2 dopo Pentecoste
Introduzione
- Che cosa ci preoccupa veramente?
- Come guardiamo al mondo, al creato, alle cose della vita?
Potrebbero essere le domande che questa domenica, la liturgia della Parola vuol mettere dentro di noi, partendo dalla domanda sul creato perché, come sapete, il tempo della Pentecoste ci fa rileggere tutta la storia della salvezza e il punto di partenza non può che essere quello della creazione.
La Parola di Dio
LETTURA Sir 18, 1-2. 4-9a. 10-13b
Lettura del libro del Siracide
Colui che vive in eterno ha creato l’intero universo. Il Signore soltanto è riconosciuto giusto. A nessuno è possibile svelare le sue opere e chi può esplorare le sue grandezze? La potenza della sua maestà chi potrà misurarla? Chi riuscirà a narrare le sue misericordie? Non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere, non è possibile scoprire le meraviglie del Signore. Quando l’uomo ha finito, allora comincia, quando si ferma, allora rimane perplesso. Che cos’è l’uomo? A che cosa può servire? Qual è il suo bene e qual è il suo male? Quanto al numero dei giorni dell’uomo, cento anni sono già molti. Come una goccia d’acqua nel mare e un granello di sabbia, così questi pochi anni in un giorno dell’eternità. Per questo il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia. Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono. La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente.
SALMO Sal 135 (136)
Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.
Rendete grazie al Dio degli dèi,
perché il suo amore è per sempre.
Rendete grazie al Signore dei signori,
perché il suo amore è per sempre.
Lui solo ha compiuto grandi meraviglie,
perché il suo amore è per sempre. R
Ha creato i cieli con sapienza,
perché il suo amore è per sempre.
Ha disteso la terra sulle acque,
perché il suo amore è per sempre.
Ha fatto le grandi luci:
perché il suo amore è per sempre. R
Il sole, per governare il giorno,
perché il suo amore è per sempre.
La luna e le stelle, per governare la notte,
perché il suo amore è per sempre. R
EPISTOLA Rm 8, 18-25
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
VANGELO Mt 6, 25-33
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo
In quel tempo. Il Signore Gesù ammaestrava le folle dicendo: «Io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».
Siracide
Così prima ancora di chiederci come noi vediamo il creato, scopriamo che la scrittura ci dice come lo vede Dio. Dio vede ogni cosa come emanazione del suo amore, vede ogni cosa nella sua essenza, vede ogni cosa nella sua bellezza e nella sua bontà. Vede anche l’uomo, messo nella creazione come vertice, come sua “immagine e somiglianza”. Vede anche che l’uomo si affatica per ogni cosa, vede anche che l’uomo brama una vita lunga, quasi ai limiti della insaziabilità, giacché non si è mai sazi di giorni. Dio guarda all’uomo che cerca una vita lunga e risponde all’uomo ricordando che ciò che più conta è avere una vita buona. Poiché è impossibile che un uomo sia senza peccato, ecco che Dio guarda alla creazione tutta ma in particolare all’uomo come colui sul quale infondere il suo amore, la sua misericordia, il suo perdono. Senza queste realtà che provengono dall’amore di Dio sarebbe impossibile avere una vita buona. Solo una vita che sa accogliere queste caratteristiche del perdono di Dio, del suo amore, della sua misericordia, diventa una vita che tende alla perfezione e all’incontro con Dio. L’uomo può rendersi conto di tutto questo quando la sua vita si apre al mistero di Dio, quando la sua vita diventa occasione per scoprire i gesti di bontà che da lui derivano. È possibile fare questo quando si partecipa allo sguardo di Dio sulla creazione, ovvero quando si vive una vita dove non si è solo fruitori delle cose divine, ma soggetti capaci di contemplare ciò che Dio ha creato con saggezza e con bontà.
Vangelo
Capiamo, allora, la predicazione del Vangelo: con altri esempi, con tutt’altro tono Gesù insisteva sugli stessi temi. Anzitutto Gesù si presenta come l’uomo capace di contemplare le grandi cose di Dio, come colui che sa guardare agli uccelli del cielo e ai gigli del campo. Gesù fa questo mentre cammina, mentre si sposta. Non si riempie di cose, nemmeno si riempie di parole. Lascia che la sua vita conosca abbondanti tempi di silenzio, solitudine, ascolto, per giungere a quella contemplazione del creato che gli fa vedere le cose esattamente così come Dio le vede. Gesù vive, in pratica, il comportamento che già il primo testamento suggeriva.
