Settimana Autentica2021-03-15T11:13:17+01:00

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Settimana Autentica

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Introduzione

Il tempo della settimana autentica è un “unicum”. Si tratta solo di pochi giorni, ma dal punto di vista liturgico sono i giorni più importanti dell’intero ciclo liturgico annuale.

Scopriamo insieme come la Chiesa di Milano vive questi giorni e cosa propone ai fedeli per il loro itinerario spirituale.

La Domenica delle Palme.

La settimana autentica, come sappiamo, si apre con la Domenica delle Palme. La prima e peculiare caratteristica è che nel vangelo vigiliare, non troviamo, nemmeno in questo caso, la lettura di un vangelo di risurrezione. Si legge invece la pericope della cacciata dei venditori dal tempio, operata da Gesù nell’imminenza della sua passione. Come mai? Il motivo è molto semplice. In quell’occasione, Gesù ebbe a dire: “distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni”. Poiché l’evangelista spiega che il tempio a cui si riferisce è lo stesso tempio che è il suo corpo, ecco il motivo per cui, entrando nella settimana santa, si legge questa pericope.

Come probabilmente sappiamo, sono due gli schemi celebrativi della domenica delle palme, per ricordare due diversi episodi della vita del Signore.

L’INGRESSO DI GESÙ A GERUSALEMME, che viene celebrato nella S. Messa solenne con la processione. In questo caso, normalmente nella Messa principale della giornata, si legge la profezia di Zaccaria (9, 9-10), che parlava dell’ingresso del Messia a Gerusalemme, cui fa seguito il Vangelo, nella narrazione di Giovanni (12, 12-16), dell’episodio di accoglienza con rami di palma e di ulivo. Come epistola si è scelto Col 1, 15-20 che parla del mistero della redenzione mediante la carne e il sangue. In effetti ci stiamo inoltrando proprio nella settimana in cui la chiesa celebra distintamente questi episodi.

L’UNZIONE DI BETANIA è il secondo episodio che fa capo a questo giorno. Essa ricorda, in previsione della morte del Signore, il gesto di Maria che usa quell’olio pistico, dal valore incommensurabile, i famosi 300 denari, per anticipare già il significato della morte del Signore. Come epistola si legge Eb 12, 1b-3, con l’evidente significato di invito a percorrere la Settimana Santa che sta davanti al fedele con lo sguardo fisso su Gesù “che si sottopose alla Croce”. Evidentemente, come abbiamo già detto, nel vangelo si legge l’episodio dell’unzione di Betania narrato in Gv 11, 55-12,1.

Le ferie della settima a santa.

Le ferie fino al mercoledì, hanno un loro andamento che introduce direttamente nel triduo. Sono i libri di Giobbe e di Tobia ad offrire il riferimento al fedele: le due storie dei giusti che hanno sofferto, sono introduzione alla storia di cristo, il giusto che soffre per eccellenza. È da notare che fin dai tempi di Sant’Ambrogio si leggono queste due scritture, che aiutano il fedele a meditare sul significato salvifico della morte di Cristo. Possiamo far notare che, dopo la riforma, non si legge più solamente la cornice del libro di Giobbe, ma si entra nel vivo della vicenda. Per quanto riguarda il libro di Tobia, invece, la vicenda viene letta in due cicli differenti. Nel primo si mette l’accento sulla vicenda sponsale di Tobia e di Sara, permettendo così di sottolineare la vicenda di rinascita di questa coppia e il suo legame con il paragone Cristo – Chiesa. Nell’altro anno, l’accento cade più marcatamente sulla vicenda del vecchio Tobi, l’uomo dalle giuste elemosine che soffre e che viene riscattato proprio dall’opera del figlio.

Per quanto riguarda la lettura evangelica, essi sono a ciclo unico e rappresentano:

  • lunedì:
    invito a vigilare per non perdersi nei fatti dolorosi della passione. Questo vangelo ha anche un significato escatologico cosmico, così da meglio collocare la vicenda unica di Gesù nella storia;
  • martedì / mercoledì:
    taglio narrativo sulla decisione di catturare il Signore per metterlo a morte e il patto scellerato tra Giuda ei sacerdoti per catturarlo.

