Project Description
Introduzione
Dopo esserci introdotti nel perché di questa catechesi ed avere incominciato a inquadrare storicamente il Concilio di Nicea e le ragioni che hanno portato ad un simbolo della fede, credo che sia fondamentale riflettere sull’atto di fede, prima ancora di incontrare uno per uno tutti gli “articoli” del Credo.
- Lo specifico del cristianesimo
Anzitutto mi soffermo su un elemento tipico del cristianesimo. Se noi guardiamo alla scrittura ebraica, ovvero a quello che per noi è il Primo Testamento, ci accorgiamo che raramente si parla di fede. Tutto il Primo Testamento ha, al suo cuore, un altro termine: il termine “legge”. Lo sappiamo molto bene anche per gli scritti di San Paolo che riflettono abbondantemente sul senso della legge ebraica. “Legge”, per gli ebrei, non è esattamente l’equivalente del termine fede. Infatti, per legge, si intende soprattutto il riferimento a quel grande codice etico che il Primo Testamento contiene. È più un riferimento al modo di comportarsi, alla condotta da tenere, al richiamo a come vivere. Questo, molto semplificando, è ciò che interessa al Primo Testamento.
Se usciamo dal mondo biblico ed entriamo nel mondo romano, che a noi è più vicino e del quale ci sentiamo figli, scopriamo che nemmeno nel mondo romano il termine fede ebbe grande rilievo e fortuna. Piuttosto il termine “religio” era al centro della riflessione del sentire religioso di tutto un popolo. Con “religio” sono intese tante cose ma, per dare un senso chiarificatore, dovremmo dire che sono intese tutte le pratiche di pietà che portano ad esprimere il rispetto per le tradizioni dei padri e per gli dei, che non sono altro che raffigurazioni dei grandi pregi o dei grandi vizi degli uomini. Non esiste un vero e proprio credo, esiste un atteggiamento religioso che porta a riferirsi a diversi dei da temere o da servire ma nei quali, sostanzialmente, non credere.
Il cristianesimo ha, invece, uno specifico che è oltre queste riflessioni. Il cristianesimo è una fede, ovvero richiama la Verità di Dio: qualcosa che va oltre la vita. Il cristianesimo ha una sua morale, cioè propone un suo codice di comportamento, ma non è propriamente una morale, un codice di comportamento. Nemmeno è solo il rispetto di tradizioni, anche se la tradizione è un elemento molto importante della fede cristiana. Per i cristiani diventa fondamentale la professione di fede in Dio, colui grazie al quale è ogni cosa, anche la vita stessa di ogni singolo uomo. È nella relazione con questo Dio che si rivela che il cristiano gioca tutto sé stesso. Questa rivelazione è compiuta da Cristo, che non viene a rivelare idee, dottrine, verità, ma viene ad incontrare gli uomini. È in questa relazione che Cristo richiama la verità di Dio, è in questa relazione che richiama anche in che cosa consista il comportamento dei figli di Dio. Gesù non agisce mai in astratto, ma sempre nel concreto di questa relazione. Lo specifico del cristianesimo è quello di richiamare l’uomo alla conoscenza di Dio che si rivela, perché le cose del tempo, nel quale ogni uomo è immerso, si lascino illuminare da quel richiamo di eternità che Cristo viene a portare nel mondo. Non, dunque, una dottrina, non un insieme di verità, ma un incontro sta alla base del comportamento di fede del credente. Non una professione di fede che deve snocciolare, uno dopo l’altro, tutti i pilastri della fede cristiana, ma una relazione con il Dio che si rivela personalmente che, pian piano, nella vita permette di fare grandi passi nella conoscenza di Dio. Ecco il cuore dello specifico cristiano. Il “simbolo della fede”, il “Credo” che ci apprestiamo ad esaminare o, se vogliamo, anche a studiare, non è, quindi un insieme di verità da ritenere con l’intelligenza, ma una luce che illumina la propria relazione con Cristo e che si lascia illuminare da essa. Tanto maggiore sarà la relazione con Cristo, tanto maggiore sarà anche la concretezza della fede di un uomo. Maggiore sarà la relazione di fede con Cristo, maggiore sarà anche la conoscenza della verità della fede. Tutto questo, quindi, mai in astratto, mai come su un manuale, ma dentro una storia: la storia della singola anima che Dio ha creato, che Dio sostiene, che Dio guida nella storia fino alla perfetta conoscenza di Lui.
