Project Description
Introduzione
In questa quinta ed ultima serata mettiamo a tema un’ultima specificazione che intitolerei così: relazionarsi a sorella morte. Credo che ogni corso di esercizi spirituali debba comprendere almeno una meditazione sulla morte se non proprio chiudere, come facciamo noi questa sera, con una meditazione su questo tema. Prenderemo in considerazione solamente Mosè e la sua vita, lasciando poi uno spazio per le conclusioni generali del corso di quest’anno. L’opportunità del tema mi viene anche suggerita dal contesto dell’anno giubilare che, come anche in altri momenti di quanto abbiamo vissuto, diventa occasione per una riflessione sul tema della speranza.
Esercizio preliminare
- Come accolgo questo tema?
- Che riflessioni ho già fatto sulla morte?
- Metto mai a tema la “mia” morte?
- Come penso di avvicinarmi a quel giorno?
Quarto tema: relazionarsi a sorella morte
Una breve introduzione per spiegare che andiamo oltre i testi di Esodo, Efesini e del Vangelo di Matteo che abbiamo considerato particolarmente in questi giorni. Dobbiamo necessariamente andare nel libro del Deuteronomio perché della morte di Mosè si tratta in questo testo. Una prima cosa sorprendente è che ci sono quasi tre capitoli, il 31, il 32 e il 34 che sono dedicati alla morte di Mosè. È una cosa che non capita con nessun altro personaggio biblico, se togliamo Gesù, la cui morte è centrale nei Vangeli insieme al mistero della sua risurrezione. Il che pone una domanda: perché di Mosè, della sua morte si dice così tanto? Perché a tutti i personaggi di cui si celebra la morte si dedica poco spazio e a Mosè uno spazio così ampio? Dei profeti, per esempio, non sappiamo nemmeno come sono morti. Perché di Mosè sappiamo tutto?
C’è poi anche una seconda questione importante da ricordare. Come forse sappiamo di Abramo, Isacco, Giacobbe, cioè dei grandi patriarchi che hanno fondato, per così dire, il popolo di Israele, si parla molte volte nella Scrittura. Ci sono molti brani che vengono a loro dedicati. Non così per Mosè. Se eccettuiamo il libro del Siracide, di cui conosciamo i famosi “medaglioni” uno dei quali è anche dedicato a Mosè, gli altri libri del Primo Testamento non parlano quasi mai di Mosè. Se andiamo nei Salmi ci accorgiamo di una cosa sorprendente. Prendiamo il salmo 35: viene descritta minuziosamente l’opera della Pasqua ebraica con continuo riferimento alla misericordia di Dio, ma di Mosè non si cita nemmeno il nome. Perché? Perché di Mosè che pure è così fondamentale non si dice niente? Nemmeno i profeti dicono qualcosa di lui. Lo troviamo citato nel Vangelo, più volte, la più importante delle quali nel testo della Trasfigurazione, ma mai nel Primo Testamento. Perché?
Anche sostenuti da queste domande entriamo nel cuore, nel segreto di questi tre testi sacri bellissimi e profondi.
- La consapevolezza di Mosè di fronte alla morte: il tempo che finisce
La prima cosa che emerge è detta nel capitolo 31 al v 1: “Io oggi ho 120 anni e non posso più andare e venire”. Mosè è consapevole della sua età, della sua condizione di vecchio e anche del suo non poter più essere a capo di Israele. Lo ammette, con tanta semplicità, con tanta onestà. Non sta a dire nulla di altro. Semplicemente ammette di essere divenuto troppo vecchio per continuare ad essere il capo di Israele. Una prima consapevolezza che è mirabile. Non cerca giri di parole, non cerca posti, non chiede di essere affiancato da qualcuno: capisce che questo è il preludio della morte, la sua morte.
- La consapevolezza di Mosè di fronte alla morte: il comando di Dio
La consapevolezza di Mosè non è solo umana, non viene solo dal sapere che il tempo sta finendo, non viene solo dal capire che la sua età è quella di chi muore. Egli sa bene che c’è un comando di Dio che gli impedirà di entrare nella Terra Santa: “Tu non entrerai!”. Abbiamo già avuto modo di dire che Mosè è sempre stato dalla parte del popolo, ha sempre preso le difese del popolo e, per questo, è stato inserito nel numero dei “peccatori” che hanno osato “lamentarsi di Dio”. È un modo per dire che anche Mosè ha vissuto come tutti gli uomini della sua generazione. È un modo per dire che come tutti sono morti nel tempo dell’Esodo, così doveva accadere anche a Mosè.