La S. Messa Crismale.

Il triduo, l’insieme di Giovedì, Venerdì e Sabato, si apre con una S. Messa al mattino, che viene celebrata dal Vescovo, nella Cattedrale, nella quale si consacrano gli olii che saranno usati nell’anno successivo per la vita sacramentale della Chiesa. In questa stessa eucarestia, il Vescovo, unitamente al clero, rinnovano le promesse sacerdotali. Si ha così un raccordo perfetto di tutti i sacramenti che vengono istituiti in questo giorno, con un’attenzione del tutto singolare al sacerdozio e, nella Messa della sera, all’Eucarestia.

La scelta del lezionario è varia.

La prima lettura insiste sul tema dell’olio e può spaziare dall’unzione davidica, alle prescrizioni di Mosè per l’unzione sacerdotale, alla profezia di Isaia sulla connessione tra unzione e trasmissione dello Spirito.

Dal Nuovo testamento si propone San Pietro, con il sacerdozio regale dei Cristiani, oppure Giacomo sull’unzione dei malati da parte dei presbiteri, o l’Apocalisse, dove veniamo definiti un “regno” di sacerdoti per Cristo.

L’Epistola, propone, sempre a scelta, 4 brani differenti della lettera agli Ebrei, nei quali è possibile notare la novità e l’unicità del sommo sacerdozio di Cristo, oppure è possibile meditare Corinti, sull’unità di “sentire e di pensiero” della comunità cristiana stessa.

Vangelo. Anche per il Vangelo è possibile una scelta, tra il ricordo delle unzione degli apostoli e la conferma della loro attività apostolica e missionaria (Mc 6, 7-13), oppure il brano di San Luca nel quale Gesù stesso dice che, attraverso di lui, si compie la profezia di Isaia (Lc 4, 16-21).

La liturgia della parola del Giovedì Santo mattina.

Il mattino del giovedì santo, nella comunità parrocchiali, è possibile una piccola celebrazione della Parola di Dio che presenta altre due storie dell’antico testamento che meritano di essere conosciute ed apprezzate.

La storia di Susanna, la storia di una donna che rischia il giudizio e la morte pur non avendo commesso nulla, anzi avendo osservato la fedeltà al marito nonostante le minacce subite. È la storia che permette di riflettere, ancora, sul tema del giusto condannato.

Molto più nota è la vicenda di Daniele, il giusto che viene gettato “nella fossa dei leoni”. La sua vita misteriosamente salvata, diventa figura della vita di Cristo che non viene risparmiato alla morte, ma dalla morte stessa viene liberato.

Anche queste letture formano un tutt’uno con la struttura del triduo e sono un’occasione di meditazione unica per il popolo di Dio.

SANTA MESSA IN COENA DOMINI

Nel triduo pasquale la Santa Messa in Coena Domini è inserita nella struttura del vespero (vigiliare), perché è il solenne ingresso nel primo giorno del triduo pasquale, tutto dedicato alla commemorazione della passione, morte e risurrezione del Signore.

Inoltre, sono assenti da essa tutti quegli elementi che contraddistinguono la solennità delle feste, per lasciare spazio ad altri elementi che dicono, invece, l’assoluta singolarità del momento che si sta vivendo.

Infine, il suo carattere vespertino la assimila alla vigilia delle grandi feste, anche se, per alcuni elementi, esiste una differenza non irrilevante.

Struttura vespertina.

La struttura vespertina appare spezzata in due grandi parti. La prima è collocata all’inizio della celebrazione, l’altra dopo la comunione.

