1° Incontro – Introduzione2025-10-11T14:18:11+02:00

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Credo.

  1. Perché una formazione sul Credo?

Potrebbe essere una prima domanda che ci facciamo. I motivi sono molteplici.

Anzitutto siamo a 1700 anni dal Concilio di Nicea e, nel corso dell’anno, si sono moltiplicati gli studi su questo Concilio e sull’origine del simbolo della fede, come sarebbe più opportuno chiamare il Credo.

In secondo luogo noi abbiamo già pubblicato qualche catechesi sul Credo nel 2020. Era l’anno del covid e, mentre si era bloccati, avevo pubblicato un precedente lavoro come l’Arcivescovo aveva chiesto nella proposta pastorale di quell’anno.  Non ne era nata, però, una vera catechesi, dal momento che si era tutti bloccati.

Credo poi che sia un modo per poter proseguire bene il lavoro dell’anno scorso sui comandamenti: insieme alla legge di Mosè, infatti, sono i cardini della fede. Ci mettiamo nella linea tracciata lo scorso anno, nel desiderio e nel tentativo di fondare sempre meglio la nostra fede.

Infine credo che sia un richiamo per tutti, un richiamo per capire, per comprendere quali sono i fondamenti della nostra fede. Se dovessimo spiegare ad un non credente quali sono i fondamenti della fede, cosa diremmo? Se dovessimo dire concretamente a chi viene dopo di noi in chi crediamo, cosa diremmo? Credo che la questione sia provocatoria per tutti: per questo motivo è bene che ci soffermiamo, quest’anno, su questo tema.

  1. Perché un simbolo della fede? Quale storia ha il “Credo”? Come è nato il “Simbolo”?

Come sempre nella vita di fede le grandi risposte della Chiesa nascono quando si generano grandi problemi. Tutti i primi secoli della vita della Chiesa sono stati dedicati a chiarire la dottrina della fede, non però in astratto: ci si è messi a indagare sulla fede quando si sono verificati problemi. Potevano essere problemi locali che poi diventavano universali, o potevano essere questioni che venivano messe in discussione a più livelli nella Chiesa. Mai, però, c’è stata in astratto l’idea di scrivere qualcosa, o di introdurre un simbolo o altro nella fede senza che vi fosse un problema che chiedesse una risposta. Subito, ancor prima che si arrivasse al Concilio di Nicea nel 325, emerse il metodo con cui i problemi dovevano essere trattati.

  • Il metodo sinodale

Il metodo fondamentale per trattare qualsiasi questione di rilevanza ecclesiale, è quello sinodale. Ovvero sono i vescovi che si radunano per discutere le questioni che nascono nella Chiesa e che devono poi essere chiarificate per i fedeli. La prima argomentazione viene proprio dalla Scrittura stessa. Sono gli Atti degli Apostoli che narrano del primo “Concilio”, quello di Gerusalemme. Poiché era nata una questione importante per la fede della prima Chiesa – la questione se era necessario diventare prima ebrei per diventare cristiani o, per dirla con i termini biblici, la questione della “circoncisione” – gli apostoli si riunirono a Gerusalemme per dirimere la questione. Come sappiamo il confronto fu molto serrato, specialmente tra Pietro e Paolo ed emerse la figura di Giacomo come quella di un grande mediatore. Le conclusioni furono poi scritte in una lettera che venne letta in tutte le chiese, recando grande gioia e anche grande pace. Questo metodo fu il metodo che emerse per dirimere tutte le grandi questioni che sarebbero poi nate in seguito.

  • Le questioni sulla Pasqua. La questione dei “quartodecimani”.

Quale altra questione fu poi all’attenzione della Chiesa universale? Quale grande problema attraversò la Chiesa? Una delle primissime questioni che si impose fu quella della data della Pasqua. Semplificando molto, nel corso dei primi secoli, si imposero due tendenze, l’una più legata a Roma e, in generale, all’Occidente; l’altra più legata alle Chiese orientali. Poiché il Signore, come tutti sappiamo, era morto il 14 di nisan, secondo il calendario ebraico, ecco che alcune Chiese di Oriente cominciarono a tenere questa data come la data della Pasqua. In un momento in cui non c’era una visione universale della fede, in un momento nel quale c’era una prassi che nasceva nelle singole comunità cristiane, ecco che ci fu un primo modo di interpretare la Pasqua rimanendo legati al calendario ebraico e, soprattutto, alla passione del Signore. Per questo motivo, coloro che seguivano questa prassi, furono detti “quartodecimani”.