- La consapevolezza di Mosè di fronte alla morte: la presenza di Dio
C’è una terza consapevolezza bellissima in Mosè: la presenza di Dio. Egli ne parla in riferimento a Giosuè, che deve prendere il suo posto, ma, in realtà, questa è la consapevolezza che ha accompagnato la sua vita ed è la consapevolezza che riguarda ogni uomo. Il Signore è presente, il Signore non abbandona, il Signore accompagna. Mosè sa benissimo tutto questo e rimane in questa consapevolezza anche di fronte alla sua morte. Mentre parla al suo popolo e mentre rincuora il suo successore, Mosè dice a sé stesso che il momento che lo attende, il momento della morte, sarà il momento massimo di affidamento a Dio, il momento massimo di fiducia in Colui che egli ha visto e con il quale ha parlato.
- La salute di Mosè
Sorretti da queste prime note, abbiamo di fronte anche un altro mistero. Mosè sta bene! Mosè, anche se è vecchio, sta benissimo. Infatti, se andate al v 7 del cap 34, si dice che “gli occhi non si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno”. Dunque non ci sono segni fisici che stiano ad indicare la sua imminente morte. Ci vede, ci sente, cammina, ragiona, ha ancora forza. Il che contrasta con quello che è stato detto al capitolo 31, quando Mosè stesso ha compreso di non poter più “andare e venire”. Il contrasto si risolve solo ammettendo che Mosè abbia avuto questa consapevolezza per un suo sentire interiore che non nasceva dalla sua salute. Mosè capisce che non può più fare tutto quello che ha fatto perché sta venendo meno la sua salute. Capisce che non sarà più il capo di Israele perché deve morire per comando di Dio.
- Il comando di Dio
Questo ci porta a rileggere anche il capitolo 32, dove, al v 50, abbiamo sentito il comando di Dio: “Muori sul monte sul quale stai per salire e riunisciti ai tuoi antenati”. Mosè muore per comando di Dio! Sembra anche un comando assolutamente crudele perché si aggiunge subito: “Tu vedrai la terra ma non vi entrerai”.
Così siamo edotti e capiamo che, benché si dica così tanto, la morte di Mosè è un mistero. Un mistero che non riusciamo a sciogliere.
- E la tomba?
Il mistero si infittisce anche perché il capitolo 34 ci dice che Mosè muore solo. Ma come? Lui che aveva intorno un popolo, lui che avrà avuto attorno tutti i suoi servitori, lui con cui tutto il popolo avrà avuto mille riguardi muore da solo? Ebbene sì! Di più. Rileggete il v 6: “Nessuno, fino ad oggi, ha saputo dove sia la sua tomba”. Fino ad oggi non è l’oggi dell’autore biblico, ma è oggi. Ho letto lo scorso anno un bellissimo studio sulla non tomba di Mosè, cioè sulla ricerca della sua tomba che non ha dato esito. Nemmeno con i satelliti! Eppure sappiamo bene dove sia morto! A differenza, anche questo è da dire, di altri grandi personaggi biblici che hanno una tomba, che la devozione dei fedeli e il culto di Israele ha sempre ben conservato. Anche questo è un mistero che si aggiunge ai precedenti!
- La memoria di Mosè
Eppure la memoria di Mosè è viva, vivissima in tutto il popolo di Israele ma anche nel popolo cristiano. Tutti lo conosciamo, tutti lo citiamo, tutti conosciamo i comandamenti. Insomma, la vita e l’opera di Mosè hanno fatto scuola. Egli rimane come un punto di riferimento imprescindibile per tutti noi credenti.
Rilievi spirituali
Quali sono i rilievi spirituali per una possibile nostra meditazione?
- Mosè muore da solo. È un primo rilievo spirituale che è in grande contrasto con altre morti – quasi tutte – almeno nel Primo Testamento. Tutti i grandi muoiono con qualcuno intorno. Tutti i patriarchi radunano la loro famiglia. Mosè insegna che, di fronte al mistero della morte, si sta da soli. Si possono avere intorno anche molte persone ma, di fatto, quando si muore, si muore soli. Soli nel confronto con la “nemica antica” o con la “sorella”, dipende dai punti di vista e da come si arriva alla morte, ma è certo che il mistero del morire vede il morente come unico protagonista.
