2° Serata – Le relazioni in famiglia2025-10-07T21:51:43+02:00

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Introduzione

In questa seconda serata mettiamo a tema un’altra specificazione delle relazioni che ci riguarda un po’ tutti: le relazioni in famiglia, o le relazioni di famiglia. Credo che siano per noi tutti importantissime. Anzitutto perché è il luogo dove abbiamo imparato, nel bene e nel male, cosa siano le relazioni. Poi perché, nel bene e nel male, viviamo con la famiglia moltissimi eventi della nostra vita. Dovrebbero essere, di per sé, anche le relazioni più qualificate e quelle dove spendiamo la maggior parte delle nostre energie e forze. Credo sia un tema molto bello anche se dalle mille sfaccettature. Come sempre iniziamo con un esercizio preliminare.

Esercizio preliminare

  • Come vivo le relazioni in famiglia?
  • Che differenze noto tra la mia famiglia di origine, la famiglia che ho fatto, la famiglia che vedo in chi viene dopo di me?
  • Che differenze trovo tra le relazioni nella mia famiglia e nelle famiglie degli altri?
  • Cosa invidio e cosa mi fa capire che anche nella mia famiglia ci sono cose buone?
  • Se penso ad un tema che possa migliorare le relazioni nella mia famiglia e che possa anche diventare preghiera, a cosa penso?

Secondo tema: le relazioni in famiglia

Tutti noi abbiamo una famiglia, veniamo da una famiglia. Molti di noi hanno anche fatto una famiglia. Tutti, o quasi, abbiamo una famiglia allargata, dalla quale in parte dipendiamo e con la quale ci confrontiamo. Eppure, il concetto di famiglia è sempre in evoluzione. Spesso, negli ultimi decenni e negli ultimi anni, ha avuto anche un’impennata. Anzi, ci ha messo di fronte a dinamiche che, magari, non conoscevamo o con le quali non pensavamo di poter avere a che fare. Entriamo, dunque, in un tema complicatissimo, sorretti dalle Scritture.

Mosè

Partiamo, come sempre, dall’Esodo, dalla storia di Mosè. Mosè, in quanto a famiglia, ha davvero un’ampia serie di testi tra cui spaziare.

Anzitutto la storia personale di Mosè e la sua famiglia naturale. È una famiglia di ebrei, è una famiglia che vive in esilio, come tutto il popolo di Israele in questo momento della storia, è una famiglia di schiavi. È una famiglia, quella di Mosè, dove si deve vivere l’editto del faraone che ha messo a morte ogni figlio maschio degli ebrei, perché sono diventati troppo numerosi. Il tentativo di contenere la loro espansione prevede che i figli maschi siano tutti uccisi nel momento stesso del parto. È già questa una tragedia sulla quale riflettere: stranieri che vengono esasperati e vita che viene ridotta a zero. È la storia della famiglia naturale di Mosè.

Poi abbiamo la famiglia adottiva di Mosè. La figlia del faraone, come abbiamo sentito, trova questo cestino nelle acque contenente un bambino. Sa benissimo che è ebreo, sa benissimo cosa ha decretato suo padre, ma non vuole assolutamente stendere la sua mano contro la vita di quel bambino bellissimo. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa ma decide di fare l’unica cosa che salverà la vita di quel bambino: adottarlo. Sa bene che se chiederà aiuto a qualcuno, la sua vita sarà sempre in pericolo. Sa benissimo che in qualsiasi momento qualcuno, magari mandato dal padre, potrà stendere la mano sul bambino, tranne che in un caso: che il bambino sia con lei. Ecco che Mosè, dopo lo svezzamento fatto da sua madre per lo stratagemma messo in atto dalla sorella, entra a corte. È un ebreo che vive a corte. Uno che non saprà mai della fatica del suo popolo se non quando la toccherà con mano. Uno che cresce con tutti gli agi possibili e in uno stato che non era nemmeno pensabile per un ebreo. Quindi un figlio di schiavi che cresce nel massimo sfarzo e nel massimo lusso. Emergono alcune caratteristiche dal racconto:

