Domenica 21 luglio

9° Domenica dopo Pentecoste

Introduzione

Il complesso di fare sempre una bella figura. È il complesso che ci perseguita un po’ sempre, è il complesso che nasce in noi quando desideriamo essere sempre all’altezza della situazione, quando vogliamo sempre essere sul pezzo, quando pensiamo che non siano mai ammesse deficienze di nessun genere.

  • Come si manifesta in noi questo complesso? E cosa c’entra con la vita di fede?

La Parola di Dio 

LETTURA 2Sam 6, 12b-22
Lettura del secondo libro di Samuele

In quei giorni. Davide andò e fece salire l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla Città di Davide, con gioia. Quando quelli che portavano l’arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un giovenco e un ariete grasso. Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod di lino. Così Davide e tutta la casa d’Israele facevano salire l’arca del Signore con grida e al suono del corno. Quando l’arca del Signore entrò nella Città di Davide, Mical, figlia di Saul, guardando dalla finestra vide il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore e lo disprezzò in cuor suo. Introdussero dunque l’arca del Signore e la collocarono al suo posto, al centro della tenda che Davide aveva piantato per essa; Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo nel nome del Signore degli eserciti e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d’Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua. Davide tornò per benedire la sua famiglia; gli uscì incontro Mical, figlia di Saul, e gli disse: «Bell’onore si è fatto oggi il re d’Israele scoprendosi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe davvero un uomo da nulla!». Davide rispose a Mical: «L’ho fatto dinanzi al Signore, che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi  capo sul popolo del Signore, su Israele; ho danzato davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!».

SALMO Sal 131 (132)

Il Signore ha scelto Sion per sua dimora.

Ricòrdati, Signore, di Davide,
quando giurò al Signore:
«Non entrerò nella tenda in cui abito,
non mi stenderò sul letto del mio riposo,
finché non avrò trovato un luogo per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe». R

Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli. R

Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.
Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
«Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto». R

EPISTOLA 1Cor 1, 25-31
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, «chi si vanta, si vanti nel Signore».

VANGELO Mc 8, 34-38
✠ Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, il Signore Gesù disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».

2 Samuele

A dare il tono di questa domanda e di questa domenica è la prima lettura. Davide ormai è un re consolidato, serio. La sua corte si sta già facendo una certa fama all’interno del panorama del vicino oriente antico. Davide non è più un ragazzo, ha un comportamento da mostrare, anche se le sue origini sono umili, ora deve rispettare anche l’etichetta di corte. Eccolo invece ritratto in un atteggiamento assolutamente distante da quello che sarebbe auspicabile. Davide sta facendo trasportare l’arca dell’alleanza a Gerusalemme. È un segno dello stato che si è consolidato, del fatto che non ci sono più pericoli. È un segno politico molto forte ma, al tempo stesso, è un evento di fede. Davide, proprio per questa occasione, non esita a pregare. Pregare con i salmi, che sono, però, anche un canto, una danza. La foga è eccessiva, certamente. Davide è “cinto di un efod di lino”, come dire solo con un camice bianco e pochi ornamenti. Non esita, però, a mettere tutte le sue forze in quella danza che è anche una preghiera, un ringraziamento a Dio per i doni già ricevuti e, ora, per quel segno: l’arca che arriva a Gerusalemme che sarà non solo la capitale politica del suo regno ma, soprattutto, la capitale religiosa del nuovo stato.  La moglie lo richiama con forza. Come è possibile che egli danzi in quel modo? Come è possibile che il re se ne vada in giro vestito solo di un camice di lino e senza ornamenti solenni? Come è possibile che la sua fede venga esibita così, in questo modo, che è del tutto sconveniente di fronte al popolo? È, appunto, il complesso della bella figura, il complesso di chi vorrebbe il re ritratto in altri atteggiamenti, più compassati, più ieratici, meno appariscenti, più freddi. Pur in un’epoca molto diversa dalla nostra, questa donna richiama suo marito anche ad una dimostrazione della fede che segua un certo criterio, che stia su un certo canale, che non sia fatta di esagerazioni ma che sia sempre in linea con quanto ci si aspetta da un sovrano. Il problema, poi, non è solo di comportamento, ma è proprio sulla sostanza della fede. Davide, pur con tutti i suoi difetti, pur con tutti i suoi eccessi, non esita mai a definirsi e a mostrarsi come un uomo di fede. Sarà sempre così in tutta la sua vita, anche nei momenti più difficili ed oscuri. Davide non verrà mai meno a questa fedeltà a Dio, non si vergognerà mai della sua fede, di pregare, di scrivere e cantare salmi, cioè preghiere. Preghiere composte da lui stesso nelle diverse necessità della vita: le grandi gioie ma anche i grandi dolori; i momenti eccelsi ma anche i momenti bui. Le grandi imprese come anche i grandi peccati. La vita, nel suo quotidiano, nella verità di quello che accade, diventa, per Davide, occasione per inneggiare a Dio, occasione per dire la sua fede. In fondo, il rimprovero della moglie è proprio per questo, per una vita che sa troppo di fede. Va bene avere fede, ma anche questa in una certa misura. Non è assolutamente possibile esagerare! Nemmeno nell’amor per Dio!