- Mosè muore come un servitore di Dio. È un secondo rilievo spirituale. La morte di Mosè ci fa dire che un fedele servitore di Dio, come lo fu Mosè, muore da servitore, muore come uno che ha saputo fare grandi cose in nome di Dio e per il popolo di Dio. Mosè ha fatto della sua vita un servizio. Egli credeva di avere una vita propria, aveva un lavoro, si era sposato, aveva fatto famiglia. La sua vocazione lo ha portato lontano. La sua missione lo ha immerso in un contesto che Mosè non avrebbe nemmeno potuto sognare. Mosè muore come un servitore di Dio fedele, come uno dei molti che ha collaborato con la storia della salvezza.
- Mosè muore come un “non indispensabile”. Mosè, come abbiamo sentito, muore istruendo Giosuè, dando a lui ogni autorità e potere. Avrebbe potuto dubitare di un successore, avrebbe potuto chiedersi chi mai lo avrebbe potuto sostituire. Invece, con grandissima umiltà, Mosè comprende che c’è un uomo che Dio indica come suo successore e lo individua, lo benedice, fa in modo che tutto il popolo lo accolga con quel rispetto che deve essere dato a colui che deve avere il compito di andare avanti con la storia e che deve portare avanti, per un altro tratto, la storia della salvezza, la storia del popolo di Dio, la storia di alleanza tra l’uomo e Dio. Mosè non si sente indispensabile. Non si rende indispensabile. Non vuole nemmeno essere ritenuto indispensabile. Con quello che pure ha fatto! Mosè si abbandona con umiltà alla volontà di Dio e chiude gli occhi nella speranza di Dio.
- Mosè muore nella fede. Mosè, l’uomo che ha parlato con Dio, muore nella fiducia della misericordia di Dio. Non contano le risposte di Mosè di fronte al mistero del suo morire. Conta solamente la sua obbedienza. Quell’obbedienza che aveva guidato tutta la sua vita, guida ora il santo profeta nel momento della morte. Mosè muore in pace, perfettamente riconciliato con Dio e con gli uomini. Egli scompare dalla faccia della terra ma rimane nella storia della spiritualità, non solo del suo popolo ma anche nostra.
Per una cura delle relazioni
Siamo alla fine del nostro percorso e, come ho detto, trovo proprio utile riflettere sulla nostra morte.
- Si muore stando di fronte al mistero della morte
Abbiamo capito da Mosè che, qualsiasi saranno le condizioni del nostro concreto morire, che ora non sappiamo, si muore “da soli”, ovvero stando davanti al mistero della morte. Questa sera o nella preghiera dei prossimi giorni, o in questa fine di Giubileo, trovo giusto raccomandare di trovare uno spazio di preghiera, più che di tempo, per stare ciascuno davanti al mistero della sua morte. Abbiamo bisogno di coltivare spazi di silenzio per stare di fronte alla morte. Abbiamo bisogno di spazi di solitudine per interrogarci sul morire che riguarderà, prima o poi, tutti, non per domandarci cose concrete, anche se queste ci preoccupano molto, ma per vivere, con una attenzione spirituale forte, il nostro approssimarci alla morte.
- Morire da servi inutili
Utilizzo questa frase del Vangelo per dire come dovremmo morire noi cristiani. Dopo aver fatto molto, e tutti facciamo davvero tanto per tanti, credo che occorrerà tirare un po’ i remi in barca. Non solo per l’età che andrà avanti con i suoi acciacchi, non solo per il venir meno delle responsabilità, ma sentendoci non indispensabili per nessuno. Per quanto possiamo avere fatto, per quanto possiamo avere avuto o avere ancora compiti, mansioni, servizi da rendere, non dobbiamo mai affezionarci ad essi o rimanere schiacciati da alcunché. Piuttosto dobbiamo essere sempre pronti a dire: “Siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Ci educheremo a questo se cercheremo, così come possiamo, di non ritenerci indispensabili nei servizi da compiere oggi.