  • Mosè ama la sua origine e farà di tutto per difendere il suo essere ebreo. Non si pentirà mai della sua origine e farà di tutto per essere sempre uno del suo popolo. Impiegherà moltissimo tempo, impiegherà moltissima ricerca e cura, ma non perderà mai la relazione con il suo popolo.
  • Una relazione del tutto particolare sarà con il fratello, Aronne e con la sorella, Maria. Soprattutto con Aronne, che sarà la voce di Mosè. Mosè, balbuziente, otterrà da Dio in persona che sia Aronne a parlare. Maria e Aronne saranno per sempre in sodalizio con Mosè in tutta l’opera dell’Esodo. Quindi Mosè è un figlio adottivo che ha cercato la sua origine e che ha sempre tenuto rapporti con la sua famiglia, con i suoi fratelli, con il suo mondo.
  • Mosè è anche un uomo che si integra perfettamente con la sua famiglia adottiva, assumendo usi e costumi degli egiziani, a quanto sappiamo e vivendo tutte le realtà che la nuova condizione di figlio adottivo gli permette di avere. È un ragazzo che sa integrarsi e sarà un uomo che saprà valorizzare al meglio le relazioni che è stato in grado di istituire fin dalla sua fanciullezza. Quando Mosè entrerà a corte per la sua missione di liberatore degli ebrei, non vi entrerà da sconosciuto. Al contrario, egli avrà molte porte aperte proprio per quelle relazioni che egli ha tessuto fin dalla sua giovinezza. Se parlerà con il faraone in persona e se si confronterà con lui per l’epopea di liberazione, è proprio per la conoscenza degli ambienti reali che Mosè possiede e nei quali può vantare aperture a lui solo possibili.

Potremmo dire che Mosè è un uomo in bilico perfetto tra due famiglie, quella naturale e quella adottiva e che la cosa non pare porre particolari problemi all’uomo Mosè. Egli vive bene per un verso ciò che la sua condizione gli permette; egli non rinnega la sua origine e il peso della sua appartenenza al popolo ebraico.

C’è però la terza famiglia di Mosè: quella che lui stesso forma. Non abbiamo letto la storia per intero ma potete andare voi a leggere i bellissimi capitoli dell’Esodo. Dopo essere fuggito dall’Egitto per avere ucciso un uomo egiziano che sta percuotendo un ebreo, Mosè si rifugia nel deserto dell’Arabia dove si mette prima a servizio di un sacerdote del luogo, sposandone poi la figlia Zipporà. Dapprima egli ha difeso Zipporà e le sorelle, poi se ne è innamorato, poi ha fatto famiglia. È la storia di un uomo normale che sta dimenticando il suo passato e che si apre ad un nuovo futuro. È a questo punto che troviamo questo brano misterioso. Sono solo pochissimi versetti del capitolo quarto che interrompono la narrazione dell’autore e che ritraggono un fatto assolutamente inusuale per la vita di quel tempo. Un testo che apre moltissime questioni. Mosè ha già avuto la rivelazione del roveto ardente, ha già conosciuto il nome di Dio, si è già messo in moto per diventare quello che diventerà: il liberatore di Israele. Sta prendendo congedo da Ietro, dalla sua famiglia, ovvero dalla tribù che lo ha accolto quando era fuggitivo. Ed ecco accadere cose inaudite. La donna, al tempo, non ha nessuna possibilità di prendere iniziativa, tanto meno per ciò che riguarda l’ambito sessuale e quello della fede. Tutte questioni che sono assolutamente al di là di ogni confine per qualsiasi donna. Zipporà fa tutte queste cose. È lei che prende l’iniziativa di circoncidere il figlio, il figlio avuto con Mosè. È lei che prende la selce e la affila per farne un coltello adatto all’operazione. Già cosa inaudita. Peggio quello che viene dopo: con la carne recisa del bambino, ella tocca le parti genitali (i piedi sono un eufemismo per dire i genitali) di Mosè dicendo quelle parole bellissime: “Tu sei uno sposo di sangue”. Donna coraggiosa, coraggiosissima, giacché non era assolutamente consentito ad una donna avere iniziativa né sessuale né religiosa, come ho detto. Probabilmente è successo che Mosè, dopo la rivelazione del roveto ardente, capendo bene cosa lo aspetta e sapendo bene quale pericolo correrà tornando in Egitto, tenta di lasciare Zipporà e il figlio da Ietro nel deserto. Cosa nobile da parte di Mosè che non vuole mettere a repentaglio la vita della donna che ama e del figlio che dal loro amore è nato. È questa donna che rifiuta. Lei ha sposato un uomo che avrà un compito importante ed è disposta a seguirlo ovunque. Poiché sa bene che le sue parole non bastano, ecco la sfida. La sfida di una donna che fa quello che non le sarebbe permesso fare per dire: la mia vita è legata alla tua fino alla morte, la mia vita correrà i pericoli che tu corri e gioirà per le gioie che tu avrai. Nostro figlio sarà con noi; nulla ci dovrà separare. Così il testo biblico ci dice in un solo tempo:

