Project Description
Siamo all’ultima catechesi, sugli ultimi due punti del Credo che ha accompagnato quest’anno la nostra riflessione. Due temi distinti e molto forti, con un grande appello alla nostra libertà e alla nostra fede, nonché alla nostra speranza.
Professo un solo Battesimo per la remissione dei peccati.
Anche questa sera vorrei iniziare la catechesi dal Catechismo della Chiesa cattolica, che ci aiuta a comprendere lo stretto legame tra remissione dei peccati e Battesimo.
978 « La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzi tutto quando l’anima professa per la prima volta la fede. Con l’acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa — né originale né ogni altra contratta posteriormente — e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno » che non debba lottare « contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato ».
979 In tale combattimento contro l’inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? « Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all’ultimo giorno della vita ».
La questione fondamentale è duplice. Da un lato si vuole rispondere alla domanda: cosa libera l’uomo dai peccati? Potremo anche dire: come Cristo libera dai peccati? Dal momento che l’incontro vero, unico, edificante con Cristo è stato possibile solo agli uomini di quella generazione. Come dunque viene a noi il perdono dei peccati? La risposta riprende il dato evangelico. Il Battesimo, che Cristo ha istituito e che ha comandato agli apostoli di celebrare, è la forma con la quale viene a noi il perdono dei peccati. Potremmo anche dire così: Cristo ha liberato l’uomo dal peccato con il mistero della sua passione, morte e risurrezione. Una volta per tutte, salendo sulla Croce, egli ha preso su di sé tutti i peccati del mondo, tutti i peccati degli uomini e li ha redenti. Il perdono meritato da Cristo per gli uomini nella sua morte di Croce, viene a noi attraverso la forza sacramentale del Battesimo. È per questo che la Chiesa, celebrando il Battesimo, da un lato obbedisce al comando di Cristo, dall’altro genera figli di Dio nella speranza della salvezza. Ecco dunque, in breve, spiegata la prima questione che, avendo fondamento biblico, non lascia spazio a molti dubbi o a molte polemiche.
La seconda questione è più sottile e si è posta storicamente. Come abbiamo letto nel Catechismo, il battezzato ottiene il perdono delle proprie colpe, ma continua ad essere peccatore. La grazia del Battesimo vince ogni peccato, compreso quello originale, commesso fino a quel momento, ma lascia la libertà al suo posto e, quindi, ancora capace di peccare. Ecco la domanda: cosa capita se il battezzato pecca di nuovo? Il problema fu molto serio, specie in relazione a coloro che erano pervenuti alla fede ma, successivamente, in un tempo di persecuzione, avevano temuto per la loro vita ed erano caduti nel rinnegamento della propria fede, magari anche appena trovata. In molti casi, poiché la abiura era stata prodotta da paura grave, cessato il pericolo, cessava anche la paura di professare la fede, ed ecco che costoro chiedevano di continuare ad essere considerati figli della Chiesa. Cosa fare? Occorreva battezzare di nuovo coloro che avevano rinnegato la fede e, ora, volevano tornare nella Chiesa? La questione che si pose permise di chiarire la dottrina. No, non era necessario battezzare di nuovo. Il Battesimo è uno solo. Come dice chiaramente San Paolo nella lettera agli Efesini: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. (Ef 4, 4-6). La fede è una: la fede in Dio Padre di tutti. Il Battesimo è uno solo, perché immette in una comunità, la Chiesa, che è la comunità dei credenti che ha altri mezzi per far ottenere il perdono dei peccati a coloro che, dopo il Battesimo, hanno ceduto alla forza del peccato. È il potere della confessione. La riconciliazione, il sacramento della Penitenza, attua nel tempo il “potere delle chiavi”, ovvero garantisce ai credenti di avere di nuovo la remissione delle colpe che si sono commesse dopo il Battesimo. Poiché non c’è peccato che Cristo non possa perdonare e che la Chiesa, proprio per mandato di Cristo, non possa assolvere, ecco la risposta chiara. Il Battesimo è uno e uno solo. Al Battesimo il credente si prepara o lo riceve come dono, da parte di una comunità che accoglie il credente nel suo seno. Dopo il Battesimo non si cessa di essere peccatori. Ecco la necessità di ricorrere frequentemente al Sacramento della Penitenza per ottenere il perdono di quelle colpe che si commettono dopo il Battesimo. La grazia del Battesimo è sempre in atto, è sempre valida. Se, per caso, un credente non vive la fede, anche per lungo tempo, macchiandosi di diverse colpe, rendendo quella benedizione originaria non più operativa, non ha comunque bisogno di un secondo Battesimo se decide di tornare ad una professione viva e vitale della propria fede. Il peccatore ha a disposizione il sacramento della confessione e la forza che viene infusa dall’Eucarestia che potrà essere nuovamente celebrata e ricevuta. Questa forza dei sacramenti renderà il peccatore un “perdonato”, uno che ha riscoperto la grazia di Cristo e si disporrà a farne tesoro per tutti gli altri momenti della sua vita. Ecco, dunque, perché celebriamo un solo Battesimo ed ecco perché nella stessa professione di fede, lo annunciamo a tutti ricordando a noi stessi questa verità di fede. Dovrebbe essere chiaro anche a noi così come pure dovrebbe essere chiara a tutti la connessione tra i diversi sacramenti.