- Fondamento e volontà
“Credere significa abbandonarsi con fiducia al senso che sostiene me e il mondo; significa accoglierlo come il solido fondamento su cui io posso stare senza timore” (J. Ratzinger)[1]
I teologi del Medioevo e, tra questi, San Bonaventura, avevano già rimproverato all’uomo il voler misurare ogni cosa, ma l’aver perso il senso della misura della propria anima. In un tempo differente dal nostro, con altri valori, altri principi, altri richiami, i teologi del Medioevo si erano già accorti che non erano le grandi questioni della fede ad illuminare il cammino di vita degli uomini, ma l’interesse per ciò che è circoscrivibile, misurabile, esperibile. Noi, che siamo figli dell’epoca moderna, potremmo dire molto di più. Anche il nostro mondo, anche il tempo di cui siamo figli, punta tutto sulla “scienza”, ovvero sulle cose che sono certamente conoscibili, misurabili, quantificabili, spiegabili con la razionalità. Non fa altrettanto sulla conoscenza di sé stessi, sulla conoscenza del proprio cammino umano, sulla riflessione circa il senso della vita dell’uomo. Questa riflessione è relegata nell’ambito delle scienze umane, se proprio va bene. Del resto pare che non interessi tanto riflettere sul senso della vita, piuttosto si vuole conoscere ciò che di questo mondo – e di quello che di questo mondo si può vedere, intuire, scoprire – è conoscibile in modo certo.
La conoscenza della fede apre un’altra porta, apre un altro orizzonte: l’orizzonte di Dio, quel Dio che sarebbe inconoscibile se non si fosse rivelato in Cristo. La fede nasce, come dice molto bene San Paolo, da un ascolto: l’ascolto della rivelazione, l’ascolto della Scrittura, l’ascolto anche della tradizione della Chiesa, ovvero del suo sapere, della sua riflessione, di quello che, in duemila anni di vita, ha saputo costruire come proprio tesoro. Il primato è, però, della Parola di Dio, perché è nella Parola di Dio che Dio si rivela, fa conoscere chi è, chiama gli uomini alla conoscenza della Verità che si rivela e che è Lui stesso.
Il cuore della fede è la proposta che essa fa all’uomo perché ogni uomo stia saldo nella vita. Noi crediamo perché vogliamo stare saldi in Dio. Noi crediamo perché vogliamo essere saldi nella professione di quella fede nella quale troviamo il senso dei nostri giorni, il senso pieno della nostra vita. La Scrittura lo testimonia molto bene. Il testo del Credo ci permette di esprimere questa verità con la parola finale: “Amen”. È la parola con cui terminano molte preghiere. È la parola con la quale terminiamo anche la professione di fede. Una parola intraducibile che deriva dal verbo “aman” che vuol dire proprio stare saldi. La professione di fede, le verità del Credo che noi esamineremo, permettono di stare saldi, permettono cioè di dare una direzione alla vita, di rendere salda la vita di un uomo nelle cose del tempo che mutano tutte. La fede permette all’uomo di avere una luce alla quale appellarsi, dalla quale lasciarsi illuminare, alla quale ricorrere, per dare senso alla propria avventura di fede.
Scrive ancora Ratzinger a proposito dell’atto di fede: “La fede non è mai stata un atteggiamento spontaneo dell’esistenza umana; è stata sempre una decisione che chiama in causa il nucleo più profondo dell’esistenza, che sempre richiede all’essere umano una conversione che si può ottenere unicamente con la decisione”.[2] Con lucidità papa Benedetto ci ha ricordato che la fede non è qualcosa di spontaneo, un atto che sgorga da sé dal cuore. Essa, invece, è sempre una decisione. Come tale comporta tante cose insieme. Un ricevere la fede come dono, un coltivarla come responsabilità, un fidarsi abbandonandosi a Dio, un lasciarsi guidare da altri, perché la fede non è mai atto solitario, ma si dà sempre dentro una comunità di credenti. La fede è una decisione che deve tentare di resistere anche quando le cose non vanno bene, anche quando i dubbi assalgono, anche quando le nubi sembrano più numerose delle luci. La fede è sempre la risposta ad una decisione personale. Se provate a pensare è esattamente il contrario di quello che molte persone dicono e pensano. Molti dicono che la fede deve essere atto spontaneo. Molti affermano di interrompere la propria vita di fede e, soprattutto, il proprio venire in chiesa, perché non lo ritengono più spontaneo. Il simbolo della fede ci educa esattamente in maniera contraria. Ci offre dei punti di forza su cui riflettere. Ci offre delle luci sulle quali scommettere. Ci offre dei punti di richiamo perché noi possiamo decidere e possiamo rinnovare sempre la decisione di credere. Perché ci sia tutto questo è necessaria la conversione. Conversione, ovvero l’atteggiamento di chi cerca continuamente, di chi non smette mai di pensare. Ecco il cuore ardente di cui parla Sant’Agostino, ecco la ricerca illuminante di cui parla San Tommaso, ecco l’instancabile fiducia di chi si rimette nelle mani di Dio, come moltissimi testimoni della fede hanno saputo fare nei secoli passati.