- Morire fidandoci
Infine, credo che Mosè ci abbia detto molto bene come tutti siamo chiamati a morire fidandoci di Dio. Il momento della nostra morte, se ne avremo coscienza, dovrà essere il momento dell’affidamento più grande. Affidamento che non si improvvisa. Affidamento che dobbiamo coltivare adesso, giorno dopo giorno, in quel concreto cammino di fiducia e di affidamento che è la fede. Per questo vorrei chiudere la meditazione con uno sguardo allo scampolo di Giubileo che ci rimane da vivere. Cerchiamo di fare di questi ultimi tre mesi che rimangono, un invito alla speranza e un invito all’affidamento concreto nelle mani di Dio. Credo che questo potrebbe essere il modo più bello di chiudere il Giubileo che abbiamo vissuto insieme in questi mesi. Lasciamo che la speranza di Dio, la speranza dell’incontro con Lui, la speranza della vita eterna, prendano sempre più parte dentro di noi e ci aiutino a vivere anche il pensiero della morte con un vivo e forte atto di affidamento a Dio Padre.
Conclusione generale
Concludiamo, questa sera, questa nostra preparazione alla festa della Madonna del Rosario. Concludiamo con uno sguardo retrospettivo al tema delle relazioni. Spero che tutti abbiamo potuto capire che le relazioni sono qualcosa di fondamentale nella vita di ciascuno di noi. Qualcosa di vero, di bello, di grande, di insostituibile. Qualcosa che non potrà mai essere rimpiazzato da niente di diverso. Perché le relazioni schiudano veramente ciò che promettono, occorre curare le relazioni. La cura delle relazioni richiede tempo ed attenzione. Non è possibile pensare a qualcosa di diverso. La cura delle relazioni si vede nelle molte cose che si possono fare con le altre persone e per le altre persone. Credo e spero che abbiamo anche imparato che la cura per le relazioni non è qualcosa che deve riguardare solo la nostra singola persona. È qualcosa che riguarda anche la comunità. Tutti, come battezzati, abbiamo la responsabilità di curare le relazioni dentro la comunità e in favore della comunità. Nessuno è escluso da questa responsabilità comune che tutti insieme dobbiamo curare e vivere.
Queste note sintetiche ci aiutano a capire che “tra noi non deve essere così”, cioè come vanno nel mondo tante cose. Viviamo in un mondo dove non brilla la cura delle relazioni, in un mondo in cui si tiene quasi di più alle relazioni virtuali che a quelle reali, in un mondo dove non conta tanto la sacralità della persona, quanto il vivere secondo quello che fa più piacere. Ebbene, io concludo con il richiamo ad un esercizio che è anche esercizio di fede ma che non dovrà essere fatto qui, in questa sede, o in preghiera. Vorrei che dalla preghiera di questi giorni nascesse un rinnovato stile di stare in comunità. Uno stile di presenza, che parte, soprattutto, dalla Messa domenicale. So di non doverla raccomandare a voi, ma attraverso voi chiedo che si raggiungano soprattutto le persone e le famiglie che non hanno a cuore l’incontro con Gesù Risorto nel Sacramento. Anche questa è già una missione. Anche questa è già una cura per le relazioni da avere. Inoltre vi lascio anche il compito di vivere i momenti di raduno, di vita comunitaria che in questo anno pastorale sapremo approntare, come momenti in cui essere presenti, momenti da richiamare e da mettere all’attenzione di tutti. Feste, raduni, processioni… nella nostra comunità c’è un po’ di tutto e si fa un po’ di tutto. Ecco perché credo sia vostro dovere far correre una voce, farvi interpreti di un invito, mettere all’attenzione di qualcuno le cose che facciamo… insomma, credo che occorrerà utilizzare ogni stratagemma possibile per vivere bene la relazione in comunità, in famiglia, nella Chiesa… accogliendo sempre la relazione come un dono e partendo sempre da Dio.
Maria, che in questi giorni abbiamo invocato come Madonna del Rosario, ci aiuti a vivere bene questa fine di esercizi, la festa della prossima domenica e l’anno pastorale che abbiamo appena iniziato, perché tutto si svolga a lode e gloria del suo Figlio Gesù.
Esercizio finale
- Quali aspetti della relazione che abbiamo affrontato in queste sere mi hanno più preso?
- Quale decisione per vivere bene la mia fede in questo anno pastorale?
- Quale decisione per la vita di comunità?
- Quale credo possa essere il mio contributo per vivere bene la relazione con Dio e con tutti coloro che camminano con me in questa comunità?
- Decisioni concrete per il prossimo anno pastorale e per la fine del Giubileo…