Presentazione del Signore la tempio
Solennità di San Giulio, sacerdote e costruttore di Chiese
Introduzione
Siamo in una festa di luce. Viviamo una festa di luce. Lo dice tutto questo rito ed anche la processione con le candele che abbiamo svolto, per cui questa festa è popolarmente detta la festa della “candelora”. Credo che anche quest’anno, in questo Giubileo della speranza che stiamo vivendo, non manchino elementi che ci aiutano a ricordare come nasce la speranza e come si nutre la speranza. Riflessioni che giungono a noi al termine di questa settimana speciale che ci ha visto immersi nella contemplazione del mistero Eucaristico nelle Sante e solenni 40ore. Oggi, poi, sebbene sia messo un po’ in ombra da questo solenne rito, vogliamo anche ricordare San Giulio, che abbiamo festeggiato l’altro ieri con solennità.
La Parola di Dio
LETTURA Ml 3, 1-4a
Lettura del profeta Malachia
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore».
SALMO Sal 23 (24)
Entri il Signore nel suo tempio Santo.
Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito. R
Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. R
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria. R
EPISTOLA Rm 15, 8-12
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: «Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome». E ancora: «Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo». E di nuovo: «Genti tutte, lodate il Signore; i popoli tutti lo esaltino». E a sua volta Isaia dice: «Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno».
VANGELO Lc 2, 22-40
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio «una coppia di tortore o due giovani colombi», come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
La speranza nasce quando sappiamo attendere
Una vita lunga, incredibilmente lunga quella di Simeone. Quando la vita media era molto più corta, quando il numero degli anni era molto più limitato, uno che, come Simeone, arrivava ad una vecchiaia molto pronunciata, era davvero un vegliardo. Certamente anche Simeone, man mano che vedeva morire i suoi amici, i suoi parenti, i suoi famigliari, si sarà domandato cosa ci faccio qui? Perché la mia vita non finisce come quella degli altri? Perché ho una vita così lunga? E anche lui si sarà dato la riposta che diceva a noi il vangelo: perché la vita di Simeone è una vita fatta di attese. “Ora a Gerusalemme c’era un uomo giusto che aspettava la redenzione di Israele”. La vita di Simeone è una vita di attesa. La vita di Simeone è la vita di un uomo di fede che attende il perdono per il suo popolo, è la vita di un uomo di preghiera che non attende niente per sé ma per gli altri. È un uomo che attende un giorno in cui possa vedere il messia, perché tutta la vita di Simeone è stata dedicata al dialogo, alla riconciliazione, alla preghiera intensa perché la fede possa illuminare un popolo che ha perso Dio. Simeone è un uomo che soffre in questa attesa, è un uomo che intercede per gli altri e che non si dà pace fino a quando non abbia visto cosa Dio è capace di fare per incontrare il suo popolo. Ecco perché la sua vita è così lunga. Ecco perché la sua vita è fatta di attese. Avendo egli sperato nel Messia, il Signore gli ha concesso una vita lunga, lunghissima, perché potesse vedere quel segno di speranza che è Cristo Signore.
Simeone dice anche a noi che il compito degli amici di Dio è sempre questo: in un popolo che perde la speranza in Dio, il compito degli amici di Dio è quello di attendere con speranza.
Compito che oggi più che mai, dovrebbe essere il nostro. Non possiamo dire che il nostro tempo ha perso il senso di Dio, il senso della fede, il senso di appartenenza alla Chiesa solo per esprimere una lamentela. Noi tutti dobbiamo far emergere dal nostro cuore, in questo clima, un senso di attesa ancora maggiore, un senso di speranza ancora più forte che sa essere di esempio agli altri. Simeone ci dice che la vita del credente è sempre una vita di attesa. Attesa di Dio, attesa della sua rivelazione, attesa del suo ritorno. Le sante 40 ore che abbiamo vissuto in questi giorni dovrebbero esserci servite a questo. Dovrebbero avere riacceso in noi il senso della presenza di Dio che cammina accanto a noi per introdurci nell’eternità. Così che anche noi possiamo capire che non importa quanto duri una vita, non importa quanto sia lunga. Importa solamente che la vita sia un’attesa di Dio, un’attesa che può anche durare a lungo e che non deve mai spegnere la speranza. La speranza della presenza di Dio deve essere sempre più forte di tutto e deve essere sempre superiore ad ogni cosa.