- Sapere e credere
Mi servo ancora di una citazione di Ratzinger. “Quando una persona dice “Credo”, non progetta, in primo luogo, un programma attivo di cambiamento del mondo, né si aggancia ad una catena di eventi storici. Il processo della fede non rientra nel rapporto sapere-fare che è tipico del pensiero incentrato sul fattibile, ma si esprime piuttosto nel rapporto tra stare saldi e comprendere”[3].
Anche questa citazione mi sembra utile per la nostra introduzione al Credo. Tutti noi siamo un po’ figli del nostro tempo e, soprattutto, almeno degli ultimi due secoli che ci hanno preceduto e, quindi, siamo nell’ottica del rapporto sapere – fare. Io mi preparo per un compito, studio, conosco, quindi faccio. È lo schema sul quale lavoriamo da tempo e educhiamo i nostri giovani proprio in questo senso: chiediamo loro di acquisire competenze sempre più profonde per cercare di prepararsi al meglio per un compito che, poi, dovrà essere svolto. La fede non va in questa direzione. Come diceva bene Ratzinger è nel rapporto comprendere e stare saldi. Potremmo anche dire: comprendere per stare saldi.
Si impone qui una riflessione e una precisazione. Chi è l’uomo che oggi vuole stare saldo? In effetti, credo, pochissimi. Pochissimi, oggi, desiderano avere una vita salda nella Verità. Anzi, mi pare che quasi non si possa più parlare di Verità, tanto che sempre più spesso ne parliamo al plurale e non al singolare. Parliamo delle verità che l’uomo può conoscere, ma quasi mai della Verità di Dio. Da qui deriva esattamente l’atteggiamento di chi non rimane saldo, l’atteggiamento di chi si sente poi preso da mille considerazioni che non portano da nessuna parte circa lo sbilanciarsi nella Verità. È l’atteggiamento tipico del relativismo o del sincretismo. Atteggiamenti che vediamo sempre più testimoniati anche tra noi. Sono molti, anche tra noi, i cristiani che si avvicinano, per esempio, alle filosofie orientali e che, poi, non riescono più a concentrarsi sui principi fondamentali della fede cattolica, ma si costruiscono un sistema personalizzato di valori, di punti di riferimento, di punti focali in campo religioso. Così come molti ritengono che Dio è sempre lo stesso e le vie per arrivarci, più o meno, si equivalgono tutte. Sono discorsi che noi sentiamo ripetere e che alcuni motivano anche in modo elaborato. Il punto di vista della fede cristiana è differente: poiché è Dio che si rivela all’uomo, la via per arrivare a Dio è quella rivelata da Cristo. Egli è la Vita eterna di Dio che si manifesta agli uomini e che promette agli uomini di entrare nella vita eterna. Perché questo possa essere attuato, occorre riconoscere in Cristo la Verità che si rivela. Lo dice Gesù nel Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”[4].
Il tema è molto affascinante. Cercare la Verità di Dio per stare saldi nella vita: questo è il progetto di vita di chi abbraccia la fede. Per fare questo, però, per stare saldi nelle esperienze della vita, occorre anche comprendere. Non basta avere un certo sentore di fede, non basta emozionarsi per alcune cose dell’esistenza cristiana. Occorre approfondire la fede, occorre comprendere. La fede è credibile proprio perché permette a tutti, ed anzi richiederebbe di per sé, un approfondimento intellettuale, che diventa ricerca interiore, che diventa gusto per la santità, che si trasforma in opere di vita. Tutte queste dimensioni sono unite tra loro. La fede non è solo un sapere, non è solo frutto di uno studio. La fede è dentro una relazione con altri credenti, nella fecondità della madre Chiesa. Mentre si cammina nelle cose comuni della vita, mentre si attende a quello che la vita di ogni giorno propone, ecco che nasce il gusto per Dio, per capire chi è, come si rivela, come si rende presente nei nostri giorni. In questa ricerca non solo ci si appassiona, ma si cerca anche di crescere e di fare in modo che il proprio comportamento di fede sia risposta al Dio che si rivela. Un percorso affascinante. Più lo percorriamo, più capiamo che è bene fondarci in esso, più vogliamo stare saldi nella professione di fede, più ci viene voglia di approfondire i contenuti della fede, più nasce in noi il desiderio di condurre una vita non solo onesta ma, addirittura, santa. Le cose sono tutte legate insieme, perché nella fede questi aspetti non possono essere scissi l’uno dall’altro. L’approfondimento culturale non è fine a sé stesso, la morale non è solo un codice etico al quale attenersi, la preghiera non è un’attività che deve prendere qualche spazio nella vita. Tutto è connesso. Uno crede a Dio che si rivela e quindi lo cerca, prega e, proprio per questo, cerca anche di approfondire la sua ricerca interiore, studiando le cose, dando un nome alle realtà, cercando continuamente di comprendere la serietà della proposta cristiana.
