senza possedere chi sa amare in tenerezza. Ama senza possedere chi non spegne mai i sogni, la libertà, la vita dell’altro. Ed è di questo, Maria, che tutti noi abbiamo bisogno e specialmente i giovani. Tu ce lo insegni, ma noi, distratti, guardiamo ad altre storie, a storie umane che, poi, vogliamo imitare. Tu ce lo insegni, Maria, che amare in castità non vuol dire rinunciare a tutto, non vuol dire, per tutti, rinunciare all’esercizio della sessualità, ma vuol dire, per tutti, essere consapevoli che la vocazione all’amore è quella di fare felice l’altro. Questo vale per chi si ama, per un uomo e una donna che vogliono formare una famiglia, ma vale anche per chi si consacra, consapevole che la sua vita deve essere dono. Dono fatto a Dio, dono fatto alla Chiesa, dono fatto all’uomo perché altri siano felici. Solo così l’amore non si impossessa mai degli altri, né emotivamente, né spiritualmente, né fisicamente.
Donaci, Maria, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che è tuo Figlio, per capire che tutti siamo chiamati ad un amore così: libero, vero, capace di rendere felice gli altri, ovvero, in una parola, casto.
La luce gentile della Sacra Famiglia
Poi, Maria e Giuseppe, ci sarebbe il pensiero per molti fidanzati che non si sposano e diventano conviventi, vivendo “more uxorio”, come si diceva una volta, senza generare vita, senza diventare famiglia. Siamo tutti pronti a parlare del calo della natalità, ma, poi, non facciamo nulla!
Credo che voi, Maria e Giuseppe, ci diciate che prima si diventa sposi, “consorti”, poi genitori. “Consorti”, termine desueto, termine che nessuno più usa, eppure è lì da vedere, nel presepio. Voi avete scelto di condividere la stessa sorte: la sorte di chi si sposa, la sorte di chi decide di mettere su casa, la sorte di chi accetta di diventare genitore, la sorte di chi condivide una responsabilità educativa. E, poi, dovremmo andare oltre: la sorte di chi vive la separazione dall’altro, la sorte di chi rimane solo, e più ancora, la sorte di chi vede morire il proprio figlio, ricordando quel sogno e quella promessa, che, un giorno lontano, a Nazareth, aveva avuto altro sapore e che poi, a Betlemme, aveva trovato altra gioia in una comunione solo spirituale.
Donateci, Maria e Giuseppe, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che è vostro Figlio, per capire che la vita di chi vive la vocazione all’amore, è la vita di chi vuole condividere la “sorte” dell’altro, ovvero di chi vuole dare lo stesso esito alla vita di un uomo e una donna, pur nella diversità e nella peculiarità delle esistenze. Donateci, Maria e Giuseppe, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che è vostro Figlio, per capire che solo nello stupore di chi sa contemplare nasce e fiorisce quell’amore che, poi, diventa vita nuova.
In una comunità cristiana
Discorso difficile, quello sull’amore, anche nella notte Santa, anche nella notte in cui l’Amore, l’Amore che è Dio, si fa carne. Eppure noi siamo qui, come comunità, proprio ad ascoltare questo messaggio sempre nuovo dell’amore che si fa carne. Comunità che, insieme, da 15 anni, cerca di vivere e di far vivere la fede. Comunità che, da 15 anni, cerca di trovare un suo centro e una sua unità. Comunità che, da 15 anni, cerca di continuare quell’annuncio del Vangelo che rende piena, rende vera, rende bella la vita dell’uomo.
Credo, e qui mi rivolgo a te, Bambino Gesù, che anche una comunità cristiana vada amata con amore casto. Perché è facile impossessarsi di una comunità. È facile impossessarsi di un ruolo, o di uno spazio, o di un servizio. È facile impossessarsi anche di una storia che non si vuole, poi, mutare. È facile impossessarsi delle persone e, quindi, tirarle da una parte o dall’altra, in base al vento che tira.
Caro Gesù Bambino, tu sai bene che formare una comunità, è difficilissimo. Hai avuto anche tu i tuoi problemi durante il tuo ministero. E, in fondo, la tua comunità erano solo 12 o poco più!
Donaci, Bambino Gesù, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che sei Tu, per capire che quando uno non ama la sua comunità con amore casto, cioè senza volersene impossessare, non la edifica.
Donaci, Bambino Gesù, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che sei Tu, per capire che in una comunità occorre costruire sentieri di libertà, o, come dice papa Francesco, avere il coraggio di generare processi e non di occupare spazi.
Donaci, Bambino Gesù, di poter accedere a quella luce gentile che brilla nel presepio e che sei Tu, per capire che di strada ne abbiamo ancora molta da fare e che ogni manifestazione di unità che viviamo, come quella di questa notte, è un passo in più che facciamo o una luce in più che si accende.
Preghiera finale
Grazie, Santa Famiglia, perché ci hai dato, ancora una volta di celebrare il Natale! Donateci davvero, ora, di tornare nelle nostre case ricchi di quel messaggio che abbiamo tutti ascoltato di nuovo. Donateci di essere, come si diceva nel Vangelo riferendosi al bambino Gesù, tra “quelli che l’hanno accolto” per continuare ad imparare ad attingere dalla luce gentile del presepio, la forza per imparare ad amare con cuore casto ogni realtà della vita, ogni espressione della comunità cristiana, ogni uomo e ogni donna!