Domenica 28 luglio

10° Domenica dopo Pentecoste

Introduzione

Il complesso di fare sempre una bella figura. È il complesso che ci perseguita un po’ sempre, è il complesso che nasce in noi quando desideriamo essere sempre all’altezza della situazione, quando vogliamo sempre essere sul pezzo, quando pensiamo che non siano mai ammesse deficienze di nessun genere.

  • Come si manifesta in noi questo complesso? E cosa c’entra con la vita di fede?

La Parola di Dio 

LETTURA 1Re 7, 51 – 8, 14
Lettura del primo libro dei Re

In quei giorni. Fu terminato tutto il lavoro che il re Salomone aveva fatto per il tempio del Signore. Salomone fece portare le offerte consacrate da Davide, suo padre, cioè l’argento, l’oro e gli utensili; le depositò nei tesori del tempio del Signore. Salomone allora convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d’Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l’arca dell’alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa. Quando furono giunti tutti gli anziani d’Israele, i sacerdoti sollevarono l’arca e fecero salire l’arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i leviti. Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all’arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. I sacerdoti introdussero l’arca dell’alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell’arca; i cherubini, cioè, proteggevano l’arca e le sue stanghe dall’alto. Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi. Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto. Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse: «Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno». Il re si voltò e benedisse tutta l’assemblea d’Israele, mentre tutta l’assemblea d’Israele stava in piedi.

SALMO Sal 28 (29)

Mostrati a noi, Signore, nella tua santa dimora.

Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo. R

La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.
La voce del Signore saetta fiamme di fuoco.
Nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!». R

Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.
Il Signore darà potenza al suo popolo,
il Signore benedirà il suo popolo con la pace. R

EPISTOLA 2Cor 6, 14 – 7, 1
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: «Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro. E io vi accoglierò e sarò per voi un padre e voi sarete per me figli e figlie, dice il Signore onnipotente». In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione, nel timore di Dio.

VANGELO Mt 21, 12-16
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Voi invece ne fate un covo di ladri». Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide!», si sdegnarono, e gli dissero: «Non senti quello che dicono costoro?». Gesù rispose loro: «Sì! Non avete mai letto: “Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode”?».

2 Samuele

A dare il tono di questa domanda e di questa domenica è la prima lettura. Davide ormai è un re consolidato, serio. La sua corte si sta già facendo una certa fama all’interno del panorama del vicino oriente antico. Davide non è più un ragazzo, ha un comportamento da mostrare, anche se le sue origini sono umili, ora deve rispettare anche l’etichetta di corte. Eccolo invece ritratto in un atteggiamento assolutamente distante da quello che sarebbe auspicabile. Davide sta facendo trasportare l’arca dell’alleanza a Gerusalemme. È un segno dello stato che si è consolidato, del fatto che non ci sono più pericoli. È un segno politico molto forte ma, al tempo stesso, è un evento di fede. Davide, proprio per questa occasione, non esita a pregare. Pregare con i salmi, che sono, però, anche un canto, una danza. La foga è eccessiva, certamente. Davide è “cinto di un efod di lino”, come dire solo con un camice bianco e pochi ornamenti. Non esita, però, a mettere tutte le sue forze in quella danza che è anche una preghiera, un ringraziamento a Dio per i doni già ricevuti e, ora, per quel segno: l’arca che arriva a Gerusalemme che sarà non solo la capitale politica del suo regno ma, soprattutto, la capitale religiosa del nuovo stato.  La moglie lo richiama con forza. Come è possibile che egli danzi in quel modo? Come è possibile che il re se ne vada in giro vestito solo di un camice di lino e senza ornamenti solenni? Come è possibile che la sua fede venga esibita così, in questo modo, che è del tutto sconveniente di fronte al popolo? È, appunto, il complesso della bella figura, il complesso di chi vorrebbe il re ritratto in altri atteggiamenti, più compassati, più ieratici, meno appariscenti, più freddi. Pur in un’epoca molto diversa dalla nostra, questa donna richiama suo marito anche ad una dimostrazione della fede che segua un certo criterio, che stia su un certo canale, che non sia fatta di esagerazioni ma che sia sempre in linea con quanto ci si aspetta da un sovrano. Il problema, poi, non è solo di comportamento, ma è proprio sulla sostanza della fede. Davide, pur con tutti i suoi difetti, pur con tutti i suoi eccessi, non esita mai a definirsi e a mostrarsi come un uomo di fede. Sarà sempre così in tutta la sua vita, anche nei momenti più difficili ed oscuri. Davide non verrà mai meno a questa fedeltà a Dio, non si vergognerà mai della sua fede, di pregare, di scrivere e cantare salmi, cioè preghiere. Preghiere composte da lui stesso nelle diverse necessità della vita: le grandi gioie ma anche i grandi dolori; i momenti eccelsi ma anche i momenti bui. Le grandi imprese come anche i grandi peccati. La vita, nel suo quotidiano, nella verità di quello che accade, diventa, per Davide, occasione per inneggiare a Dio, occasione per dire la sua fede. In fondo, il rimprovero della moglie è proprio per questo, per una vita che sa troppo di fede. Va bene avere fede, ma anche questa in una certa misura. Non è assolutamente possibile esagerare! Nemmeno nell’amor per Dio!