Aspetto la risurrezione della carne e la vita del mondo che verrà.
È l’ultima parola, la parte più aperta alla speranza e mi piace chiudere questa catechesi in questo anno giubilare facendo proprio riferimento alla speranza che, ormai, abbiamo variamente celebrato e che rimane come eredità di questo Giubileo che sta per concludersi. Anche in questo caso mi piace partire dalle parole di alcuni articoli del CCC.
988 Il Credo cristiano – professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante – culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.
989 Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità:
« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,11). 557
990 Il termine « carne » designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. 558 La « risurrezione della carne » significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri « corpi mortali » (Rm 8,11) riprenderanno vita.
La questione, anche in questo caso, è ben posta. La domanda: che fine facciamo? Cosa c’è dopo la morte? È una questione essenziale per l’uomo da sempre. Tutte le religioni, tutte le epoche si sono cimentate con questa questione ed hanno cercato varie risposte alla domanda fondamentale per ogni uomo. La Scrittura stessa ci mostra che la fede nella vita eterna è un concetto che si è sviluppato nel corso della storia della salvezza, secondo una crescente coscienza dell’uomo e secondo una crescente rivelazione. Rivelazione che è culminata in Gesù Cristo che, al centro, al cuore della sua predicazione, ha, appunto, il tema della vita eterna. Nel corso della storia della salvezza, Israele ha sempre avuto la chiara consapevolezza che il Dio dei padri è un Dio dei vivi e non un Dio dei morti. Dio è il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, come anche lo stesso Signore Gesù più volte e apertamente richiama nel corso della predicazione evangelica. È sorprendente e credo molto bello notare e far notare che questa progressiva coscienza di Israele e la progressiva rivelazione nella storia della salvezza, è andata di pari passo anche con la riflessione dell’uomo. È soprattutto la filosofia greca che, oltre il pensiero delle diverse religioni fino a quel punto sviluppate, plasma il concetto di immortalità dell’anima. Concetto che anche la sapienza di Israele, che si riflette in tutti i libri sapienziali del Primo Testamento, conosce, poiché viene in contatto con essa soprattutto nell’ambiente di studio e di ricerca presso Alessandria di Egitto, dove si incontrano pensatori di varie culture, di varie provenienze e di varie religioni. Israele fa tesoro anche di queste riflessioni, ma la sua proposta di fede, la sua riflessione di fede, sono certamente più profonde. Israele, forte della sua tradizione e della plurisecolare riflessione, giunge, circa al tempo di Cristo, a comprendere che è tutto l’uomo che si salverà. Lo dice bene il dato riproposto dalla Scrittura nei libri dei Maccabei: « Il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna » (2 Mac 7,9). « È bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati » (2 Mac 7,14).
Non solo la sua anima, voluta e plasmata da Dio a propria immagine e somiglianza come dice la teologia della creazione, ma tutto il suo essere. Questo pone la domanda: cosa ne sarà del corpo? Il corpo destinato alla corruzione, destinato alla terra, destinato ad essere nient’altro che cenere, che fine fa? La risposta che il Primo Testamento riesce ad intuire è che anche il corpo deve conoscere una sua salvezza, perché voluto da Dio e creato da Dio. Ovviamente la completezza della risposta di fede si ha solo con la rivelazione di Cristo, Colui che risorge dai morti non solo nel suo spirito, ma con tutto il suo essere e, quindi, anche con il suo corpo. Prosegue il Catechismo:
Come risuscitano i morti?