In secondo luogo, proprio per questo suo atteggiamento, gesù è in grado di domandare agli uomini cosa li preoccupi nella vita e cosa gravi sui loro cuori. Il simbolo del vestito e del cibo non sono presi a caso. Sono due cose necessarie alla vita dell’uomo ma sono anche due realtà nelle quali spesso l’uomo si perde, arrivando a bramare oltre misura o lasciando che le cose occupino un posto decisamente esagerato nel cuore. Questo atteggiamento viene preso a mo’ di esempio da Gesù che, invece, chiede sobrietà, capacità di camminare con fedeltà, desiderio di adesione al mistero di Dio, per arrivare non a far sì che le cose della vita occupino un posto decisamente esagerato, ma siano confinate dentro quel limite che diventa occasione per capire che la preghiera, l’affidamento a Dio sono il cardine della vita. Quando si impara a fidarsi di Dio? quando, nell’esercizio delle proprie capacità e talenti, si diventa non possessori delle cose e della vita ma si giunge alla consapevolezza che ciò che conta è il regno di Dio? solo quando, con una preghiera forte e assidua, si impara a vedere le cose con lo stesso sentimento di Dio, con lo stesso cuore di Dio. Cercare prima il regno di Dio significa, quindi, non lasciarsi immediatamente prendere dalle cose della vita, ma imparare a vivere con fede tutte le cose dell’esistenza, per essere capaci di non soccombere nelle cose della vita ma di ergersi sopra di esse.
Romani
Con un altro linguaggio ancora, anche San Paolo spiega cosa significhi cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia. Cercare prima il regno di Dio significa guardare alle cose illuminati dal mistero dell’eternità. Quando si ha la capacità di guardare a tutte le cose mettendo la luce dell’eternità nelle cose che capitano, si vive meglio, perché non si esagerano le cose, ma si prende ogni cosa per il suo giusto verso e si impara a fare in modo che l’eternità sia il pensiero primo con cui illuminare tutte le realtà. Se si accetta questo sguardo, allora si capisce che tutto è destinato ad essere redento in Cristo. Se tutto è destinato a questo, allora non occorre esagerare in alcuna cosa, sapendo che ogni cosa ha il suo senso solo quando la si vive in prospettiva dell’incontro con Dio, che è poi un altro modo per dire ciò che diceva Gesù: cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia. Così anche San Paolo ricorda che, quando si mettono le cose sotto la luce dell’eternità, esse subito acquisiscono la loro vera luce, il loro vero peso, la loro vera consistenza. Quando questo accade si capisce subito per cosa vale la pena di combattere e per cosa no.
Per noi e per il nostro cammino
Per cosa ci affanniamo? Cosa ci preoccupa?
Forse ciascuno di noi potrebbe dire il suo elenco di cose che lo preoccupano, che gli stanno a cuore, che rendono la sua vita più difficile che altre. Ecco, oggi non dovremmo limitarci solo a questa constatazione, ma dovremmo spingerci a chiederci perché noi non viviamo ciò che il Signore chiede, ovvero perché non siamo capaci di contemplare le cose nel loro rapporto originario con Dio, che è poi, come abbiamo detto, l’unico modo di dare alle cose il loro giusto peso e la loro giusta misura. Perché non sappiamo illuminare le cose con la luce dell’eternità? Perché non siamo in grado di lasciare che il pensiero della vita eterna ci guidi nelle cose da fare? La risposta che viene dal Vangelo è una sola: perché noi non sappiamo cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia. Ed è vero. Cerchiamo molte altre cose della vita, cerchiamo una vita lunga, come ci diceva il libro della Genesi, cerchiamo una vita sana, ma non cerchiamo affatto di illuminare con il Vangelo la nostra vita. Certo in quanto a lunghezza e salute, che, per molti di noi, sono anche la prima fonte di preoccupazione. Ma non solo in questi campi anche per molte altre cose della vita noi non cerchiamo prima il regno di Dio e la sua giustizia.
Proviamo a pensare al campo della politica, che, poi, vuol dire anche tutto ciò che inerisce alla politica internazionale e alla ricerca della pace. Proviamo a pensare a ciò che riguarda il tema delicatissimo dell’economia. Quanto Vangelo mettiamo in queste realtà della vita? Quanta luce di eternità mettiamo in queste cose dell’esistenza? Poco, anzi pochissimo! Forse per nulla! È questo un limite molto serio della nostra fede e della nostra pratica. Oppure potremmo anche chiederci quanta luce di eternità mettiamo in altre cose della vita, quelle che più ci stanno a cuore, partendo magari dal tema delicato e bello delle relazioni. Anche questo potrebbe essere un modo giusto per rileggere le scritture.
Forse, dobbiamo proprio dirlo, mettere poco Vangelo nelle nostre vite è ciò che più limita le nostre esistenze. Mettere più vangelo nelle nostre esistenze potrebbe essere ciò che garantisce uno slancio maggiore all’esistenza di ciascuno di noi. Iniziando l’estate potremmo anche fare questo proposito, mettere più Vangelo nella nostra esperienza quotidiana. Anche il percorso che faremo rileggendo la storia della salvezza potrà aiutarci domenica dopo domenica.
Chiediamo questa grazia al Signore mentre cerchiamo di vivere bene questa celebrazione.