La prima comprende:

  1. Rito della luce: in questa celebrazione non solo si dà inizio alla veglia con l’accensione della luce, ma si mette anche a confronto la luce di Cristo con le tenebre di Giuda, come è specificato ancor meglio dall’inno.
  2. Inno: ha un andamento fortemente drammatico e presenta in forma lirica gli avvenimenti che saranno annunciati, in forma descrittiva, nella lettura del vangelo; è inequivocabilmente rivolto al Signore Gesù che, con la sua passione, redime l’uomo; è molto giocato sul verbo latino “tradere” che significa sia “tradire” che “consegnare”;
  3. Responsorio in coro: in coro significa riservato ad una specifica ministerialità, come è nelle grandi veglie ambrosiane. Anche il responsorio permette di approfondire meglio i grandi eventi che si stanno per celebrare.

Lettura vigiliare.

Normalmente, nelle grandi veglie ambrosiane, troviamo 4 letture vigiliari. Nel caso del giovedì santo ne troviamo una sola ma di notevole estensione. La lettura del libro di Giona era già in uso fin dal tempo di Sant’Ambrogio. La chiesa Ambrosiana rilegge questo libro (nelle parti tratte per la liturgia) seguendo la stessa indicazione del Signore. Lui stesso ha parlato del “segno di Giona”, nella sua predicazione. Questa lettura è del tutto consona ad introdurre la celebrazione dell’intero mistero pasquale. Ecco perché viene riletta ogni anno, in questa celebrazione.

Epistola.

Come vediamo dal libretto della celebrazione, si legge 1 Cor 11, 20-34, con l’evidente intento, in questa Messa serale, di specificare il rapporto tra Chiesa ed Eucarestia. La chiesa intera, infatti, fa memoria della istituzione della S. Eucarestia e, con essa, del dono del sacerdozio.

Vangelo.

La lettura del vangelo è preceduta dal canto, antichissimo anch’esso, di assoluta matrice evangelica. Canto che esprime l’amarezza del Signore mentre affronta la sua “ora”. Per la lettura del vangelo è prevista la prima delle 4 grandi sessioni in cui viene distinta la “Passione secondo Matteo”. La scelta di questo vangelo dipende in tutto dalla pellegrina Egeria, che, così riportò nella sua testimonianza del rito in uso a Gerusalemme che permetteva di “fare memoria nei luoghi della passione del Signore, lasciandosi condurre dall’Evangelista Matteo”.

Canto dopo il Vangelo.

È l’esatta traduzione latina di un antico tropario greco, e sottolinea che ciascun fedele si sente commensale della S. Cena del Signore, come lo furono i discepoli.

La preghiera eucaristica

È prescritto che il sacerdote celebrante usi la preghiera eucaristica V, fatta apposta per l’occasione e prevista, ad libitum, per le altre celebrazioni che abbiano a tema l’Eucarestia o l’istituzione del Sacerdozio, perché le sue parole mettono particolarmente a tema il memoriale della Passione, morte e Risurrezione di Cristo, che continua anche nei canti successivi allo spezzare del pane e alla comunione.

Riposizione del Santissimo Sacramento.

Terminata la distribuzione della Eucarestia, si raccoglie tutto ciò che rimane del Sacramento, perché sia traslato solennemente nel tabernacolo della riposizione, differente rispetto a quello della normale custodia del Sacramento stesso. La chiesa ambrosiana, infatti, protrae fino alla veglia pasquale, l’astensione della comunione eucaristica. Il suggestivo rito viene compiuto mentre si canta l’inno del “Pange Lingua”.

Conclusione dei vesperi.

A differenza delle altre vigilie, nelle quali non si recitano i salmi e si canta solo il Magnificat, nel giovedì santo si recita la salmodia prevista. Analogamente ai venerdì di quaresima, invece, non si canta il Magnificat.

Il “mandatum”.

La “lavanda dei piedi”, o “mandatum”, che, per una vera utilità pastorale, può anche essere anticipato rispetto alla Messa e non celebrato dopo la sua conclusione, costituisce l’altro grande rito del Giovedì santo.  Il suo significato è quello agostiniano: ogni uomo, in quanto peccatore, necessita di un lavacro post battesimale per i peccati che si sono commessi dopo di esso. La lavanda dei piedi vuol essere la traduzione gestuale di questa particolare necessità. Il rito, che per molti secoli si è svolto nella casa episcopale e non in cattedrale, ha anche la funzione di richiamare al dovere del servizio, proprio nel nome del Signore che si è abbassato fino alla morte di Croce per sollevare tutti noi alla grazia della risurrezione.