- Vivo in questa attesa?
- La mia vita attende il ritorno di Cristo? Oppure trascino i miei giorni, magari riempiendoli di cose, se sono adulto, o sopportandone il peso, se sono anziano, ma senza attendere nulla?
- Che cosa attende la mia vita?
Solo una vita che attende genera speranza.
La speranza nasce quando sappiamo di appartenere a qualcuno
Che dire, poi, di Anna? Una giovane che vive un matrimonio molto ristretto: 7 anni e senza avere figli, per poi rimanere vedova. Anche lei vecchia, vecchissima. 84 anni erano una cosa impensabile per il tempo. Una vita che noi tutti definiremmo sfortunata. Poverina, ci viene spontaneo dire! Povera donna sola, indifesa, senza figli, senza marito. Che vita difficile deve avere avuto. La vita di una giovane che si rinchiude nel tempio, la vita di una donna che serve Dio con “preghiere e digiuni”, per lungo tempo senza apparentemente attendere niente, senza desiderare niente, senza vivere con pienezza. Mentre le altre donne vivevano il bello delle loro famiglie, mentre le altre donne gustavano l’amore che avevano vissuto, lei no. Anna no. Anna rimane sola, rimane senza alcuna attenzione, rimane priva di qualsiasi amore. Rimane in una vita che, apparentemente, non dice nulla. Diremmo noi: la vita di una donna sfortunata. Che cosa avremmo detto noi ad Anna? Credo che molti di noi le avrebbero consigliato di rifarsi una vita, di guardarsi attorno, di trovare un’altra persona. Non ne avrebbe avuto forse il diritto? Anna sa altro. Anna insegna altro. Anna insegna che il suo cuore appartiene a Dio. Anna sa che il suo cuore appartiene anche all’uomo che ha amato, anche se il matrimonio è durato poco e anche se non ci sono stati figli ad allietare la loro casa. Per questo non sente il bisogno di fare altro. Non sente il bisogno di rifarsi una vita. Non sente il bisogno di risposarsi, di cercare ancora figli. Anna sa di appartenere a Dio e per questo si consacra. Si consacra per stare nel tempio. Poiché il suo cuore appartiene a Dio non ha bisogno di cose, ha bisogno solo di Dio. Stare nella sua casa, servirlo con preghiere e digiuni non diventa un’attestazione della sua volontà, ma diventa un modo per sentirlo vicino, per vivere con Colui al quale ella ha legato il suo cuore. Anna ci insegna che la speranza di una vita nasce quando sappiamo di appartenere a qualcuno, quando il nostro cuore si sprofonda nel cuore di qualcun altro. Per questo ella rimane fedele anche al suo primo amore. Anna ci insegna che la speranza nasce quando anche noi apparteniamo a qualcuno.
Così è per molti di noi. Moltissimi hanno fatto la stessa scelta di appartenenza, di fedeltà, di amore. Molti altri, invece, non legano la propria vita all’amore e di nessuno e, per questo, non generano alcuna speranza, illudendosi di essere liberi perché svincolati da tutto, non comprendono che il cuore dell’uomo è fatto per appartenere a qualcuno. Solo così trova quella pace e quella stabilità per il quale è fatto. Molti trovano questa stabilità perché appartengono a Dio e al cuore di chi ama.
- A chi appartiene il nostro cuore?
- A chi siamo legati?
- Come il nostro cuore appartiene a Dio?
Sono le domande che Anna lascia anche a noi, a noi che vogliamo avere speranza, a noi che vogliamo costruire la nostra speranza vengono dette le stesse cose. A noi che non siamo soli, a noi che desideriamo avere una vita piena, viene detto che la vita è davvero così solo quando il nostro cuore appartiene a qualcuno. Le giornate eucaristiche, questa festa di luce che stiamo vivendo, ci stanno dicendo di radicare il nostro cuore in Dio. Se noi apparteremo a Dio, anche con i nostri affetti, anche con il nostro modo di vivere l’amore accanto ad un uomo, a una donna, scopriremo che da questa appartenenza nasce speranza. La speranza che nasce dall’amore umano si allarga e partecipa, in qualche modo, a quell’amore divino che, sempre, genera speranza. Una vita che si consegna per appartenere non è una vita sfortunata, non è una vita limitata. Al contrario è una vita che, proprio perché l’amore toglie ogni vincolo e ogni limite, si apre a quella dimensione di amore eterno che l’Eucarestia ci promette e che già in questo tempo introduce nelle nostre vite.