L’altro modo di interpretare la data della Pasqua fu più legato alla Chiesa di Roma e introdusse un nuovo modo di datare la Pasqua, ovvero si trasferì la data della Pasqua alla domenica successiva. Fu un sentire diverso, che puntava decisamente sull’aspetto della risurrezione più che su quello della passione.

Ovviamente questi due modi di sentire davano origine a due prassi diverse, così erano presenti alcune Chiese che festeggiavano la Pasqua in una data e altre in un’altra. La cosa, ovviamente, assunse anche toni complessi. Dalle due parti si levarono voci molto autorevoli a difesa dell’una o dell’altra prassi. Ecco che, nel 2° e 3° secolo, vennero indetti alcuni sinodi, ovvero alcune riunioni di vescovi, chiamati a decidere e a riflettere sulla questione. Al di là del numero, dei nomi e dei luoghi di questi sinodi, ciò che emerse fu subito il ribadire la prassi sinodale come prassi comune per discernere le questioni. Sull’oggetto della questione, invece, la prassi si allineò pian piano. La mediazione fu molto lunga, perché si trattava di non creare divisioni nel rispetto delle prassi delle singole Chiese e alla fine si impose l’uso “occidentale” o romano, come anche la nostra prassi testimonia. Ci volle molto tempo e molta “pazienza” ma non vennero creati strappi non ricostruibili.

  • Le altre questioni

Nella prima Chiesa la riflessione sul mistero di Dio era molto viva. È per questo che, nel 3° e 4° secolo, nacquero alcune “eresie”, cioè alcuni modi di interpretare la fede che non vennero poi riconosciuti come rispettosi della rivelazione operata da Cristo. Furono proprio queste eresie a dettare l’agenda e a far riunire i vescovi per delineare lo stato delle questioni e approvare la vera fede, l’ortodossia. Fu così anche per il simbolo della fede, per il Credo nella formulazione che noi tutti conosciamo e che diamo per scontata, ma che fu frutto di un lavoro paziente, di ascolto, di confronto, di grande attenzione.

  1. Il Concilio di Nicea

In estrema sintesi vediamo alcune questioni.

3.1 L’arianesimo

Cosa portò la convocazione del Concilio di Nicea del 325? Fu, appunto, una delle eresie a cui accennavo. Nel qual caso di un presbitero, Ario, a difendere una dottrina che destò preoccupazione e chiese attento studio. Ario andava insegnando che Cristo è una “creatura” di Dio. La più perfetta, la più splendida, la migliore, quella dotata di maggiore sapienza e intelligenza, ma pur sempre una creatura. A colpi di scrittura e di interpretazione dei sacri testi, Ario argomentava così che egli non era veramente Dio, ma tutto era sbilanciato sul versante dell’umanità. Insegnando in questo modo, ne derivava la non rilevanza del mistero della redenzione. Non era Dio che soffriva, non era Dio che pativa e, soprattutto, non era Dio che risorgeva, ma una creatura, per questo perfetta, ma pur sempre creatura. Contro questo insegnamento si levava la voce di numerosi vescovi, dal momento che l’arianesimo ebbe grandissima diffusione. Non si trattava, quindi, solo di una discussione tra scuole teologiche o per qualche mente eccelsa. C’era di mezzo la prassi della Chiesa, la vita delle Chiese. Pensate che anche a Milano, il predecessore di Sant’Ambrogio era un ariano. Questo per dire quale grado di diffusione ebbe l’arianesimo in quel contesto storico. Ecco, dunque, l’esigenza: trovare una risposta unica, inequivocabile, definitiva da dare a tutto il movimento dell’arianesimo per chiarificare la fede e rendere la vita dei fedeli certa.