Ecco dunque, in una struttura particolarissima, il rito che noi celebriamo con fede.

L’adorazione del Sacramento, è la “compagnia” che noi facciamo al Signore nell’ora della sua passione.

PASSIONE DEL SIGNORE

Il venerdì santo è tutto dedicato alla celebrazione della passione del Signore. La struttura della celebrazione ha un andamento vespertino simile a quello del giovedì. Ricordiamo che, come tutti i venerdì del rito ambrosiano, anche il venerdì santo è un giorno aneucaristico, cioè senza la celebrazione della Eucarestia e, a differenza del rito romano, senza nemmeno la distribuzione della comunione.

Lucernario.

Lucernario è il medesimo del giovedì santo. La liturgia inizia come quella del vespero, creando il contrasto tra la luce che ora viene accesa e il buio che si crea, invece, all’annuncio della morte del Signore, nella lettura del vangelo di Matteo, continuazione di quello già proclamato il giovedì santo sera.

Inno.

L’antichissimo inno del “vexilla regis” è il testo adottato e scelto per questa celebrazione solenne e commovente. Il vessillo del re è la Croce, che viene celebrata in gran parte della liturgia del venerdì santo. Il canto dell’inno introduce nella seconda parte della celebrazione, ovvero quella della lectio biblica.

Lezionario.

Per antichissima consuetudine, i due testi che si leggono in questo giorno sono entrambi presi dal profeta Isaia e corrispondono al terzo e al quarto carme del servo. È da notare che, specie nel terzo carme, non solo si parla della sofferenza del servo del Signore e della sua morte espiatoria, come anche nel quarto carme, ma si introduce anche l’idea della futura vittoria del servo di Dio. Liturgicamente questo segno è reso dall’altare della riposizione, al quale continuano a splendere le lampade accese il giovedì santo sera. Richiamo a quella certezza che il Signore non abbandona che viene espressa nella fede anche dai responsori e dagli altri testi liturgici di questo giorno particolarissimo ed unico. Dalle letture del profeta Isaia si passa alla lettura del vangelo, attraverso il testo del responsorio “tenebrae factae sunt”.

Responsorio.

Il testo è antichissimo ed è stato redatto dalla fusione della narrazione del Vangelo di Matteo e del salmo 21. È molto interessante notare, a livello storico, che il rito ambrosiano conserva la versione più antica di questo canto che viene utilizzato anche nella liturgia del rito romano. È il momento più alto della celebrazione, ci stiamo avvicinando al momento in cui viene annunciata l’ora della morte del Signore e, quindi, l’ora delle tenebre.

Vangelo

Come abbiamo detto, in tutti i giorni del Triduo si segue la lettura del Vangelo di Matteo. È interessante notare che, proprio nella celebrazione del Vangelo, all’annuncio della morte di Cristo, si inizia una serie di riti che sono parte integrante della stessa celebrazione:

  • Si spengono le candele, genericamente le luci, e il turibolo, segno evidente delle tenebre che invadono il mondo;
  • Si spogliano gli altari, segno che la chiesa rimane vedova del suo “sposo”, di colui che la abita con la sua gloria; (nel rito romano gli altare vengono spogliati dopo la celebrazione del giovedì santo sera).
  • Si suonano un’ultima volta le campane, prima che venga sospeso il loro suono (in antico erano legate). Il suono riprenderà nella notte di Pasqua al triplice annuncio della risurrezione.

Tutto, insomma, concorre ad annunciare la morte di Cristo.

Secondo un antico uso è possibile anche coprire completamente l’altare con un drappo di colore morello, che segna l’assoluta assenza della celebrazione della Eucarestia. Manzoni cantò nell’Inno Sacro del Venerdì Santo guardando proprio la “veste del vedovo altar!”.

Processione stazionale della Croce.