Vangelo

Gesù lo sa bene. Sa benissimo che per molti è così. Sa benissimo che, per molti, la fede è diventata qualcosa da esibire, qualcosa da mostrare, qualcosa da vivere con contegno, misura, dominio di sé. Sa benissimo che per molti la fede è solo manifestazione esteriore, rito a cui partecipare quando conviene farsi vedere, mentre è realtà trascurabile quando non conviene farsi ritrarre in atteggiamento religioso. Molte volte Gesù predica su questo tema, mettendo al riparo dalla concezione di una fede esibita quando serve, ma trascurata in altri momenti. Così il Signore ricorda che chi vuole avere fede non ha il complesso della bella figura. L’uomo di fede prende la sua croce e, in questo, dimostra tutta la sua “stoltezza”.  Mentre tutti ricercano vie facili, successo garantito, visibilità massima, chi segue il Signore cerca il contrario. Prende su di sé le sue fatiche, si mette a disposizione degli altri nel nome di Dio, non cerca di apparire ma, al contrario, si mette all’ultimo posto.

Epistola

È questa la “stoltezza della fede” sulla quale predica san Paolo. Paolo porta la fede nel mondo greco. Mondo di filosofi, mondo che ama pensare e che ricerca, anzi, la purezza del pensiero, la perfezione della vita. È l’esatto opposto di quello che Paolo annuncia. Ecco perché i cristiani, nella prima epoca apostolica, venivano davvero scambiati come persone poco intelligenti. La fede cristiana, come anche Paolo ricordava, non conquistò subito le alte sfere della società. Furono le persone meno abbienti, furono le persone più umili che si misero alla scuola e alla sequela di Cristo. Paolo raccomanda così una fede che non è convenienza, non è bella figura, non è abito buono della festa. Al contrario è mettersi nei panni di Cristo, vivere una preghiera fedele e costante nel tempo, avere la speranza della vita eterna, mentre tutti affermano, al massimo, una immortalità dello spirito. Di fronte ad una fede che è culto degli dei, ovvero modo di rappresentare le grandi questioni della vita ma con nessuna possibilità di avere da loro aiuto e conforto, Paolo predica la stoltezza del Dio che si incarna, che muore avendo sofferto, per essere aiuto per l’uomo di sempre, per l’uomo qualunque, per l’uomo che si vuole riconoscere figlio di Dio e affidare a lui.

Per noi e per il nostro cammino di fede

Ecco allora il perché anche tutti noi siamo chiamati a chiederci:

  • Cos’è per noi la fede?
  • Viviamo noi qualcosa della stoltezza della fede?

Perché certamente anche per alcuni di noi la fede potrebbe essere solo l’abito buono da mettere di domenica, quando si viene a Messa. Oppure solo l’abito della preghiera, da indossare solo in qualche circostanza. Quando conviene, quando serve farsi vedere cattolici. Perché per molti è davvero così: andiamo in chiesa al battesimo di un bimbo, alla comunione di un nipote, al matrimonio che viene dopo anni di convivenza, certo ai funerali, almeno per un’ultima volta. Qualcuno, già di quelli generosi, almeno a Natale e a Pasqua, a meno che non ci siano viaggi e vacanze interessanti. Per il resto non si pensa a Dio! la fede viene ritenuta qualcosa di passato. La preghiera qualcosa che non serva. Il partecipare ad una funzione qualcosa di superato. Andare all’oratorio, partecipare ad una vita di carità seria, vivere un pellegrinaggio sono ritenute cose bigotte, che la gente faceva quando era poco consapevole di quello che è la vita. Appunto, la fede è qualcosa per i poveretti, per chi non prende in mano la sua vita, per chi non ha molto da fare… Questo è il contesto in cui ci muoviamo.

Ecco perché proprio a noi viene ricordato che la fede è fatta di preghiera costante, è fatta di fedeltà a Dio anche quando le cose non vanno bene, è fatta di ricerca del volto del Signore, della sua parola, anche quando tutto sembrerebbe suggerire il contrario. La fede è fatta di impegno, è fatta di piccole o grandi croci da portare, avendo la speranza della vita eterna. Quella speranza che moltissimi hanno perduto, quella speranza che non è più la molla che spinge a cercare il Signore, quella speranza che, invece, è il cuore della fede e che anche noi tenteremo di mettere a tema nel prossimo anno giubilare.

Auguriamoci di uscire da quel complesso che tutti abbiamo e che ci fa dire che anche la fede deve essere come un abito buono da indossare quando conviene. Auguriamoci anche noi di uscire da quella visione della fede che sembra buona e che, invece, mette Dio in un angolo. Auguriamoci di essere invece tra quegli stolti che sanno prendere la propria croce ogni giorno su di sé quanto è quello che più serve e che più conta per dare testimonianza a Cristo nel giorno d’oggi.

2024-07-26T15:41:33+02:00