997 Che cosa significa « risuscitare »? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù.
998 Chi risusciterà? Tutti gli uomini che sono morti: « Usciranno [dai sepolcri], quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,29).
999 Come? Cristo è risorto con il suo proprio corpo: « Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! » (Lc 24,39); ma egli non è ritornato ad una vita terrena. Allo stesso modo, in lui, « tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti », ma questo corpo sarà trasfigurato in corpo glorioso, in « corpo spirituale » (1 Cor 15,44): « Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?”. Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco […]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile. […] È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità » (1 Cor 15,35-37.42.52-53).
Tre domande chiarissime che hanno tre risposte lapidarie e chiare. Tutti risorgeremo. Tutti siamo chiamati a questa realtà. Risusciteremo con il nostro corpo, perché esso è parte della nostra persona, voluto da Dio, creato da Dio, amato da Dio e curato da Dio in ogni momento della vita. Certo, il “come” della risurrezione rimane un mistero. Noi non possiamo “svuotare” e spiegare in ogni dettaglio la risurrezione di Cristo, che è un dato di fede al quale crediamo – e allora ha senso l’atto di fede – o al quale non crediamo e, allora, non ha senso parlare di risurrezione. Se crediamo alla risurrezione di Cristo pur non potendola spiegare, allora possiamo giustamente capire perché credere alla risurrezione della carne ma senza poterla spiegare in ogni suo aspetto. Ecco perché hanno senso le domande di fede, ecco perché possiamo giustamente nutrire dei dubbi. Ecco anche perché, come San Paolo, la Chiesa, la teologia, possono solamente esprimersi per immagini, senza mai arrivare a svuotare il mistero che tale rimane. Mistero che anche noi non potremo capire fino in fondo se non quando lo vivremo, ovvero quando anche noi entreremo nella vita eterna. Lì dove non avremo più bisogno di alcuna spiegazione, perché vedremo Dio così come Egli è e ameremo Dio in modo unico, totalizzante e vero. Esperienze che, ora, possiamo fare solo in parte. Come sempre dice il Catechismo:
1000 Il « modo con cui avviene la risurrezione » supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede. Ma la nostra partecipazione all’Eucaristia ci fa già pregustare la trasfigurazione del nostro corpo per opera di Cristo: « Come il pane che è frutto della terra, dopo che è stata invocata su di esso la benedizione divina, non è più pane comune, ma Eucaristia, composta di due realtà, una terrena, l’altra celeste, così i nostri corpi che ricevono l’Eucaristia non sono più corruttibili, dal momento che portano in sé il germe della risurrezione ».
C’è dunque un legame intrinseco tra la fede nella risurrezione della carne e la Santa Eucarestia. Più si celebra l’Eucarestia e maggiore è la forza che viene a noi dal Sacramento. Più si celebra l’Eucarestia e maggiore è la comprensione della vita eterna che noi possiamo avere. Così come crescerà sempre più, dentro di noi, il desiderio di stare alla presenza di Dio, cosa che si realizzerà solo nella visione eterna del suo mistero, quando anche noi saremo una sola cosa in Lui. Ancora il Catechismo:
1001 Quando? Definitivamente « nell’ultimo giorno » (Gv 6,39-40.44.54; 11,24); « alla fine del mondo ». 576 Infatti, la risurrezione dei morti è intimamente associata alla parusia di Cristo: « Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo » (1 Ts 4,16).
Quindi possiamo capire la sintesi prodotta dal CCC stesso:
1015 « La carne è il cardine della salvezza ». Noi crediamo in Dio che è il Creatore della carne; crediamo nel Verbo fatto carne per riscattare la carne; crediamo nella risurrezione della carne, compimento della creazione e della redenzione della carne.
1016 Con la morte l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Come Cristo è risorto e vive per sempre, così tutti noi risusciteremo nell’ultimo giorno.