Un’immagine di famiglia che spera
Accanto a Simeone ed Anna, il Vangelo ci presenta Maria e Giuseppe. Nulla dicono, nulla fanno, se non essere partecipi di quegli eventi che li fanno rimanere in silenzio. Erano venuti al tempio per un momento di fede, erano saliti al tempio per adempiere la legge di Dio, credendoci. Sperando che anche quel rito fosse beneaugurante per loro e per il loro piccolo. Ecco che accadono cose strane. Ecco che gli incontri con Simeone, con Anna, dicono qualcosa di straordinario che, in un certo senso, anche turba le loro vita. Maria e Giuseppe vivono tutto con partecipazione grande ma anche sapendo che poi la vita tornerà ad essere quella di sempre. Anche loro torneranno alla loro casa, alla loro città, al loro lavoro. Eppure quel ritorno non sarà un semplice tornare alle cose di prima. Sanno che la speranza che viene accesa nel loro cuore proprio da quello che stanno vivendo, sarà unica, insostituibile, preziosa. Giuseppe e Maria sanno che non si torna mai uguali a casa, dopo aver compiuto un rito di fede autentico, sincero, profondo. Essi tornano a casa pieni di speranza, perché sanno che la speranza è il centro del loro cuore, del loro itinerario di vita, della loro stessa esistenza.
- Come torniamo a casa?
- Noi che siamo qui per un incontro con Dio, noi che siamo qui a celebrare il rito della presenza di Cristo, come torniamo a casa?
Non vorrei che tornassimo a casa come siamo venuti. Non vorrei mai che la Messa domenicale fosse una parentesi all’interno delle nostre vite. Se la Messa deve avere il suo senso, se la Messa deve avere il suo perché, è chiaro che noi tutti dovremmo tornare a casa un po’ trasformati. Trasformati dalla speranza che riceviamo. Trasformati dall’Eucarestia di cui ci cibiamo. Trasformati dalla presenza di Dio che si offre a noi in modo singolare. Ecco perché la Messa domenicale dovrebbe essere sempre un momento che qualifica, che dà senso, che dà sapore alle nostre vite, alla nostra quotidianità. Se il tempo della settimana è il tempo per spenderci in molte cose, per impegnarci in molte realtà, il tempo della domenica è di fatto perché noi possiamo coltivare la nostra somiglianza con Dio e il nostro appartenere a Cristo. Ecco perché non dovremmo mai tornare a casa come siamo venuti. Oggi, come torneremo a casa?
Proviamo a pensarci e facciamo dell’attesa di Cristo, dell’appartenenza a Cristo, il senso di questi giorni che viviamo e che ci sono donati come preziosi.
San Giulio
Accanto a questo solenne rito noi ricordiamo anche San Giulio, patrono di questa chiesa. Come dice la tradizione, egli fondò “100 case del Signore”, tra cui anche la nostra. Anche di San Giulio potremmo dire le stesse cose che ci ha detto la liturgia di oggi. Egli fu certamente uomo di attesa. Egli fu certamente uomo che ebbe in grande onore l’appartenenza a Dio. Il suo cuore di sacerdote, di predicatore, di costruttore di chiese era tutto per Lui. Egli mai lasciò che il suo incontro con il Signore lo lasciasse senza cambiamenti interiori e mai permise che chi si accostò a lui se ne andasse via senza il medesimo cambiamento. Chiediamo queste tre grazie al Signore per intercessione di San Giulio. Soprattutto a lui, che fu fondatore di Chiese, chiediamo al forza e la grazia di vigilare anche sulla costruzione della nostra chiesa, ovvero della nostra comunità, perché possiamo sempre vivere bene la nostra appartenenza e il nostro lavorare per il regno di Dio.