  • L’importanza delle relazioni in famiglia, relazioni che hanno un fondamento sacro. Quello che accade nella storia non deve minimamente influire su ciò che si è deciso insieme, sulle relazioni che sono nate dall’amore e dall’affetto.
  • L’importanza dei segni per comunicare le cose che si fanno fatica a dire e a fare. Zipporà è perfetta interprete di tutto ciò che ha nel cuore e parla con i segni che sa utilizzare alla perfezione.
  • La famiglia di Mosè vive un ribaltamento delle posizioni classiche: ciò che è ruolo tipico degli uomini viene descritto per dire ciò che fa una donna. L’adeguarsi di Mosè alle posizioni di lei è del tutto fuori tempo, come schema, ma dice cosa può fare l’amore quando si esprime con verità.
  • Emerge l’unità della famiglia: tutti si è partecipi della stessa storia e delle conseguenze che avrà.

Un testo, a mio avviso, sconosciuto e bellissimo, che dà adito a tante riflessioni moderne.

Paolo – Efesini

Molto brevemente le altre due pagine bibliche. Anzitutto quella degli Efesini. Sappiamo che è tipico di San Paolo intervenire sul tema della famiglia e, più in generale, sul tema morale. Nelle sue lettere ci sono molti elenchi di vizi, virtù, codici etici di comportamento che, di fatto, stabiliscono un punto di riferimento per la famiglia cristiana. Certo San Paolo riflette anche la cultura e il sentire del suo tempo, non solo per quanto attiene al pensiero cristiano che si va sviluppando, ma anche per quello che la società pagana vive. Tutto concorre al pensiero di Paolo che diventerà il pensiero cristiano.

Paolo insegna così la sacralità della famiglia che nasce dal matrimonio cristiano. Chi si “sposa nel Signore” – è questa la dizione tipica di Paolo – deve anche sapere che il suo matrimonio è unico, saldamente fondato in Cristo, indissolubile, legato alla stessa Croce di Cristo. C’è un modo di amare che il cristiano assume e che lo rende diverso da tutti gli altri. Il cristiano ama come ama Cristo. È per questo che Paolo diventa interprete di una visione unica del matrimonio che è il matrimonio-sacramento. Ci sono molti modi per interpretare e per vivere il rapporto tra uomo e donna. Paolo fonda il modo cristiano. Modo che è quello voluto da Cristo. L’amore del cristiano è fedele, come quello di Cristo. L’amore del cristiano è unico, come quello di Cristo. L’amore del cristiano è aperto a sperimentare la grazia dello Spirito Santo, quello Spirito che Cristo dona a tutti dalla sua Croce. È per questo che il cristiano ha un suo modo di vivere la famiglia che nasce dal modo di amare di Cristo e dalla sua Croce. C’è uno specifico che non permette di essere come gli altri e che Paolo avverte. Pur in un contesto di paganesimo, pur in un contesto di assoluta e trascurabile minoranza, Paolo introduce un modo di intendere gli affetti di famiglia e le relazioni di famiglia assolutamente nuovo e singolare. Sarà il modo cristiano di vivere la famiglia che, poi, nel corso dei secoli, diventerà il modello che si impone.