Segue la processione con la Croce. Probabilmente, in antico, non veniva portata “una” croce, ma “la” reliquia della Croce. Il clero, con i ministranti, si porta al fondo della Chiesa, presso il portone di accesso principale, per una  breve “statio”, dove, dopo aver letto un’orazione, inizia la processione all’altare contrassegnata da una triplice adorazione/ acclamazione del popolo, rivolte alla Croce. Un segno di adorazione del “legno da cui venne la nostra salvezza”. La liturgia chiede che, nel momento della adorazione, vengano cantate anche delle antifone, tutte prese dal salmo 118, che aiutano il fedele ad accostarsi con devozione all’adorazione del sacro legno.

Preghiera universale.

La celebrazione termina con una solenne preghiera dei fedeli che, a differenza di ogni altra preghiera dei fedeli, viene letta dai due lati corti dell’altare. Nonostante la chiesa sia “vedova”, essa è certa della risurrezione del Signore, ed attende vigile ed in preghiera per tutti, il momento del ritorno di Cristo dai morti. Per questo motivo viene idealmente presentata tutta l’umanità davanti al Signore. Non solo la compagine ecclesiale o il popolo tutto dei credenti, ma anche coloro che non credono, coloro che sono malati e nell’ombra della morte, e, alla fine, anche coloro che sono morti e che già sperimentano l’abbraccio benedicente della luce del Cristo Risorto.

La celebrazione si chiude senza l’invito “il Signore sia con voi”, senza i “Kyrie Eleison”, ma semplicemente con la formula “benediciamo il Signore”. È il momento più triste di tutto l’anno liturgico, è il momento della solitudine.

n.b. per tradizione, la chiesa raccoglie, in questo giorno, l’offerta colletta per la Terra Santa.

CELEBRAZIONE DELLA DEPOSIZIONE DEL SIGNORE

Questa celebrazione è stata recuperata nella edizione del rinnovato lezionario. Molto opportunamente è stato ripristinato un antichissimo uso della Chiesa di Milano che si era andato perduto. La celebrazione della deposizione ha una sua autonomia. La cosa più interessante da notare è il lezionario.

Se per il Vangelo si continua la lettura della passione secondo Matteo, è giusto spendere una breve parola per la lettura del profeta Daniele. Perché si legge questo testo che, prima della riforma del lezionario, era riservato alla lectio biblica del sabato mattina?

Già da tempi antichissimi e soprattutto sempre dall’uso della chiesa di Gerusalemme, riportato dalla pellegrina Egeria di cui già abbiamo parlato, il testo era usato per annunciare la vittoria del Signore. Infatti, nei tre giovani salvati dalla fornace, si è da sempre visto l’intervento di Dio che libera dalla morte. Inoltre, nella figura dell’Angelo annunciata dalla profezia, la chiesa ha sempre identificato la discesa di Cristo agli inferi per liberare coloro che, da giusti, avevano vissuto prima della sua venuta. Le due letture, tutt’e due tratte dal medesimo testo, sono intervallate solamente dal cantico dei tre giovani, anch’esso parte integrante del libro profetico e della stessa lettura.

Liturgicamente è da notare che le letture non si concludono mai con l’acclamazione del popolo, come, del resto, la stessa celebrazione non si chiude con la benedizione. La morte di Cristo ha, infatti, tolto il suo sposo alla Chiesa, come abbiamo detto, ed essa rimane orfana o vedova fino all’annuncio della risurrezione. Ed è per questo che non ci sono benedizioni da parte dei sacerdoti o acclamazioni da parte del popolo.

Nota per i lettori.

Come si vede, il lezionario di questi primi due giorni del triduo pasquale, ha tutto un suo senso e un suo fascino. Non è, quindi, solamente in chiave storica che noi rileggiamo questi testi mentre ci accingiamo a ricordare e a celebrare la passione, morte e risurrezione di Cristo. Noi rileggiamo anche quella parte di Scrittura che appartiene all’antico testamento, specificatamente alla profezia, per annunciare la presenza di Dio che non abbandona mai l’uomo, nemmeno nel momento della morte e della sofferenza. La prospettiva giusta attraverso la quale leggere questi testi biblici, diventa, quindi, quella della risurrezione del Signore. Il credente legge questi testi con questa particolare luce del cuore e si incammina verso la risurrezione sorretto da questa unica certezza.