Vangelo

Gesù lo sa bene. Sa benissimo che per molti è così. Sa benissimo che, per molti, la fede è diventata qualcosa da esibire, qualcosa da mostrare, qualcosa da vivere con contegno, misura, dominio di sé. Sa benissimo che per molti la fede è solo manifestazione esteriore, rito a cui partecipare quando conviene farsi vedere, mentre è realtà trascurabile quando non conviene farsi ritrarre in atteggiamento religioso. Molte volte Gesù predica su questo tema, mettendo al riparo dalla concezione di una fede esibita quando serve, ma trascurata in altri momenti. Così il Signore ricorda che chi vuole avere fede non ha il complesso della bella figura. L’uomo di fede prende la sua croce e, in questo, dimostra tutta la sua “stoltezza”.  Mentre tutti ricercano vie facili, successo garantito, visibilità massima, chi segue il Signore cerca il contrario. Prende su di sé le sue fatiche, si mette a disposizione degli altri nel nome di Dio, non cerca di apparire ma, al contrario, si mette all’ultimo posto.

Epistola

È questa la “stoltezza della fede” sulla quale predica san Paolo. Paolo porta la fede nel mondo greco. Mondo di filosofi, mondo che ama pensare e che ricerca, anzi, la purezza del pensiero, la perfezione della vita. È l’esatto opposto di quello che Paolo annuncia. Ecco perché i cristiani, nella prima epoca apostolica, venivano davvero scambiati come persone poco intelligenti. La fede cristiana, come anche Paolo ricordava, non conquistò subito le alte sfere della società. Furono le persone meno abbienti, furono le persone più umili che si misero alla scuola e alla sequela di Cristo. Paolo raccomanda così una fede che non è convenienza, non è bella figura, non è abito buono della festa. Al contrario è mettersi nei panni di Cristo, vivere una preghiera fedele e costante nel tempo, avere la speranza della vita eterna, mentre tutti affermano, al massimo, una immortalità dello spirito. Di fronte ad una fede che è culto degli dei, ovvero modo di rappresentare le grandi questioni della vita ma con nessuna possibilità di avere da loro aiuto e conforto, Paolo predica la stoltezza del Dio che si incarna, che muore avendo sofferto, per essere aiuto per l’uomo di sempre, per l’uomo qualunque, per l’uomo che si vuole riconoscere figlio di Dio e affidare a lui.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Ecco allora il perché anche tutti noi siamo chiamati a chiederci:

  • Cos’è per noi la fede?
  • Viviamo noi qualcosa della stoltezza della fede?

Perché certamente anche per alcuni di noi la fede potrebbe essere solo l’abito buono da mettere di domenica, quando si viene a Messa. Oppure solo l’abito della preghiera, da indossare solo in qualche circostanza. Quando conviene, quando serve farsi vedere cattolici. Perché per molti è davvero così: andiamo in chiesa al battesimo di un bimbo, alla comunione di un nipote, al matrimonio che viene dopo anni di convivenza, certo ai funerali, almeno per un’ultima volta. Qualcuno, già di quelli generosi, almeno a Natale e a Pasqua, a meno che non ci siano viaggi e vacanze interessanti. Per il resto non si pensa a Dio! la fede viene ritenuta qualcosa di passato. La preghiera qualcosa che non serva. Il partecipare ad una funzione qualcosa di superato. Andare all’oratorio, partecipare ad una vita di carità seria, vivere un pellegrinaggio sono ritenute cose bigotte, che la gente faceva quando era poco consapevole di quello che è la vita. Appunto, la fede è qualcosa per i poveretti, per chi non prende in mano la sua vita, per chi non ha molto da fare… Questo è il contesto in cui ci muoviamo.

Ecco perché proprio a noi viene ricordato che la fede è fatta di preghiera costante, è fatta di fedeltà a Dio anche quando le cose non vanno bene, è fatta di ricerca del volto del Signore, della sua parola, anche quando tutto sembrerebbe suggerire il contrario. La fede è fatta di impegno, è fatta di piccole o grandi croci da portare, avendo la speranza della vita eterna. Quella speranza che moltissimi hanno perduto, quella speranza che non è più la molla che spinge a cercare il Signore, quella speranza che, invece, è il cuore della fede e che anche noi tenteremo di mettere a tema nel prossimo anno giubilare.

Auguriamoci di uscire da quel complesso che tutti abbiamo e che ci fa dire che anche la fede deve essere come un abito buono da indossare quando conviene. Auguriamoci anche noi di uscire da quella visione della fede che sembra buona e che, invece, mette Dio in un angolo. Auguriamoci di essere invece tra quegli stolti che sanno prendere la propria croce ogni giorno su di sé quanto è quello che più serve e che più conta per dare testimonianza a Cristo nel giorno d’oggi.

2024-07-20T12:15:43+02:00