Predicazione di Gesù in San Matteo

La fondamentalità delle relazioni uomo – donna e il sacro rispetto del matrimonio, sono più volte diventate oggetto della predicazione del Signore. Lo sappiamo anche noi tutti molto bene. In un contesto storico nel quale il divorzio – il ripudio per stare ai termini biblici – è da tutti accettato e, al più, si può discutere su quali siano le cause per le quali si può scrivere un libello di divorzio, Gesù entra a gamba tesa nelle discussioni del tempo e introduce un nuovo modo di intendere la relazione tra uomo e donna fondamento della famiglia: appellandosi alla teologia della creazione, Gesù ricorda che tutti sono chiamati a sperimentare la sacralità dell’amore tra un uomo ed una donna. Amore, relazione che permette di sperimentare la stessa capacità generativa di Dio. I figli che nascono sono espressione della partecipazione alla stessa opera della creazione. È nell’unione tra uomo e donna che si ricompone quel primitivo essere immagine e somiglianza di Dio che rende l’uomo pienamente figlio. Anche Gesù si esprime per una forte cura delle relazioni in famiglia, perché è da qui che si impara il modo cristiano di intendere la relazione, sapendo anche andare controcorrente e sfidando quello che, per lo più, pensa la gente.

Per una cura delle relazioni

Mi fermo qui perché credo che abbiamo raccolto una serie di spunti che possono nutrire la nostra preghiera oltre misura, lasciando poi anche a voi di prendere altre parti dei testi sacri che parlano al vostro cuore e che possono diventare oggetto di preghiera per voi come singoli credenti.