In una parola potrei dire così: è il gusto della fede. Gusto che è personale, che deve crescere dentro il cuore, che deve nascere dallo slancio della libertà che vuole trovare punti di riferimento per stare salda e per crescere e far crescere l’uomo che si professa credente.
- Credere in Cristo
“Fede, fiducia ed amore, in ultima analisi formano un tutto unico e tutti i contenuti attorno a cui la fede ruota, sono concretamente concretizzazioni di quella svolta che sostiene tutto di “quell’io credo in te”, ossia della scoperta di Dio guardando il volto dell’uomo Gesù Cristo”[5].
“Il cristianesimo non è un insieme di nozioni, bensì una via”[6].
Termino ancora con due citazioni di Ratzinger che mi servono per concludere questa parte introduttiva sul senso generale del Credo e dell’atto di fede stesso. Noi partiamo per una catechesi sul Credo da cristiani e, quindi, concretamente come uomini e donne che hanno fede in Cristo. Noi guardiamo al volto di Gesù, al mistero di Gesù per giungere alla contemplazione del volto del Padre. La Chiesa lo dice bene anche nel contesto dell’anno liturgico. Noi ambrosiani, che scrutiamo il mistero dell’Incarnazione, celebriamo il Mistero della Pasqua di Cristo e viviamo il Mistero della Pentecoste, dovremmo saperlo molto bene. È nel ciclo dell’anno liturgico nel suo insieme che noi ripercorriamo la vita del Signore, la sua rivelazione, il suo affidarsi al Padre per cercare di vivere illuminati dallo splendore del suo volto. Noi guardiamo costantemente al mistero di Cristo. Anche la nostra preghiera lo dice. La liturgia delle ore ambrosiana, che molti di voi recitate, ci dice proprio questo: noi vogliamo tenere sempre lo sguardo fisso sul Signore e lasciarci illuminare da Lui.
Non solo. Siamo dentro una via, siamo in una relazione sia tra noi che con Cristo, che è ciò che costituisce l’essenza della Chiesa. Ne viene che la catechesi sul Credo non vuole insegnare dottrine, non vuole puntualizzare concetti, ma vuole darci quello sguardo che la Chiesa, nel corso dei secoli, ha affinato, per portare gli uomini ad una sempre più seria consapevolezza del loro credere. Così tutti dovremmo essere certi che questa catechesi si inserisce nel cammino che stiamo facendo adesso, nella consapevolezza di fede che abbiamo adesso, nel cammino ecclesiale che abbiamo adesso. Questo ci aiuterà moltissimo, per capire che la Chiesa non “indottrina”, ma chiede di camminare. Guarderei con molta stima e con senso di riconoscenza molto vivo alla Chiesa che, anche con questo ricordo nei 1700 anni dal Concilio di Nicea, ci offre un itinerario per rendere più seri i nostri passi e più certo il nostro modo di credere.
La fede cristiana non è un’idea: è vita. Non è realtà disincarnata dalla storia, ma realtà perfettamente inserita nella storia. Non è libro da leggere e da studiare, ma parola che guida il cammino e che rende più certo il percorso.
Con queste premesse ci accingiamo, ora, ad entrare in sintonia con le grandi parti del Credo: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, la Chiesa, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Cercheremo così di rendere più splendente anche il nostro Battesimo, evento dal quale tutto ha tratto inizio per il nostro cammino di fede e al quale tutto rimanda.
Esercizio
- Per me la fede è decisione personale?
- Come interpreto la conversione?
- Quali sono le luci a cui mi affido?
- Cosa mi aspetto da questa catechesi che parte?
Esercizio di gruppo
- Cosa ci comunica il Credo? Come viviamo il momento della sua recita nelle liturgie?
- Quale difficoltà riscontriamo nella professione di fede che emettiamo?
- Quale fatica proviamo nel trasformarlo in vita, in gesti concreti per la vita credente?
[1] J. Ratzinger: “Breve introduzione al cristianesimo per tutti”, Queriniana, pag 35
[2] Ib. Pag 20
[3] Ib. Pag 31
[4] Gv 14,6
[5] Ib pag 39
[6] Ib pag 53