CELEBRAZIONE DEL SABATO SANTO MATTINA

La celebrazione ha una struttura semplicissima. Una sola nota per il lezionario:

  1. Si legge la pagina del diluvio universale perché, fin dai tempi dei padri, esso era già stato riletto in chiave battesimale. La chiesa, mentre attende la notte santa nella quale Cristo risorge e nella quale si amministra il battesimo, già contempla la rinascita dei suoi figli nel lavacro santo e puro.
  2. Così pure come il salmo. Esso viene riletto come una preghiera di Cristo, che nella morte, innalza al padre.
  3. Il vangelo, chiude il ciclo della passione secondo Matteo e ci fa leggere di come le guardie furono inviate al sepolcro per sigillare la tomba e vegliare su di essa. Questa lettura costituisce la nota storica che mancava nella celebrazione del venerdì santo sera.

Con questa piccola celebrazione si chiude il ricordo della passione, della morte e della sepoltura del Signore e la chiesa rimane in attesa del grande annuncio della risurrezione.

VEGLIA PASQUALE

È la celebrazione più complicata, che riflette molti influssi diversi, elaborata in diversi secoli di sapienza della chiesa.

LUCERNARIO.

La solenne veglia pasquale, che sostituisce sia il vespero che la compieta che l’ufficio delle letture, si apre con il solenne lucernario o con la benedizione del fuoco. La struttura tipica è quella della veglia, che durava tutta la notte. Lo si capisce bene anche dal numero delle letture che vedremo tra poco.  Nel lucernario, oltre che alla benedizione del fuoco, si attinge luce anche per l’accensione del cero pasquale, simbolo di Cristo risorto, che viene solennemente portato in processione dal luogo in cui si effettua la benedizione del fuoco, fino al presbiterio. Pure al fuoco si accendono le candele liturgiche. Mutuando dal rito romano, l’ingresso in chiesa comporta anche l’illuminazione della chiesa stessa, in modo tale che, quando si arriva al presbiterio e di introduce il canto del preconio pasquale, la chiesa sia già tutta illuminata.

PRECONIO PASQUALE

È il lungo canto che il diacono intona e con il quale si invita l’assemblea a riflettere sugli eventi che danno salvezza e che vengono ripercorsi nel corso di un’unica notte. In questo senso il preconio introduce già la sintesi delle scritture che verranno proclamate nella notte santa e aiuta i fedeli a comprendere poi il rito battesimale che si svolge nella stessa veglia oltre alla azione eucaristica, anche essa parte integrante della stessa liturgia.

Subito l’inno introduce il senso della veglia: attendere l’annuncio della risurrezione di Cristo che verrà esplicitato in un apposito rito. Ricordando il senso della Pasqua antica, che pure verrà ricordata esplicitamente nelle letture. Il preconio comprende anche alcune risposte che il popolo intona in risposta al diacono.

CATECHESI VETEROTESTAMENTARIA

La parte più corposa della veglia pasquale è costituita dalla liturgia della parola, che comprende 6 letture dell’antico testamento, tutte lette prima dell’annuncio della risurrezione. Vediamo di richiamare il significato di ciascuna di esse.