  • La necessità di un’alternativa. Un primo spunto di meditazione e di provocazione lo raccoglierei da queste parole. Abbiamo sentito dalle tre Scritture nel loro complesso come, in tempi diversi, in modi diversi, le figure che abbiamo affrontato non abbiano temuto di dire che c’è un modo per vivere la relazione in famiglia che nasce dalla fede che è assolutamente singolare. Un modo che non ha bisogno di imitare nessuno. Un modo che sa esprimere anche con i gesti i sentimenti nobili che devono sostenere la relazione in famiglia. Trovo che, nel nostro tempo, noi stiamo facendo esattamente il contrario. Mi pare che anche nelle famiglie di origine cristiana si stenti molto a tenere viva un’alternativa rispetto al modo comune di pensare che, invece, pesantemente si impone. Mi pare che ci sia più un atteggiamento che porta ad un appiattimento globale, per cui anche nelle famiglie cristiane si vive senza quello slancio di novità che, invece, dovrebbe caratterizzare la famiglia cristiana e le relazioni che nascono da una famiglia che sa lodare il nome di Dio. L’Arcivescovo, nella lettera pastorale di quest’anno, più volte interviene proprio sul tema della novità cristiana e dell’attrattiva che dovrebbero esercitare i cristiani. Dicendoci, tra l’altro e molto esplicitamente, che il cristiano non è mai chiamato all’appiattimento, alla ripetizione, alla banale riproposizione del passato ma, nella lettura dei segni dei tempi, è chiamato ad esprimere la novità cristiana. Noi non dobbiamo proporre un ritorno al passato. Nemmeno dobbiamo anticipare le fughe al futuro. Noi, consci di questo nostro tempo che non solo accettiamo ma anche amiamo perché è il nostro, dobbiamo cercare di vivere quelle alternatività del Vangelo che, in ogni epoca, trovano sempre modi nuovi per esprimersi. Non si tratta, in fondo, di dire cose nuove ma di vivere le stesse cose di sempre in modo nuovo. Per questo trovo che la Chiesa debba curare particolarmente la relazione tra le famiglie. Noi cerchiamo di dirlo attraverso i percorsi di formazione, attraverso le feste che scandiscono la vita cristiana, attraverso le opere che sosteniamo. Si potrebbe forse fare molto di più. Per farlo, occorre il coraggio di famiglie che sappiano ritrovarsi, unirsi, parlarsi, decidere modalità con cui vivere la propria conformità a Cristo nell’oggi della storia e della vita della Chiesa. Ecco, poi, da qui, il primo esercizio che vi propongo.
  • Una seconda provocazione. La spiritualità cristiana ha una sua centralità nella consacrazione del matrimonio. Lo abbiamo detto più volte e lo vediamo anche tra noi, nella nostra prassi pastorale. Oggi la consacrazione matrimoniale non è la prima cosa a cui pensa una giovane coppia. Si arriva al matrimonio molto tardi. Il matrimonio è visto poi più come una festa ed è legato sostanzialmente a ragioni di carattere economico-professionale. Non scatta, invece, l’idea di una modalità diversa di vivere il matrimonio come consacrazione e come modo alternativo di pensare alla relazione uomo donna. Credo che qui, in preghiera, dovremmo a lungo sostare ed intercedere. Per noi, intanto, per riscoprire la grazia della consacrazione se siamo sposati. Poi per i nostri giovani, perché percepiscano che la via del matrimonio non è la scelta normale, come è stato per molto tempo, forse per secoli. Il matrimonio è una via di consacrazione molto simile a quella della vita consacrata, molto simile a quella del sacerdozio. Così pure come la laicità consacrata, così pure come il rimanere senza legami affettivi stabilmente costituiti. Sono tutte forme di vocazioni diverse che possono aprire la porta anche a forme di consacrazioni diverse. L’importante è che ciascuno, nella posizione in cui si trova e nella vocazione alla quale si sente chiamato, trovi il modo per vivere bene la sua relazione con Dio e trovi, in qualsiasi vocazione si trova, il suo modo per vivere la relazione in famiglia. Da qui un secondo esercizio.
  • In terzo luogo, mi pare essenziale tornare su Mosè per capire che in qualsiasi forma di famiglia, naturale, adottiva e qualsiasi altra forma si possa oggi sperimentare, c’è un modo cristiano per vivere la relazione. C’è un modo cristiano per vivere ciò che capita e che viene preso come il dato di fatto, sul quale, però, si può intervenire per cercare di vivere tutto come vuole il Signore e facendo quei passi che il Signore propone. Credo che molte storie di oggi, che sembrano al limite del pensabile – e anche noi ne abbiamo – possano essere vissute così, come un chiaro appello a interpretare in modo cristiano quello che accade per imparare a vivere da figli di Dio in qualsiasi situazione ci troviamo. Anche da qui farei nascere un terzo esercizio.
  • Infine, mi pare davvero che tutte le storie famigliari della Bibbia – ce ne sono di diversissime e di sconclusionate! -, ci dicano di non temere di avere il coraggio di vivere le relazioni in famiglia con fede. Credo che questa seconda serata di esercizi possa e debba di fatto concludersi con un richiamo molto forte alla preghiera di intercessione per le famiglie. Cosa che vi consiglio di fare davanti al Sacramento.

Esercizio finale

  • Vivo la mia consacrazione matrimoniale e la mia vita in famiglia come carica alternativa per interpretare la relazione tra membri di una stessa casa?
  • Come esprimiamo questa differenza cristiana?
  • Cosa possiamo fare noi per rendere vivo questo contesto?
  • Cosa faccio io per sostenere la consacrazione di carattere famigliare?
  • Quale stima esprimo per le relazioni in famiglia?
  • Mi lascio impressionare da ciò che avviene o credo che ci sia un modo per capire che anche tutte le “novità” che sentiamo sono in qualche modo nelle mani di Dio?