3.2 A Concilio nella città di Nicea

Il Concilio di Nicea è, per alcuni versi, sorprendente. Noi sappiamo che, normalmente, è il Papa che convoca un Concilio. A questo siamo abituati. Ma non fu così all’inizio. In quell’occasione, per esempio, non fu il Papa a convocare il Concilio, ma l’imperatore: Costantino. Come ricorderete, pochi anni prima, nel 313, era stato siglato quell’atto che passa alla storia come “l’Editto di Milano” che concedeva ai cristiani libertà di culto. In realtà, ormai, l’impero era fortemente cristianizzato. Probabilmente dietro a questo “editto” sta un calcolo politico molto astuto. Costantino invita tutti nel suo palazzo, a Nicea, nell’odierna Turchia, perché non c’era altro luogo in grado di contenere tutti i padri partecipanti. Egli convocò il Concilio alla fine della primavera, in maggio. Occorre tenere presente che molti vescovi venivano da territori lontanissimi e che solcare il Mediterraneo non era un’impresa di poco conto. Ci furono vescovi che viaggiarono per mesi, prima di giungere alla sede loro assegnata. Anche l’imperatore partecipò almeno ad alcune sessioni e ad alcuni lavori dell’assise conciliare. Questo ci dice già che grado di importanza ebbe il Concilio e quanto fosse importante anche per il potere civile giungere ad una determinazione chiara della fede.

3.3 Una discussione ampia e apprezzata

Sappiamo, dalle cronache del tempo, che la discussione fu ampia ed apprezzata. Non furono poche le richieste di chiarimento, gli interventi chiarificatori, il ricorso ad esperti. La discussione fu lunga ed approfondita, accompagnata anche da una certa passione, come testimoniano molti cronisti del tempo. Emersero così anche figure di vescovi eminenti, ai quali venne riconosciuto l’impegno per la fede e l’amore per la Chiesa. Fu, dunque, un’immagine di Chiesa molto bella e molto profonda. Questa immagine di Chiesa fu davvero fortemente apprezzata da tutti e l’eco del Concilio si sparse ben presto in tutti i territori nei quali la Chiesa era ormai realtà viva e vivace. Lo stesso stile sarebbe stato conservato nei Concili futuri. Sono infatti molti i Concili dei primi secoli della Chiesa, quando fu davvero forte l’esigenza di chiarificare la dottrina e la morale, come pure la necessità di regolare la vita della Chiesa che conquistava sempre più spazio all’interno della società di quel tempo.

3.4 La soluzione del Concilio

Il Concilio prese in esame la soluzione di scrivere un “simbolo” della fede, cioè un concentrato di tutte le verità, scritto in maniera tale che potesse essere divulgato in ogni chiesa e imparato da ogni fedele. Fu così che si rese possibile non solo una reazione alle eresie, ma un intento educativo di assoluto prim’ordine. In un momento in cui la maggior parte dei cristiani non era istruita, l’idea di concentrare tutte le verità della fede in un’unica formula divenne vincente. Essa avrebbe detto, in modo molto conciso, tutte le verità di fede in cui crede chi fa parte della Chiesa, chi vuol dirsi cristiano. Ricordiamo che, in questo momento della storia, non è a tema una divisione tra le Chiese e, quindi, si procede tutti uniti nel cammino della salvezza.  È così che il Credo è sempre stato, per tutti i secoli futuri, un sicuro punto di riferimento. Il testo di Nicea, poi riverificato e leggermente modificato nel Concilio di Costantinopoli, divenne patrimonio di tutta la Chiesa, fino a noi. Il simbolo è detto “niceno-costantinopolitano” nella versione che anche noi usiamo, per la maggior parte delle volte, nelle celebrazioni liturgiche ove è prevista la sua recita. Non è questo il solo modo per professare la fede. Esiste anche un’altra versione, detta “degli apostoli”, sensibilmente più stringata, che racchiude le medesime verità senza spiegazioni aggiuntive. L’intento del simbolo niceno-costantinopolitano è, invece, quello di entrare con termini molto specifici nelle singole questioni, così da rendere possibile una chiarificazione assoluta della fede. Progressivamente il simbolo entrò nell’uso liturgico e questo determinò la sua diffusione capillare in tutte le Chiese.