  1. La creazione. In questa notte santa, dapprima si intende richiamare l’opera della creazione di Dio, opera in cui tutto ha iniziato il suo corso. La catechesi ci fa partire, quindi, dall’itinerario della creazione per riscoprire i benefici che Dio dona al suo popolo.
  2. Il sacrificio di Abramo rappresenta la seconda notte nella quale Dio si manifesta. La sua manifestazione è per l’alleanza. Isacco è poi “parabola” di Cristo, colui che porta la legna sul monte per l’olocausto che sarà lui stesso. Ecco perché è simile a Cristo che porta la sua croce sul calvario.
  3. La terza lettura insiste sulla terza notte, la notte di Pasqua, la notte nella quale Dio libera il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Ovvio il parallelo con la Pasqua, al posto dell’agnello pasquale, viene il vero Agnello, Cristo, che è già stato indicato nel preconio come colui che da morte fa sorgere la vita.
  4. Il centro della catechesi veterotestamentaria continua nella quarta lettura, quella in cui si descrive il passaggio del mar Rosso. Nella Pasqua vista come il passaggio dalla schiavitù alla libertà, la tradizione cristiana rilegge il passaggio di Cristo da questo mondo al Padre. La quarta lettura forma poi un tutt’uno con il cantico di esodo 15, proposto invece del salmello, una edizione in poesia del passaggio della notte di Pasqua.
  5. Gli ultimi due passaggi della catechesi veterotestamentaria, la quinta e la sesta lettura, sviluppano il tema della nuova alleanza. I profeti annunciano l’irrevocabile volontà di Dio di rinnovare l’alleanza con il suo popolo. L’annuncio profetico già rivela che sarà la potenza di Cristo a compiere pienamente quanto viene annunciato.
  6. La sesta lettura è un ultimo invito a considerare l’unione tra fede e vita, tra celebrazione del culto ed esercizio della giustizia. La vera relazione con Dio si stabilirà solamente quando l’uomo metterà nelle mani di Dio i suoi peccati e sarà da Lui perdonato.

ANNUNCIO DELLA RISURREZIONE

È a questo punto della veglia che si proclama la risurrezione di Cristo. Dai tre lati dell’altare il sacerdote annuncia alla chiesa, ai fedeli, ovvero al mondo intero, la risurrezione di Cristo dai morti. Egli è vivo e nuovamente presente in mezzo a noi. È un momento di gioia e di festa della stessa celebrazione, sottolineato dal suono festoso dell’organo, delle campane, dei campanelli dei ministranti. L’altare non è più vedovo, il Signore è ritornato.

LITURGIA DELLA PAROLA

  1. Compiuti i riti dell’annuncio della risurrezione, ecco la catechesi del nuovo testamento. Si incomincia con la rilettura dell’annuncio di Pietro. In questo evento si annuncia il compiersi delle scritture e l’attuarsi della salvezza da parte di Dio.
  2. Infine, la lettera ai Romani di San Paolo invita a proclamare il vangelo di Dio e ad annunciare a tutti la salvezza del Risorto.
  3. Chiude la liturgia della parola il proseguimento di Matteo della passione, ovvero si legge l’annuncio della risurrezione alle donne.

LITURGIA BATTESIMALE

Terminata la liturgia della Parola inizia la liturgia battesimale, che non sto ad analizzare anche per via delle possibili forme che essa può prendere, a seconda che vi siano catecumeni, oppure bambini da battezzare, oppure che non vi sia alcun battesimo. Al di là della forma concreta che prende di anno in anno la celebrazione, occorre sottolineare che questo momento della celebrazione vuole fare prendere coscienza a tutti della propria radice battesimale. Rinnovando il proprio battesimo alla luce di Cristo risorto, ogni credente riprende il cammino personale di crescita e di incontro con Cristo.

LA PREGHIERA DI CONSACRAZIONE DELLA EUCARESTIA.

Faccio solo cenno al fatto che la notte di Pasqua si usa una preghiera eucaristica propria, la sesta, che mette al centro della preghiera stessa il valore della Pasqua di Cristo. Essa potrà essere usata per tutto il tempo pasquale.

Come pure mi limito solo all’accenno del ripristino del tabernacolo usualmente utilizzato per la custodia del Santissimo sacramento, andando a recuperare dall’altare della riposizione, l’eucarestia depositata il giovedì santo.

Questa breve presentazione potrà essere rilanciata in ulteriori approfondimenti. Avviciniamoci al triduo pasquale con il massimo rispetto della liturgia e con l’amore che dobbiamo portare ai santi e divini misteri.