Con questa estrema chiarezza, credo che il Catechismo ci abbia aiutato a capire bene ciò che noi ripetiamo nel Credo ogni volta che lo recitiamo e, soprattutto, ogni domenica nella celebrazione della Santa Eucarestia. La nostra speranza è l’incontro con Cristo, è l’ingresso nel mistero di Dio. Noi incontreremo Cristo, noi entreremo nel mistero di Dio solo dopo la nostra morte, quando conosceremo, nel giudizio personale, il destino della nostra anima. Nella risurrezione finale, nel giorno del giudizio, noi assoceremo alla nostra condizione, il nostro corpo, perché la carne è il cardine della salvezza. Il corpo, voluto da Dio, amato da Dio, benedetto da Dio, è destinato ad essere polvere solo momentaneamente. Il suo destino finale è la risurrezione.
Aperti alla speranza
Così vorrei che concludessimo questo ciclo di catechesi aperti alla speranza, ovvero aperti a gustare “la vita del mondo che verrà”. Mi piace molto pensare a questa ultima frase del Credo come ad un invito a contemplare una bellezza sconosciuta. Più che farmi domande, quando recito questa ultima frase del Credo, penso alle gioie e alla bellezza della vita eterna, che, ora, possiamo solo dire con immagini, ma che sarà infinitamente superiore a quello che possiamo dire o immaginare con parole povere o con concetti semplici. Anche la parola più profonda che potremmo dire, anche l’immagine più bella che potremmo sfoderare, non potrà mai dire bene la verità della vita eterna e non potrà mai comprendere tutta la bellezza della vita eterna. Il Credo ci apre, quindi, alla speranza. Noi siamo chiamati alla speranza. Noi siamo pellegrini di speranza. Noi siamo in attesa “che venga a noi la beata speranza, che venga a noi il nostro salvatore Gesù Cristo”. Vi invito a coltivare questa speranza. Abbiamo fatto molte cose quest’anno, abbiamo detto molte cose. Credo che la cosa più bella che possiamo fare, quasi alla fine di questo anno giubilare, sia proprio un atto di speranza. Attratti dal bello, attratti dal mistero, rimaniamo in cammino verso quella meta che è la vita eterna alla quale tutti siamo destinati, fin dalla fondazione del mondo.
Conclusione
Sette incontri sul Credo. Sette serate che abbiamo dedicato a scoprire la bellezza della nostra fede. Sette serate che abbiamo messo a disposizione di Dio, nella nostra comunità, per vivere bene la fede. I 1700 anni di questa professione di fede sono stati solo un’occasione per riflettere, per vivere bene una chiamata che è generale: la chiamata ad avere una fede sempre più profonda e consapevole. Che cos’è il Credo? Una filastrocca? Una preghiera molto complessa? Un insieme di verità astratte? Che cos’è il Credo per noi? Spero che ciascuno sappia dare una risposta più profonda e personale. Spero davvero che la risposta che possiamo dare sia, in qualche modo, anche il riflesso dell’approfondimento che abbiamo cercato di fare insieme, così che la nostra fiducia e la nostra speranza siano sempre fisse in Dio, che è “l’autore e il perfezionatore della nostra fede”. Davvero mi piacerebbe se, come dicevo poco fa, tutti fossimo un poco cresciuti nel desiderio di vedere il volto di Dio e di partecipare a quella ineffabile comunione di persone che è la vita eterna.
Spero anche che questo piccolo e modesto percorso di approfondimento di fede, unito a quello dell’anno scorso sui comandamenti, ci aiuti a capire che la fede va sempre gustata, ricercata, amata, approfondita, tenuta viva in modo da non sederci mai, in modo da non perdere mai la connessione tra il cuore, la mente, l’anima.
Come è emerso proprio nel corso di questa ultima serata, vorrei ricordare a tutti che c’è un solo luogo dove tutte queste componenti della fede si fondono insieme e ci aiutano ad avere già quasi un anticipo di vita eterna: l’Eucarestia. Non è un caso se, proprio nell’Eucarestia, noi recitiamo il “Credo”. È proprio nell’Eucarestia che l’approfondimento della fede, sostenuto dalla Sacra Scrittura, si fonde con ciò che è profondamente depositato nel nostro cuore e incontra il mistero di Dio che ancora viene a noi nelle specie del pane e del vino consacrati. Lasciamo che l’Eucarestia sempre ci sorregga: ora nel percorso di approfondimento della fede che tutti siamo chiamati a fare, trasportandoci in quella comunione di vita eterna che, un giorno, gusteremo nel mistero di Dio.