3.5 La “fortuna” del simbolo della fede e i suoi limiti

Fu proprio questa la “fortuna” del simbolo della fede: una professione chiara, contenuta, comprensibile, patrimonio di tutti i fedeli, che riconoscevano i fratelli di fede proprio dalla professione di fede emessa. È chiaro che, nel modo stesso nel quale è composto il simbolo, sta anche il suo limite. La cultura che lo ha generato è la cultura greca di quel tempo. Il riferimento di alcuni termini è dato proprio dalla filosofia di quel tempo. Termini come “sostanza”, “ipostasi”, “persona”, hanno un riferimento che si può cogliere solo se ci si mette da questo punto di vista, altrimenti rimangono inintelligibili o quasi. Questo è anche il limite del simbolo stesso. Anche noi lo avvertiamo. Anche noi capiamo bene che non siamo più nella stessa situazione culturale e che alcuni termini sono ormai passati, superati, o non più termini comuni, non più dentro la nostra vita, non più così facilmente comprensibili come a quel tempo. Eppure il simbolo rimane come centro, cuore della nostra vita di fede e noi non possiamo fare assolutamente a meno di questo simbolo della fede per il nostro modo di vivere la fede.

  1. Le vicende post-conciliari

Sappiamo anche che le vicende post conciliari non furono così semplici. L’eresia ariana non venne debellata così facilmente e lo stesso Ario ebbe ancora la forza per esprimersi, per radunare attorno a sé credenti e comunità intere che si riferivano al suo modo di intendere la fede. Questo per dire che la situazione fu difficilissima. Ovviamente si intromisero anche molte situazioni create dal mondo politico che rese assai più complicato il tutto. Rimase però il desiderio e la voglia di continuare ad indagare le cose della fede. Rimase il desiderio di un pensiero teologico che approfondisse le verità tramandate. Rimase il desiderio di essere sempre in ascolto del proprio tempo, lasciando che ogni tempo avesse il suo modo di ripensare le verità che sono da sempre e per sempre. La storia del Concilio di Nicea è la bella storia di una Chiesa che vive, si interroga, ascolta, propone, verifica, dona a tutti tempo per parlare e dirsi. La bella immagine di Chiesa che ne emerge è quella di una Chiesa sinodale, che sa confrontarsi anche quando le cose diventano difficili.

  1. Per noi

Cosa aspettarsi da questa catechesi? Io mi aspetto che le verità del Credo siano chiarificate per tutti noi e mi aspetto che il Credo diventi il punto di riferimento per la fede di tutti noi, così che, se interrogati, tutti sappiamo dare ragione della speranza che è dentro di noi. Avere delle verità di fede di riferimento, non è spegnere il dialogo, la discussione, la messa in stato di ascolto anche della posizione degli altri. La fede è confronto, approfondimento, capacità di farsi carico delle posizioni degli altri. Mi aspetterei che ci fosse questo clima di attenzione e confronto per capire di che Chiesa siamo figli e cosa dicono le verità della fede che professiamo.

In secondo luogo mi aspetterei che questa catechesi potesse dire cosa possiamo fare, nel nostro tempo, per cercare di vivere ciò che il Credo ci dice. Sapendo che la Chiesa di oggi è in evoluzione, sapendo bene che la Chiesa di oggi è minoritaria, credo che valga la pena di conoscere approfonditamente quali sono i pilastri che reggono la nostra fede e perché è così importante ripetere la nostra professione di fede ogni domenica o ogni volta che la liturgia lo prescrive e lo prevede.

In terzo luogo mi aspetterei di poter vedere chiarificati tutti quei termini e tutte quelle espressioni che ci sembrano un po’ complessi, solo un dato da ripetere a memoria senza averlo compreso. Il Credo, infatti, non vuole blindare per far ripetere, ma vuole fissare i termini della discussione perché sia chiaro il contesto, il punto di riferimento di ogni professione di fede.

Infine mi aspetterei che ciascuno si appassioni della propria fede, così che possa poi dare buona prova e buona testimonianza agli altri di ciò in cui noi crediamo. Maria Santissima, che sempre assiste alla vita della Chiesa, ci doni di camminare in questa direzione, per vivere una vita di fede intensa e una professione di fede autentica.

Esercizio

  • Cosa ci aspettiamo da questa catechesi?
  • Cosa significa per noi credere?
  • Mi attira solo un aspetto e una riflessione storica o penso che sia una questione di sostanza fondamentale?